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Philip Jones Griffiths. Sulla fotografia in anarchia.

di Pino Bertelli

La pressione che un moderno Stato totalitario può esercitare sull’individuo è paurosa. Le sue armi sono sostanzialmente tre: la propaganda diretta, o camuffata da educazione, da istruzione, da cultura popolare; lo sbarramento opposto al pluralismo delle informazioni; il terrore… Il vincitore è padrone della verità… resta la memoria dei superstiti”.

Primo Levi

1. Sulla fotografia liquida

La fotografia contemporanea esprime bene la modernità liquida descritta dal sociologo/filosofo Zygmunt Bauman(1), e cioè il passaggio dalla società stanziale, basata sulla produzione, la famiglia, il consumo… a una società mutevole, mobile, fluidificante che contiene una politica dell’assimilazione e della diaspora… il potere seduttivo del carnevale consumerista nella modernità liquida è quello di soffocare il senso antico di comunanza e la liquefazione della società evaporizzata nei mercati globali, nelle guerre umanitarie, nei dividendi delle banche internazionali connesse alla politica criminale dei governi forti… garantisce la ricchezza di un numero ristretto di saprofiti e impoverisce un numero sempre più vasto delle popolazioni ai quattro venti della Terra.

Va detto. Ogni promessa elettorale è la storia di un tracollo. Se i proclami dei politici sono così accattivanti e condivisi da larghe fasce di elettori… è perché i politici, non meno dei vigliacchi, si sforzano ad introdurre nel corpo sociale regole e dogmi che ammutoliscono anche l’ultimo degli stupidi, che ancora crede che con la scheda elettorale si possa cambiare la cosa pubblica… bisognerebbe essere fuori del mondo come un cretino o un angelo per credere che nelle chiacchere di un capo di stato, un ministro, un finanziere, un sindacalista o un artista da salotto… possa esistere una qualche verità sostenuta a favore degli ultimi, degli esclusi o degli oppressi… solo l’arte del ribaltamento di prospettiva della società consumerista/autoritaria può inventarsi il diritto di vivere tra liberi e uguali. La fotografia liquida è sparsa ovunque… l’industria specializzata ha portato le immagini a una tale dimensione che tutti sono fotografi e tutti credono che ciò che fotografano sia la realtà. Vero niente. La realtà, come la verità, risiede nella bellezza o nel dolore dei secoli che cade in un’immagine, il resto è merda. Non ho incontrato un solo fotografo di grido che non abbia una mente disturbata e servente al mercimonio… si deve concluderne che esiste un legame fra il desiderio di idolatria e la disgregazione del cervello. “Il disprezzo è la prima vittoria sul mondo; il distacco l’ultima, la suprema. L’intervallo che li separa coincide con il cammino che porta dalla libertà alla liberazione” (E.M. Cioran)(2). È più facile intendersi con un illetterato che con tutta la masnada di sapienti che di smarrimento in smarrimento si trovano a pontificare sulle divinità ipocrite della società dello spettacolo che, come sappiamo (con Guy Debord)(3), è il monologo elogiativo che il potere tiene su se stesso.

Philip Jones Griffiths è un fotografo dell’anomalia… sa che la fotografia autentica esiste fintantoché vivono i poeti in anarchia che fanno del disinganno lo scarto per raggiungere finalmente il vero… appena la fotografia fa un balzo fuori della vita demistificata, la menzogna si vendica e riconduce il fotografo nella culla della soggezione… ma non tutti i fotografi si adeguano a codici, regole, convincimenti dell’ordine costituito e alcuni di loro — come Griffiths — risuscitano il piacere della disobbedienza e la traducono magistralmente in atti eversivi. La fotografia del disgusto disvela lo scoraggiamento dell’esistente e lo affranca alla conoscenza tragica della vita quotidiana. Conoscere la fotografia significa ricredersi su qualcosa, conoscere l’origine del male vuol dire ricredersi su tutto e fare della fotografia uno strumento di rivolta, che è la più arcaica e vitale delle reazioni dell’uomo.

