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Verso Oriente – Parte II

di Emanuele Mei

ALINA

Venti giorni sono passati dalla sua partenza senza portare materialmente nulla di nuovo. Alina è rimasta ferma ad aspettare, come se la vita dovesse avere per lei una particolare benevolenza. Niente può sostenere il peso dell’aspettativa.Gli occhi di Alina hanno una storia con una prospettiva ampia, che esce dai confini della Siberia, raccontano di un’espansione nel tempo e nello spazio. Sul treno il tempo si ferma, le vite dei viaggiatori rimangono sospese per l’eternità o per un sospiro, evidenziando l’imperfezione del tempo e trasformando lo spazio in immagini. Lo scompartimento è un universo immobile, ma in continuo movimento. Alina guarda fuori dal finestrino ghiacciato le immagini del paesaggio in silenzio, qui la natura è consapevole di esserlo e le si  apre ad ogni tipo di confidenza. Alina riflette su ciò che il paesaggio non dice, sulle omissioni e sui vuoti narrativi che la natura le mette davanti agli occhi. Una sequenza rapidissima d’immagini faconde e dense di significato perché consapevoli. Così, mentre si tocca i capelli e mordicchia il labbro inferiore  con nervosismo lei pensa al silenzio che non va considerato come una mancanza di senso, ma come un invito a trovarlo. Con gli occhi inizia una battuta di caccia agli elementi mancanti all’interno dell’immagine. Per lei i vuoti diventano l’unica cosa che conta. Alina è bella ma non ride mai, non sorride mai! Ha l’aria disperatamente triste, desidera un destino diverso da quello che la società ha scelto per lei. Come una bambina libera dal pregiudizio vuole percepire il mondo così com’è, senza aggiungere nulla. Guardo Alina e capisco che il paesaggio parla a pochi, ma è meglio che parli ad una sola persona in grado di capire, piuttosto che a mille che si dimenticano. Eppure venti giorni di treno sono lunghi e possono succedere molte cose, Alina cerca la sua soluzione, e le domande oscillano tra l’ovvietà delle risposte e le menzogne che quest’ultime portano nella sua intima realtà. Così non le ho detto nulla di falso, ma nemmeno nulla di vero. Anche nel dire la verità c’è una frontiera che non si dovrebbe mai superare.

SASHA

Il treno si ferma, i viaggiatori scendono per una sigaretta e qualche bottiglia di vodka. La provodnìtsa picchia con forza le ruote ghiacciate della carrozza con un pesante martello. Le stazioni siberiane sono considerate dei monumenti, inni clamorosi di conquista in un paesaggio di grazia e terrore. I cani randagi si muovono in branchi, in attesa di un moribondo da sbranare. Qui il freddo è il grado zero della bellezza. Sasha si sbronza. Faccia livida, gonfia dal freddo, occhi rossi e labbra screpolate. La sua vita è una traversata nel ghiaccio e nei suoi occhi i toni sono piatti, i segreti del suo cromatismo restano impenetrabili e possono essere colti solamente dal cuore. Sasha è un sopravvissuto di se stesso, la febbre bianca lo ha risparmiato molte volte. I siberiani bevono talmente tanto da svenire in mezzo alla strada e d’inverno la colonnina di mercurio è la roncola di Thánatos. Come molte altre, la sua é una vita di sprecata, passata in una città  aliena costruita sulle ossa degli antenati. Nel suo sguardo compare la paura sconfinata della morte, o forse della vita. Sulla schiena porta il peso di frequenti attacchi di panico e allucinazioni paranoiche del delirium tremens. Mentre dorme dal suo volto traspare amore, serenità, gioia, ma al risveglio la sua faccia è deformata dai ricordi, dalle necessità e dal sentimento. La morte non è un’esperienza che possiamo trasmettere. Ci si può avvicinare alla morte ricavandone solo dolore e il dolore non ha colore, o forse li ha tutti. La morte è in ogni decisione, e questo dà alla nostra esistenza lo spessore emotivo. Con lei il punto di non ritorno non è attraversabile se non dopo una vita intera. La morte ci segue come un’ombra e a volte nell’ombra si trovano le risposte più chiare. Ma la mia ombra s’imbratta, si offusca e si contorce dietro una vita di speranza intrisa nei pannelli d’abete del treno. E’ impossibile abituarsi al gelo, si può solo provare a sopportalo stringendo i denti. Il gelo è come la morfina, infonde beatitudine, lentamente, finche il corpo non risponde più. Così scoprì che la Siberia mi piaceva, perché tutto qui finiva, perché è l’ultimo paese dove lo spazio immobile, prigioniero in un vagone, sovrasta il tempo imperfetto che non finisce ma calcifica e continua a vivere dentro di noi scorrendo apparentemente in un’unica direzione. Qui conta solo il freddo che ti porta sulla soglia della vita e che alla fine ti fa credere tutto il contrario. Qui il tempo è ignoranza, non coincide più, e nemmeno lo spazio che è corrotto dalle nuove ideologie occidentali. Le lande siberiane sono i non luoghi dove la mia identità si scioglie e diventa instabile. Così entro in loop spazio temporale costruito dalla mente, adagio abbandono i pensieri, abbraccio la Siberia e comprendo che qui si è liberi dal bisogno di capire. Questa terra non si preoccupa delle persone che si perdono lungo la strada.Tra di noi il silenzio non è mai opprimente.

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