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“Vite sospese” progetto fotografico di Andrea Boschetti

di Paolo Ranzani

C’è una vita vissuta e una vita sconosciuta, ci sono vite raccontate, alcune vicine altre lontane, e poi altre ancora che sai che sono lì ma che non potrai vedere.

L’imprevisto in questa anormalità è un medico che decide di raccontare quel quadrato di casa vissuta che ha incontrato nel suo operato partecipando alle U.S.C.A. (unità speciale continuità assistenziale).

Alcuni medici, in questi mesi, hanno già mostrato con scatti smart, quei terribili momenti, qualche fotoreporter temerario è riuscito ad avvicinarsi e comporre la sua narrazione fotografica usando gli schemi del reportage classico.

Qui siamo di fronte ad una visione che forse mancava. Un medico con buone competenze fotografiche mette sotto osservazione i pazienti e il gioco di parole calza a pennello, dopo la visita e la “schedatura” di quarantena obbligatoria per sospetto contagio, chiede loro di poterli ritrarre nello loro intima realtà del quotidiano.

Quasi tutti accettano, chissà, forse per spostare l’ansia di qualche metro.

Il medico quindi li osserva per la seconda volta ma con altri occhi, posa lo stetoscopio e agguanta la fotocamera, non li dirige, dove sono restano, con i pezzi di vita sparsi, le lenzuola stropicciate, i quadri storti, bottiglie da bere, comodini esplosi e le spalle stanche.

Non aggiunge nulla. Racconta quel preciso momento.

Fa bene attenzione a non giudicarli e non cerca di edulcorarli, non drammatizza per causare tristezza, non romanticizza, semmai si concede una negazione fotografica abituale, prova ad essere univoco e non equivoco evitando la pornografia del ritratto,

Andrea resta educato e rispettoso. Preciso come forse solo un medico sa fare.  

Per tutti questi motivi la serie di ritratti che presenta si smarca da tutto ciò che abbiamo già visto dell’era Covid-19.

Chi è l’osservatore?

L’osservatore siamo noi che ci troviamo di fronte a queste immagini e ne veniamo rapiti cercando di entrare nelle case degli altri, nelle vite sospese in attesa, nella speranza che vada tutto bene a fine quarantena, l’osservatore è anche il medico, nella sua duplice valenza e l’osservato è colui che non può fare altro che osservare chi lo sta fotografando.  

In un gioco di matrioske ci appropriamo di qualche scorcio indagatore e, pur non essendo medici, pre-scriviamo nella nostra memoria queste trenta vite che non abbiamo conosciuto ma che ci siamo trovati a consumare per qualche secondo della nostra vita.

Ecco come Andrea racconta il lavoro che vi presento:

Questo progetto fotografico nasce dall’esigenza di mostrare un aspetto dell’epidemia del Covid-19 che a mio giudizio è stato tralasciato: la quarantena domiciliare.

La vera quarantena. Non il lockdown.

Allo stesso tempo vuole  contrapporsi al grande peso mediatico che è stato dato all’accostamento Covid-ospedale. Covid-terapia intensiva.

Ad Aprile 2020 alcune regioni hanno scelto di creare le USCA, unità speciali di continuità assistenziale, formate da medici con lo scopo di prendere in carico i pazienti covid e le persone fortemente sospette di essere positive al virus e di seguirli curandoli nelle loro case per alleggerire il lavoro negli ospedali.

Questo tipo di servizio mi interessava molto e mi son reso disponibile a farne parte a Torino appena hanno iniziato a formarli.

L’USCA era quindi il punto di unione tra il mio essere medico  e il desiderio di raccontare con le immagini questo aspetto della pandemia da Covid-19.

Il progetto fotografico ritrae quindi le persone: i pazienti covid-19 positivi o fortemente sospetti di esserlo per sintomi in attesa di eseguire il tampone.

 

Al termine delle visite mediche ho cercato ogni volta di creare una relazione per poter entrare in sintonia e a quel punto descrivevo e proponevo il progetto fotografico cercando di trasmettere la voglia di valorizzare la medicina del territorio ma anche per creare un punto di unione ideale  tra i vari pazienti, un modo per non farli sentire soli avvicinando idealmente altre vite sospese.

Il “fil rouge” è il divano di casa, il letto della camera, una poltrona, quel punto dove solevano riposare, e dove potevo percepire quella sensazione di attesa.

La quasi totalità delle persone ha risposto con entusiasmo al progetto, avevano voglia di sentirsi parte di un gruppo, erano isolati ma con un’idea di insieme. Nell’aria della loro casa si percepiva spesso l’isolamento e la voglia di ritornare all’aria aperta e alla vita di tutti i giorni, ma sopratutto la speranza di non risultare positivi.

E’ un progetto che ha permesso di dare un taglio trasversale alla società umana del 2020 anno della pandemia del Covid-19, per sesso, età e colore: dalla bambina di due anni alla nonnina ultra novantenne, dal centro di Torino alle periferie.

E’ stata un’esperienza significativa per me, è durata 3 mesi, e con questo progetto spero di aver dato anche il giusto peso alla medicina del territorio che si occupa e cura le persone nelle proprie case.

Per contattare Andrea Boschetti: https://andreaboschetti.com/

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