Un’annotazione a margine. Philip Jones Griffiths nasce nel Galles, a Rhuddlan, (Denbighshire) il 18 febbraio 1936. Studia farmacia a Liverpool e inizia a fare il fotoreporter nel “Manchester Guardian”. Nel 1961 passa all’“Observer” e l’anno dopo è in Algeria per documentare la guerra di liberazione. Dal 1966 al 1971 fotografa la guerra del Vietnam (nel 1966 era entrato in Magnum Photos e diventa membro effettivo nel 1971). La pubblicazione del suo libro, Vietnam Inc. (1971, rieditato nel 2001, con la prefazione di Noam Chomsky), sommuove le acque inquiete della coscienza americana, mostra le sofferenze del popolo vietnamita e la stupidità di tutte le guerre… è un lavoro eccezionale che ha contribuito a modificare l’opinione pubblica degli Stati Uniti nei confronti della guerra. Il “Time Magazine”, lo ha definito — “Il miglior reportage di guerra mai pubblicato” —. C’è da dire che non sempre il Time, come molto giornalismo americano, fu tenero sul conflitto del Vietnam, anche se con il passare delle sconfitte americane e i mutamenti di rotta del governo a stelle e strisce, sfumò molto il suo patriottismo.

La deriva fotografica di Griffiths attraversa molti paesi… è in prima linea nella guerra in Cambogia, fotografa la siccità in India, la povertà in Texas, la guerra del Golfo in Kuwait… non trascura di lavorare in Inghilterra… i reportage sui minatori del Galles, il disarmo nucleare a Londra, i funerali politici in Irlanda del Nord, i Beatles… figurano cambiamenti e turbolenze della società inglese… lo sguardo è quello del partigiano (scegliere la parte con la quale stare) e maledice il terrore e le abluzioni bottegaie delle multinazionali a danno dei popoli impoveriti, sostenute dai governi occidentali e regimi “comunisti”, che sono l’ultimo asilo della violenza.

Nel 2003 Griffiths pubblica Agente Orange — Danni collaterali in Vietnam e nel 2005 Vietnam in tempo di pace. Agente Orange è un vero e proprio atto di accusa contro le gerarchie militari statunitensi per l’uso di defolianti (erbicidi) utilizzati in Vietnam, documenta gli effetti devastanti sull’ambiente e la popolazione nel dopoguerra.

Agente Orange, ricordiamolo, era il nome in codice dato dall’esercito americano al defoliante che fu buttato su tutto il Vietnam tra il 1961 e il 1971… voluto dalle amministrazioni Kennedy, Johnson e Nixon… i segretari della difesa erano Robert McNamara, Clark MacAdams Clifford e Melvin Robert Land. Le contaminazioni dell’Agente Orange (ancora oggi persistenti sul- le cortecce degli alberi) furono responsabili di malattie terminali, difetti della nascita e colpirono sia la popolazione vietnamita che i soldati americani. Tra i maggiori fornitori dell’Agente Orange c’erano Diamond Shamrock, Dow Che- mical Company, Hercules, T-H Agricultural & Nutrition, Thompson Chemi- cals, Uniroyal e Monsanto. Un rapporto governativo del 2003 (finanziato dalla National Academy of Science) è giunto alla conclusione che durante la guerra del Vietnam — i villaggi investiti da erbicidi furono 2181 e tra i due e quattro milioni di persone sarebbero stati vittime dell’irrorazione —. Nel 2004, vietnamiti ed ex soldati statunitensi hanno intentato cause di risarcimento dei danni contro le multinazionali produttrici dell’erbicida, ma le loro richieste sono state respinte… soltanto nel 2011, con un decreto, il Congresso degli Stati Uniti ha introdotto una legge a favore dei veterani di guerra e dei loro discendenti colpiti dalla cloracne e da altre malattie legate all’avvelenamento da Agente Orange… una sentenza della Corte Suprema di Seul (Corea del Sud) del 2013, obbliga la Monsanto a rimborsare le spese per cure mediche a 39 soldati sudcoreani che hanno avuto contatto diretto con l’ Agente Orange(4). Griffiths muore di cancro a Londra il 19 marzo 2008. Con lui scompare un umanista della fotografia sociale, ma restano le sue opere a testimoniare che l’essenza della fotografia è l’immagine, l’essenza dell’immagine è l’inno alla bellezza e alla giustizia.

2. Sulla fotografia in anarchia

La fotografia dell’autentico è un’intimazione rivolta contro le caste dell’ingiustizia che governano il mondo… la fotografia, quando è grande, figura il dolore di un’epoca e anche il suo riscatto. Fotografare significa figurare i propri rancori, disfarsi dei propri rimorsi, vomitare i propri segreti… far parte di un’opera di demolizione che rovescia crimini e miti, e afferma il disonore delle guerre e delle canaglie che le fanno. Fotografare vuol dire dissentire dalla ferocia dei governi e stare dalla parte della perduta gente. Fotografare è schierarsi col dolore delle vittime, mai con le medaglie dell’eroe, del profeta o del santo, perché lì regna la menzogna. La fotografia non ha generi… è brutta o bella, buona o falsa, giusta o ingiusta… è il risultato di una pienezza d’amore o una sommatoria di schifezze contrabbandate come arte. La fotografia muore per mancanza d’amore verso il bello, il giusto, il buono e, solitamente, è una ruminazione di formule, preghiere o confessioni senza un filo di decenza, né etica né estetica. Ogni apologia della fotografia del mercimonio dovrebbe essere un assassinio per discrezione (assassinare un re, un tiranno, un generale o un capo di Stato che autorizzano tutte le forme di genocidio, non è un assassinio ma un atto di giustizia). Per un fotografo di successo immeritato, la sventura più esecrabile è quella di essere capito.

