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Werner Bischof, l’arte fotografica guidata dall’empatia [Alessandro Tarantino]

di Alessandro Tarantino

Sebbene sia morto giovanissimo, a soli 38 anni, Werner Bischof è riuscito a legare il suo nome al mondo della fotografia in maniera indelebile. Nato in Svizzera, a Zurigo, nel 1916, la sua attività professionale sarà segnata dall’esperienza della Seconda Guerra Mondiale che influenzerà la sua produzione fotografica dopo un primo approccio nel campo della moda e della pubblicità.

Il conflitto mondiale accende però in Bischof l’esigenza di raccontare e documentare nell’epoca post-bellica le atrocità della guerra, le sofferenze vissute dalla gente nel periodo più buio del secolo scorso in Europa.

Nella piena convinzione che al fotografo spettasse anche un compito sociale, l’approdo alla fotografia di reportage divenne un passaggio naturale: mise al centro della sua narrazione proprio la figura umana, cercando di evitare il sensazionalismo e la ricerca dello scatto eclatante a tutti i costi. Non per questo, però, le sue fotografie sono prive di pathos e di emozione che invece emergono con forza proprio grazie all’empatia del fotografo.

Emblematico, in questo senso, uno dei suoi scatti più famosi intitolato “A train of the Red Cross, transporting children to Switzerland”, con protagonista la piccola Jurika, una bimba ungherese in procinto di partire per la Svizzera che fu scattata a Budapest nel 1947.

Dello scatto colpisce la capacità di entrare in sintonia con la sofferenza del soggetto nonostante la distanza fisica e personale da esso. Una compenetrazione tale che è impossibile non chiedersi chi sia quella bambina, cosa le stia capitando e interrogarsi su quali emozioni possa provare mentre il treno si accinge a partire.

Due anni dopo quello scatto entrò a far parte dell’agenzia Magnum che da poco aveva avviato la sua attività di documentazione per immagini.

La sua attività prosegue in giro per l’Europa con una parentesi particolarmente significativa in Italia, Paese di cui racconta il tentativo di risollevarsi dopo la drammatica fine del conflitto mondiale che aveva lasciato morte, devastazione e povertà ma anche la speranza di un nuovo assetto politico-istituzionale nato per ricostruire sulle macerie lasciate dal ventennio fascista.

Nel 1952 l’agenzia invia Bischof in India a documentare la carestia in Bihar. Un’incarico che lo segnò profondamente nell’animo per le condizioni di estrema indigenza e disperazione che si trovò a raccontare. Non fece ritorno in Europa, ma proseguì il suo peregrinare per l’Asia passando per Giappone e Corea dove pose il suo sguardo sull’organizzazione e sulle strutture sociali dei due Paesi.

Di quel periodo, uno degli scatti più drammatici e allo stesso tempo memorabili è quello che Bischof realizzò a Okinawa: il soggetto ripreso è un uomo che mostra gli effetti sulla sua pelle dell’esplosione della bomba nucleare che il 6 agosto 1945 distrusse la città giapponese di Hiroshima, nonostante lui si trovasse a centinaia di chilometri dall’esplosione.

Crudo, vivido e drammaticamente reale, lo scatto è una cartolina dall’inferno vissuto dai protagonisti di quel periodo, una testimonianza delle sofferenze fisiche patite da chi è sopravvissuto ad un disastro immane.

La fine della carriera di Bischof, durata una manciata di anni, arriva d’improvviso nel 1954 quando rimane vittima di un incidente stradale sulle incerte e pericolosissime strade che si arrampicano sulla cordigliera delle Ande. Nel Sud America aveva visitato Messico, Cile e Perù. Proprio nel Paese andino, prima dell’incidente, era riuscito a scattare un’immagine che rimarrà tra quelle più famose della sua carriera: è la fotografia di un ragazzino peruviano che, lungo la strada per Cuzco, cammina suonando il flauto.

Dell’arte di Bischof rimangono gli scatti e l’influenza che il suo lavoro ha avuto su tanti altri fotografi contemporanei e su suo figlio Marco (nato in Italia), che ha seguito le orme del padre e cura diverse esposizione paterne.

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