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Scartabellando nell’archivio

di Giovanni Cabassi

Caro Francesco,

Lo stimolo che hai provocato coinvolgendomi nelle tue intense attività di Cine Sud ha sapore di magia.

Mai avrei pensato di dedicare a quello che è stato del mio passato un benché minimo sguardo, ritenendo futilmente autocelebrativa anche solo l’idea di pubblicare qualcosa di mio, soprattutto se personale.

Il lavoro che da circa un mese, grazie a te, sto facendo su di me è profondo e mi meraviglia ogni giorno di più.

L’idea del mio sito web, impensabile fino a poco fa, ora sta assumendo contorni sempre più nitidi, con le dita che scorrono sui tasti, gli occhi sulle immagini, la mente che ricerca attimi provenienti dalla preistoria della mia vita.

Attimi racchiusi in diapositive abbandonate nei faldoni della memoria che non avrebbero mai più visto una luce.

Un racconto per testi e immagini, questo sarà. Questo sta succedendo adesso.

Scrivo di getto quando i ricordi provocati dalle fotografie fanno riemergere, come le onde sulla spiaggia, le sensazioni come sassolini e gusci di conchiglia sulla battigia.

Non c’è che da raccoglierli, metterli nel secchiello, osservarli, appenderli a formare collane bizzarre di piccole perle di vita.

C’è tanto da fare, perché quarantacinque anni di storia personale lasciata sopire nei cassetti a volte fatica a risvegliarsi e a riprendere vita.

Attraverso gli incontri di Cine Sud mi stai insegnando quella condivisione che, per timidezza caratteriale e umiltà unita a una certa dose d’insicurezza, sto capendo importante.

Per me di certo e per altri, forse.

La Memoria del Sentimento.

Con le mani impolverate dall’accumulo di sedimenti che si attaccano ai “plasticoni” delle diapositive, faccio ginnastica piegandomi sul tavolo luminoso e osservando attraverso la Lupe il mondo che è passato.

Tornano alla luce figure e colori che risvegliano ricordi.

Sento che qualcosa che va ben oltre lo scatto sta accadendo.

Poco importa la situazione, il punto di ripresa, addirittura il risultato finale.

E ancora meno mi sento interessato a capire se oggi, con quarant’anni di esperienze in più, avrei fatto diversamente.

Come un dolce genuino visto attraverso il vetro del forno, lievitano le sensazioni; più osservo e più sento gli odori, mi ritrovo a calpestare ghiaia rumorosa e assi scricchiolanti, il suono del mare di quel preciso istante irrompe e quella piccola immagine rinchiusa nella sua cornice di plastica bianca diventa schermo animato di cinematografo.

Ora guardo volti.

Dalle scatole delle foto mezzo formato e da quelle delle grandi lastre, urlano preghiere di libertà dal buio bambini divenuti oggi padri a loro volta e anime che non sono più (fisicamente), in mezzo a noi, e ancora personaggi che per pochi attimi mi hanno regalato il loro sguardo, e non solo.

Continuo a stentare a considerarli “scatti fotografici”.

E mi si arriccia invece il cuore per questo miscuglio di emozioni che provoca la memoria del sentimento, mi sento commosso e felice per il ritrovamento di frammenti che tanto profumano di archeologia personale.

Così Carlo, che da vent’anni non posso più abbracciare e che se la ride sereno a bordo della sua macchina rossa, mi riporta non solo in studio all’atto della ripresa, ma mi fa cenno di salire accanto a lui che ha voglia di discutere sul senso della vita e del significato di Amicizia.

Così Enrico dalla faccina buffa di bimbo spigliato non è solo l’attore per una confezione di biscotti Perugina: quando ieri sera è rientrato dal suo studio, l’ho guardato con occhi diversi e ho ritrovato lampi vividi della sua infanzia che non si spengono col passare del tempo.

Così Vittoria, allora ragazzina “da casting” e oggi attrice di primo piano mi rivela titubanze e timidezze che non sapevo (davvero non mi ricordavo neppure di averla fotografata), e allora niente sarà più com’era quando guarderò The Place di paolo Genovese o Baciami ancora di Gabriele Muccino.

Se questo sia uno dei compiti o meriti della fotografia proprio non lo so, dato per scontato che ciascuno di noi vive il suo profondo in modo differente, declinando le proprie emozioni in maniera assolutamente soggettiva.

Fatto sta che in me estrae quel qualcosa che va ben oltre il mero ricordo lasciato da un “lavoro” e la mente, al contrario, si adagia infilandosi in un piccolo ma incisivo ricercare quel me stesso che era dalla parte posteriore della macchina fotografica, quel lato che mi racconta e che mi spiega.

Com’ero. E come sono.

E forse anche quello che sarò.

Ti allego una dozzina di scansioni di diapositive che risalgono ai primi anni ’80 e a un magazzino abbandonato di manichini trovato chissà dove.

Il tema poco attuale allora, della violenza sulle donne, lo osservavo a modo mio, cercando con delicatezza di dichiarare ciò che ritenevo aberrante, ingiustificabile, oltraggioso.

Trovare negli oggetti la similitudine (forse un po’ banale, sicuramente acerba, ma senza presunzione alcuna), a volte è semplice.

Sicuramente illuminante.

E anche un piccolo reportage di una serata al circo, e di un pomeriggio al parco quando la luce calda del tramonto sbatte addosso a un paio di danzatori di strada.

Sono micro-capitoli de “Una Bellissima Avventura” (così si chiamerà il mio sito-racconto-fotoromanzo-slide show).

Ed è per chiederti un parere spassionato su questa metodologia così differente di presentazione.

So che hai poco tempo e come risposta mi basta: vai avanti così, oppure cambia rotta.

Un caro abbraccio,

Giò.

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