La fotografia in anarchia di Griffiths non teme di essere compresa… interroga il fanatismo delle guerre, la povertà delle popolazioni colpite dai piani economici sovranazionali, il delirio di una società montante che mostra l’impoverimento dell’esistenza di un intero pianeta… le sue immagini, ovunque siano state fatte, figurano la crisi dell’autorità, la crisi della solidarietà, la crisi dell’accoglienza e si affrancano ai rapporti trasversali tra le persone, di ogni ceto, ogni nazionalità, ogni credo… sono il fiore o il frutto di una seminagione libertaria che dichiara la propria fragilità e al contempo la forza e il desiderio di sostituire la cultura dei bisogni indotti (dei mercati globali) con la riconfigurazione della comunità. Come Montaigne che non sapeva se era lui a giocare con la sua gatta o era la gatta a giocare con lui, Griffiths gioca con la fotografia sociale ed è uno tra i testimoni più acuti che ha fermato nella fotografia la spiritualità devastata, crollo di valori e bisogno di speranza della società contemporanea.

Le immagini della guerra del Vietnam sono ammantate di amorevolezza, commozione, fraternità verso vittime e carnefici… ne ricordiamo solo una. Tre soldati americani sono (in semicerchio) attorno a un vietnamita morente… sembra un cristo dei poveri… i soldati assistono alla sua sorte: uno è appoggiato al fucile, uno gli porge un po’ d’acqua, l’altro lo sostiene con una mano… il vietnamita è poco più di un ragazzo… ha la bocca aperta, gli occhi fissi al cielo… la guerra è bandita, l’amore, la compassione dell’uomo per l’uomo non ha frontiere né divise, supera tutte le atrocità commesse dalla ferocia dei dominatori, incapaci di comprendere che “democrazia significa organizzare la società per il bene di tutti e a spese di tutti, e non soltanto a beneficio di una classe privilegiata” (George Bernard Shaw, diceva nel Manuale del rivoluzionario, 1905)(5). Libertà significa responsabilità di sé e per l’altro, ecco perché la maggior parte dei politici la teme e la uccide.
Griffiths da qualche parte ricorda: “In guerra la verità emerge. Tesa tra la vita e la morte, la gente si rivela, getta la maschera e si mostra con un’onestà che non c’è altrove nella vita… tutto ciò che vale si fa con la passione. A 16 anni lessi su un giornale un’intervista a Robert Capa che parlava della Magnum: ricordo che mi entusiasmai perché diceva che l’agenzia si occupava anche della sua biancheria. La Magnum era un gruppo umanistico, con un’etica che affascinava un giovane comunista come me… Io ero giovane, m’interessavano i meccanismi del potere, ma capii che o lavoravo come Henri Huet, dell’Associated Press, con la speranza giorno per giorno che la tua foto finisse in prima pagina, o dovevo raccogliere pezzi, lentamente. Così raccontai la mia storia: l’attacco della potenza più tecnologica del mondo contro la popolazione più semplice del mondo.

Quando il libro uscì (Vietnam Inc., n.d.A.), non mi fu più permesso di tornare in Vietnam fino al ’76… A ogni singolo scatto sapevo di fotografare per i posteri, era molto difficile, io ero povero perché nessuno voleva comprare le mie foto. C’erano giorni in cui dovevo scegliere tra mangiare un piatto di riso e comprare un rullino. L’acqua con cui sviluppavo le foto era più pura di quella che bevevo.

Non pensavo che ai negativi.

Il difficile era capire come persuadere gli altri.

