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Una strana storia, il mio rapporto con la fotografia. [Marco Tortato]

Comunicazione, linguistica, e parlare per immagini.

Sono un fotografo commerciale, di prodotto, alle volte ritrattista e alle volte pubblicitario, e alcuni mi chiamano anche storyteller. E spesso mi domando dove stia il confine tra tutte queste etichette.

Tuttavia, siamo in un mondo in cui l’identità, il brand hanno più valore rispetto a ciò che si fa. Anzi alle volte ne sono parte importante. E quindi, appunto, una delle domande che ricevo più spesso è: ma che fotografo sei?

E come capirete, la risposta non è mai semplice.

Tuttavia, il mio rapporto con la fotografia, o ciò che essa rappresenti per me, o quale parte della mia vita essa abbia, fortunatamente esula da tutto questo.

Sono arrivato alla fotografia per caso.

Fu Harry De Zitter (fotografo pubblicitario americano), ora molto più di un Maestro, e molto più di un amico, a dirmi un giorno in Florida: “Marco, you should do this seriously!”

Quelle poche parole, cambiarono la mia vita, e da Manager dell’Ufficio Comunicazione della Manfrotto, di lì a qualche anno, ho aperto partita iva e iniziato un viaggio che non è ancora finito.

Però…

Ho sempre voluto fare il musicista, e la mia creatività e il mio tempo per 30 anni sono sempre stati dedicati alla musica.

Per questo, fino al 2005, non avevo nemmeno una macchina fotografica. Da ragazzo facevo foto, ma le facevo in vacanza, senza ambizione e senza consapevolezza di cosa fosse o cosa stessi facendo.

E quindi? Vi chiederete voi.

Giusto!

Arriviamo al punto. Il mio rapporto con la fotografia è strano, sfaccettato, conflittuale, doloroso… è continua ricerca e continuo arricchimento. E’ consapevolezza che essa sia un mondo così vasto che sarebbe impossibile conoscerlo tutto, e ciò è frustrante. Ma nella frustrazione, alle volte, è dove trovo lo stimolo per fare cose nuove, per trovare nuove soluzioni, per cercare modi diversi di raccontare in maniera più efficace ciò che ho di fronte. Che sia una persona, un prodotto o un brand.

E forse, quello che meglio ho imparato in questi anni di “mestiere”, è che, almeno nel mio ambito, non è importante che la foto sia “bella”, non è importante quanto “artistica” essa sia, ma di fatto quanto efficace sia. E cioè, quanto essa effettivamente dica ciò che serve dire. E se ci pensate bene, forse questo può essere esteso ad ogni ambito della fotografia. Un mio caro Maestro, David duChemin, dice che ogni scatto è un atto di comunicazione. Ecco, io ho abbracciato questo concetto, e il mio rapporto con la fotografia è proprio quello che si ha con un potente strumento di comunicazione, che alle volte uso per me, ma molto più spesso uso per i miei clienti. E valuto, e vorrei fosse valutato, il mio lavoro proprio in base all’efficacia di questa comunicazione.

La ricerca di questa efficacia non è semplice, e spesso è ambigua, ma è il punto centrale di tutto il mio studio, dalla semiotica alle biografie dei grandi autori, dalla lettura e rilettura di grandi scatti allo studio della percezione visiva nell’arte e delle neuroscienze.

Così come nel mio passato accademico ho letto molti libri, e studiato la linguistica, la filologia, la narratologia e molte altre discipline per capire come funziona un testo in lingua, così personalmente trovo stimolante capire come le immagini comunichino, e cosa comunichino. Troppo spesso, infatti, mi rendo conto che i fotografi (a quasi tutti i livelli) cercano una ricetta magica (da cui il mio libro “Oltre le Regole”) per fare foto in cui trovare soddisfazione, ma spesso lo fanno senza avere nulla da dire… e se non si ha nulla da dire, necessariamente si comunica nulla e male.

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Oltre le regole

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