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Vent’anni di donne d’Afghanistan nelle foto di Carla Dazzi

di Alessandro Tarantino

L’abbandono dell’Afghanistan da parte delle forze militari della Nato ha riportato il Paese mediorientale indietro di 20 anni. Un salto temporale effettuato rapidamente a causa del subitaneo ritorno al potere dei Talebani, fondamentalisti islamici per i quali i diritti sociali delle donne semplicemente non esistono. Una stortura, quella della dittatura fondamentalista, che gli stessi Talebani hanno provato a mitigare davanti al mondo intero trasmettendo comunicati stampa distensivi e di apertura alla possibilità per l’universo femminile afghano di studiare, lavorare e vivere liberamente.

Una farsa, il tentativo maldestro di rabbonire l’Occidente raccontando ciò che voleva sentirsi dire: ipocrisia a basso costo prontamente smentita dalle immagini che giungono da Kabul, dove madri disperate arrivano a consegnare oltre un muro di filo spinato i propri figli in fasce ad anonimi soldati americani perché li mettano in salvo dal regime di terrore che si sta instaurando nel Paese.

Ma l’Afghanistan degli ultimi 20 anni ha vissuto in un clima diverso. Proprio la cacciata dei Talebani aveva permesso alle donne di costruirsi un futuro dopo 40 anni di guerre.

Chi ha raccontato con le sue fotografie le donne d’Afghanistan è Carla Dazzi, fotografa originaria di Ferra d’Alpago da anni impegnata in viaggi umanitari con la Onlus bellunese “Insieme si può…” oltre che attivista del Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane (Cisda) di Milano.

Nei mesi scorsi, ad Osservatorio Afghanistan, aveva raccontato del suo lavoro nel Paese, spiegando cosa voglia dire nascere donna in quel paese: «Vuol dire diritti negati, repressione politica, guerre, violenza, malattia e povertà. Quaranta anni di conflitti hanno reso l’Afghanistan uno dei posti peggiori dove nascere donna. Violentare una donna è cosa normale, così come vendere le bambine o darle in sposa a 7/8 anni per saldare i debiti della propria famiglia. L’Afghanistan è un paese nel quale essere donna è una vera guerra. Ma le donne afghane non sono solo vittime. Per me è molto importante mettere in luce la loro grande forza di resistenza e la capacità di diventare, sul devastato scenario del loro paese, attrici del proprio futuro e combattere per le altre donne, a rischio della vita. Abbiamo avuto e abbiamo la fortuna di conoscere molte di loro e di sostenere con tutta la nostra energia le loro battaglie e la nostra amicizia».

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