Si può farlo in due modi: o scioccandoli, ma rischi di disgustarli, o accendendo la loro umanità”. Dal momento in cui nasce la Resistenza contro la violazione dei diritti umani, l’ingiustizia non esiste più.
I bambini colpiti dai veleni dell’Agente Orange fotografati da Griffiths, raggiungono un’intensità emotiva mai vista prima. Come l’immagine della bambina inferma, legata a una seggiolina di legno con la testa inclinata, appoggiata a una bambola (tra gli alberi malati del suo villaggio)… è un’accusa all’inclemenza dei barbari delle guerre e denuncia il crimine contro l’umanità. Non si capisce niente della politica se si crede che i potenti rifuggano dalla malvagità per la quale sono stati eletti a rappresentare il popolo (sostenendo il contrario), o se si dimentica che i disastri della storia testimoniano le loro gesta e i deliri di onni- potenza spinti fino alla frenesia del genocidio.
La visione radicale di Griffiths fuoriesce in tutto il suo percorso creativo, anche quando fotografa nelle strade d’Inghilterra… va a “toccare” le gioie e i dolori dell’innocenza… i frammenti di vita quotidiana che fissa nella fotocamera fanno parte dell’umano che è al fondo di ogni immagine scattata nel mondo, contengono esperienze, aspettative, sogni… invece di fissarsi sulla società consumistica, vanno nella direzione opposta… le fotografie diventano connessioni, legami tra persone, l’essere insieme, ponti verso quella società aperta o migliore che alberga nei cuori degli uomini in Utopia.
I giochi dei bambini nelle strade, le braccia incrociate degli operai in sciopero, la ventata di cambiamento delle giovani generazioni che si affacciano alle turbolenze del ’68… debordano dalla sua scrittura fotografica e si richiamano all’alterità, alla solidarietà, al coinvolgimento degli ultimi, degli esclusi, degli indifesi… cercano di contrastare, eliminare la dura realtà della vita e respingere l’infelicità dappertutto. Quella di Griffiths è una fotografia dell’identità che lavora sulla perfezione incompiuta della bellezza e sembra dire che non dobbiamo ignorare nulla della secolarizzazione delle lacrime… è più importante mostrare quello che è giusto sapere, violare il sacro che rende le verità impenetrabili, e incuranti dell’opinione e del consenso di politici, religiosi, storici o delle folle… preferire verità impopolari a banalità artistiche intrise di invidia e di cinismo.
A leggere con attenzione le fotoscritture di Griffiths sull’Irlanda del Nord… si entra a pieno titolo in una guerra civile, dove vinti e vincitori sono accostati con delicatezza e rigore affabulativo… il fotografo gallese si accosta ai giovani irlandesi e ai soldati inglesi senza preconcetti, opinioni predeterminate, intenzionalità preesistenti… l’atmosfera che albeggia nelle sue fotografie è una fusione di corpi, gesti, atteggiamenti e restituisce alla storia la ritrattistica corale di una coesistenza difficile… è una cronaca in bilico tra la disperazione degli insorti e l’opportunismo degli invasori… è evidente che non è con i fucili che si esporta la democrazia e il martirio esacerbato delle religioni è comunque un’esercizio della pietà condizionata dalle gerarchie ecclesiali.

La fotografia in anarchia di Griffiths degrada la società sacerdotale o consumerista nella mediocrità delle sue intenzioni… il visionario che è in lui trionfa sugli scrupoli del teologo, la rapacità del finanziere, i crimini del militare e va alla radice effimera dell’edificio politico… getta il paradiso nella polvere e deride il dileguamento degli uomini di potere dalla realtà… il suo insegnamento etico/estetico ci è dedicato e ciò che ha lasciato nel vento delle anime insorte è quell’idea di bellezza che fa di un uomo il protagonista di un sogno di libertà e di giustizia per tutti gli uomini.

Chi fa la fotografia corrente non la capisce e chi vi partecipa in un modo o nell’altro né è vittima o complice. Come non sapere che senza l’inviolabilità del mistero ogni ordine crolla? Sul versante del dissidio, non solo fotografico, mentre alcuni fanno la rivoluzione, altri fanno pena! Ogni fotografia implica un’ascesa verso il falso o la rivolta a fianco del giusto… giacché la fotografia dominante non promuove né educa a valori che redimono gli orrori dell’uniformità… siamo assaliti dal rimorso di non praticare fino in fondo il diritto d’eresia, che salva la raffinatezza e condanna a morte la stupidità.

Note:

  1. Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, Bari 2003

  2. E.M. Cioran, Esercizi di ammirazione. Saggi e ritratti, Adelphi, Milano 1988

  3. Guy Debord, La società dello spettacolo, Vallecchi, Firenze 1979

  4. http://it.wikipedia.orgAgente_Arancio

  5. George Bernard Shaw, Manuale del rivoluzionario, Piano B Edizioni, Prato 2014

Articolo tratto da “La fotografia in rivolta” di Pino Bertelli

Edito da Interno4 Edizioni © 2019

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