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Mario De Biasi, fotografie: 1947-2003. In mostra l’instancabile narratore del Mondo

di Alessandro Tarantino

Italia degli anni ’50, alle porte del boom economico e della rivoluzione dei costumi di una società in pieno fermento. Il bianco e nero di quegli anni è caratteristico, riconoscibile. I tagli dei capelli maschi, i completi un po’ larghi e le camicie a maniche corte. Una sigaretta spesso in bocca e una Lambretta, vero status symbol di quegli anni, parcheggiata e usata come panchina per scambiare quattro chiacchiere con gli amici. E poi gli abiti e le acconciature femminili, diventati icona di stile e spesso ripresi, oggi, per nuovi spunti modaioli.

C’è tutto questo e molto di più in uno scatto fotografico dal titolo “Gli italiani si voltano”, che rese celebre il suo esecutore, Mario De Biasi, e la protagonista, Moira Orfei: è il 1954, la 23enne attrice ed erede della famosa famiglia circense di affaccia al jet set milanese con la sua avvenenza quasi sfrontata. Tutto attorno a lei, bellissima in un abito bianco, le fanno da sfondo e da cornice decine di uomini ammaliati dalla sua bellezza. Alle loro spalle la Galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Quello scatto servirà a trasformare Moira Orfei in un’icona.

Quarant’anni più tardi, nel 1994, quella foto divenne la copertina di una mostra sull’Italia curata dal Guggenheim Museum di New York. Oggi è anche la locandina promozionale della mostra dedicata a Mario De Biasi, che all’epoca dello scatto era un 31enne ex radiotecnico che da poco era entrato nella redazione del settimanale “Epoca”. De Biasi è scomparso nel 2013, a 90 anni, ma le sue fotografie sono rimaste a raccontare l’età d’oro di Milano e del jet set internazionale. Divenne rapidamente una leggenda del fotogiornalismo, protagonista del periodo in cui il settimanale conteneva un inserto di sedici pagine senza pubblicità. De Biasi firmò 130 copertine. Nel ’54, in Egitto, riuscì a intrufolarsi nella casa di Nasser e a fotografarlo in compagnia del figlio. Nel ’56, a New York, immortalò David Niven e Aristoteles Onassis.

«Un giramondo sempre pronto a partire», così lo descrive oggi la figlia Silvia. E la descrizione è certamente calzante: nei suoi viaggi di lavoro figurano anche Budapest, dove fu anche ferito dalle schegge di una granata, Teheran, Houston, dove fotografò Armstrong e Aldrin prima del loro viaggio verso la luna nel 1969. E poi ancora la Siberia, il Messico, l’India e l’Uganda.

Tra gli scatti più belli di De Biasi c’è quello in cui, durante le prove per uno spettacolo a Rimini, catturò l’immagine di due ballerine in volo. Un’immagine potente e dinamica, ai limiti dell’impossibile per l’epoca, era il 1953, con l’attrezzatura di allora e dalla posizione da cui è scattata.

Dall’enorme archivio fotografico che Silvia ha realizzato negli anni successivi alla morte del padre, Enrica Viganò ha tratto una mostra (allestita fino al 31 luglio prossimo) alla Casa dei Tre Oci di Venezia: 216 fotografie, di cui metà inedite, racconta un periodo lunghissimo di attività del grande fotografo, dal 1947 al 2003: «Era il momento! – osserva la curatrice -. Si sentiva la necessità di una mostra antologica che celebrasse il talento di Mario De Biasi in tutte le sue sfaccettature. Il fotoamatore neorealista, il fotoreporter di Epoca, il testimone della storia, il ritrattista di celebrità, l’esploratore di mondi vicini e lontani, l’artista visuale, l’interprete di madre natura, il disegnatore compulsivo e creativo. Tutto il suo lavoro è un inno alla vita».

Accanto alle fotografie verranno esposti molti materiali, volumi, i numeri originali della rivista Epoca, alcuni telegrammi, tra i quali quelli di Enzo Biagi e Arnoldo Mondadori, quaderni e due approfondimenti audiovisivi. L’intervista di Laura Leonelli in cui Mario De Biasi racconta la sua esperienza di fotografo e una proiezione di immagini, selezionata da Silvia con i servizi per la collana di “Epoca” intitolata Le meraviglie del mondo.

Accompagna la rassegna il catalogo edito da Marsilio con i saggi di Enrica Viganò, Denis Curti e Angelo Ponta.

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