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Paolo Pellegrin e il fotoreportage, rigorosamente in bianco e nero

di Alessandro Tarantino

Mi interessa di più una fotografia che è ‘incompiuta’, una fotografia che è suggestiva e può innescare una conversazione o un dialogo. Ci sono immagini che sono chiuse, finite, a cui non c’è modo di entrare”

Paolo Pellegrin è uno dei più importati fotoreporter al mondo che ha documentato molti dei principali disastri e conflitti di questa generazione, dalle rivoluzioni alle guerre agli tsunami.

Nato a Roma nel 1964, una laurea in Architettura prima di concentrarsi sullo studio della fotografia, Pellegrin ha sviluppato il suo lavoro secondo l’intenzione di creare “un ponte”, di fare della fotografia il mezzo espressivo che vada «oltre la superficie, che vibra, che risuona».

E lo ha portato in giro per il mondo, questo approccio: Libano, Iran, Palestina, Romania, Afghanistan, Libia, Cuba, Stati Uniti, Mali, Egitto, Algeria, Haiti, Tunisia e Indonesia. Nel suo curriculum il lavoro per Newsweek, Agence VU e soprattutto Magnum Photo.

Lungo e prestigioso l’elenco dei premi: dieci premi World Press Photo, numerosi Photographer of the Year, una Leica Medal of Excellence, un Olivier Rebbot Award, Hansel-Meith Preis e Robert Capa Gold Medal Award oltre al W. Eugene Smith Grant in Humanistic Photography.

Innumerevoli le riviste che hanno pubblicato i suoi scatti tra cui il Time e il New York Times, tanto per citarne un paio.

I suoi scatti sono spesso concentrati sulla violenza costante e quotidiana della società 

americana, alla discriminazione razziale, al problema delle armi, alle disparità economiche e alla cultura della sorveglianza su poveri e immigrati. Tredici anni fa, ha cominciato a raccogliere ritratti e storie per farne un documento, una sorta di catalogo di esistenze violate, di diritti dimenticati, un lavoro commovente e straordinario che aggiorna nel tempo.

Ha raccolto più di cento storie, che nelle sue mostre vengono esposte separatamente in una stanza a parte ma il lavoro non è finito e forse non lo sarà mai. Fino al 20 giugno, il lavoro è in mostra a La Venaria Reale

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Non è facile trovare un buon educatore!
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