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Paul Fusco o del Pensiero Laterale

di Federico Montaldo

8 giugno 1968. Paul Fusco è un fotoreporter in forza a Look Magazine. Non deve lavorare in quel sabato di lutto nazionale ma passa comunque in redazione a Manhattan. Due giorni prima Bob Kennedy, candidato democratico alle primarie, era stato ucciso con un colpo di pistola al cuore in un hotel di Los Angeles. Un altro Kennedy, un altro assassinio, un altro lutto.

Il funerale si tiene nella cattedrale di San Patrick, a Manhattan, ed è previsto che il feretro venga trasferito a Washington in treno per essere tumulato nel cimitero di Arlington, accanto al fratello John Fitzgerald Kennedy (JFK).

Il caporedattore, trovandolo, gli ordina di raggiungere il convoglio in partenza e salirci. Per fare cosa non è chiaro. Paul agguanta due Leica e una Nikon, una trentina di Kodakrome 64 e raggiunge la Penn Station. Mostra il tesserino e viene fatto salire – unico giornalista – sulla penultima carrozza, tra militari, funzionari e parenti, impossibilitato a raggiungere l’ultima carrozza ove si trova – inaccessibile – la bara di Bob Kennedy.

Peccato. Servizio sfumato, tempo perso. Dov’è la storia se manca il soggetto? All’arrivo ad Arlington i giornalisti e reporter sarebbero stati centinaia, e lui uno dei tanti.

Ma la storia c’è. Basta trovarla. Basta spostare l’attenzione. Basta “pensare laterale”.

La storia non è sul treno, ma è fuori.

La storia è l’America che scorre lenta come quel treno, per 8 ore, lungo 328 km, attraverso cinque Stati. L’America che piange, che saluta con il cappello in mano e l’altra sul cuore. Con la bandiera, un cartello o con un fiore, sull’attenti.  Sono le famiglie uscite di casa così come si trovano, in abiti da lavoro, in ciabatte, scalzi, a torso nudo. Bianchi, neri, bambini, operai, poliziotti, boy scout, casalinghe, pensionati, suore, padri, madri, neonati.

Un milione di persone lungo i binari del treno. Quello è il vero funerale: il funeral train.

Paul Fusco scatta oltre duemila fotografie. In movimento, spesso sfocate, sporche. E più il sole scende, più la bassa sensibilità della Kodacrome 64 confonde i volti e li dissolve, come in un sogno. Un sogno americano.

Paul ha realizzato un reportage capolavoro e lo ha fatto spostando lo sguardo, modificando l’attenzione, uscendo da uno schema dato.

Così come già fece nel 1937 Henri Cartier-Bresson, inviato a Londra per fotografare l’incoronazione di Re Giorgio VI°, che trovò la storia non su quanto avveniva sul palco reale ma riprendendo la folla assiepata sulla piazza e nelle strade. Guardando altrove, cambiando la prospettiva, mentale e fisica.

© Henry Cartier-Bresson

Come spesso accade ai capolavori, il reportage non viene subito compreso.   

Ripetutamente rifiutato per trent’anni, rimane a giacere nell’archivio di Magnum, della quale nel frattempo Paul Fusco era entrato a far parte. Un piccolo tesoro che vedrà la luce solo nel 1998, quando una giovane photoeditor di Magnum (Natasha Lunn) lo scopre e riesce a farlo pubblicare.

E qui il destino torna in gioco. Chi lo pubblica sarà infatti la Rivista George, fondata da John Fitzgerald Kennedy JR. (John John), figlio di JFK e nipote di Bob. Che a sua volta morirà tragicamente l’anno successivo, precipitando nell’Atlantico con il Piper che lui stesso pilotava nei cieli sopra Martha’s Wineyard, alimentando la leggenda della “maledizione” dei Kennedy.

Più tardi sarà una mostra e un libro, stampato e poi ristampato. Uno dei più sensazionali reportage del Novecento.

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