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London by Gian Butturini

di Cine Sud Foto Magazine

Londra, 1969. Un giovane grafico, già piuttosto affermato, muove i suoi passi in una città che cambia, in balia tra vecchi equilibri e giovani rivoluzioni, rimanendo incantato dall’amore e dal marcio, dalla piramide sociale e dallo sciame in rivolta per buttarla giù. È qui che Gian Butturini toglie le vesti del grafico per vestire quelle del fotografo, muovendosi in un’ottica fortemente documentaria e allo stesso tempo puramente curiosa, a metà tra flâneur e attivismo sociale.
Quelle fotografie sono cruciali per la vita di Butturini, ma più di tutto come testimonianza storica: è quasi assurdo il fatto che il primo corpus di immagini di un fotografo sia quello che lo renderà più celebre ai posteri. 

L’innata curiosità di Butturini è il motore delle sue esplorazioni quotidiane, tra parchi pubblici e metropolitana, piccoli quartieri e vialoni principali: il fotografo riprende con la stessa importanza scene di strada, viottoli che odorano di classe operaia e tossicodipendenze, ma anche l’amore, i movimenti giovanili, e tutto quello che poteva essere una città come Londra nel periodo sessantottino. Fotografa classe operaia e borghesia inglese, bimbi nazisti e splendide hippie, giovani amanti e vecchi d’altri tempi: a Butturini interessa il ritmo della vita metropolitana e i suoi suoni, in particolare quelli più bassi, silenziosi e inosservati.

Di rientro dall’epifanico viaggio, succede che a Butturini piaccia di più indossare la veste di fotografo: ecco che abbandonato definitivamente il mestiere di grafico/designer, il bresciano intraprende il suo cammino nel mondo, ponendo la sua macchina fotografica al servizio di quell’umanità in fondo alla catena alimentare, in un clima tra denuncia e dignitoso rispetto per la vita e i suoi valori. 

Tra un viaggio e un altro, il fotografo realizzerà diversi racconti fotografici di altissimo valore storico-culturale, come Tu Interni…Io Libero, libro sul tema dell’internamento psichiatrico, o ancora i reportage sulla repressione inglese in Irlanda,   la rivoluzione cubana, il Cile di Allende, giusto per nominarne alcuni. 

Ma torniamo un attimo indietro, al rientro da Londra. 

Da una stretta selezione di fotografie e un’impaginazione all’avanguardia degna di un grafico, vede la luce il libro London by Gian Butturini, stampato a spese dell’autore e in tiratura di 1000 copie, esaurite nel giro di un attimo.

È evidente da subito che siamo davanti a uno dei volumi più importanti dell’epoca, un libro che ha saputo raccontare Londra e i suoi cambiamenti senza alcun filtro… se dovessimo fare nomi, potremmo benissimo affiancare il lavoro di Butturini a Robert Frank, William Klein, Tony RayJones.

Similmente al fotografo italiano, Tony Ray-Jones deve gran parte della sua fama attuale a Martin Parr, eclettico fotografo e promotore della cultura fotografica, sebbene le due storie non abbiano lo stesso lieto fine. 

Dal momento in cui Parr scopre il libro su una bancarella, farà di tutto affinché London by Gian Butturini venga diffuso ovunque, arrivando a curarne una ristampa con l’editore bolognese Damiani, scrivendo personalmente la prefazione:
Secondo il fotografo di Magnum, quello di Butturini è una documentazione esemplare di Londra nei cambiamenti della scena sociale e giovanile, oltre che della cultura beat di fine anni ’60, un vero e proprio “Gioiello Meraviglioso”, da preservare e diffondere.

Dopo un duro lavoro, nel 2017 la ristampa di London è sul mercato, finalmente accessibile a tutti. E questo dovrebbe essere il lieto fine dell’avventura londinese di Gian Butturini, se non fosse che l’autore viene accusato di razzismo e il volume dev’essere ritirato dal mercato e destinato al macero. Ci sarebbe tanto da dire già solo sul concetto di libro destinato al macero (a quanto pare la lezione di Bradbury non è ancora stata assimilata completamene), ma è paradossale che a finire nel mirino di un movimento per i diritti civili sia stato proprio il lavoro di un fotografo da sempre in prima linea contro la disuguaglianza. 

Al centro delle polemiche l’accostamento di due fotografie: da una parte la stanca signora di colore chiusa al lavoro dentro il gabbiotto della biglietteria, che guarda all’esterno con uno sguardo indescrivibile, dall’altra il gorilla Guy Fawkes dietro le sbarre dello zoo di Londra.

Butturini considera questo dittico così importante da parlarne nella sua introduzione al volume: 

<< Ho fotografato una donna nera, chiusa in una gabbia trasparente; vendeva biglietti per la metropolitana: una prigioniera indifferente, un’isola immobile, fuori dal tempo nel mezzo delle onde dell’umanità che le scorreva accanto e si mescolava e si separava attorno alla sua prigione di ghiaccio e solitudine>>.

Nell’altra gabbia, il gorilla Guy Fawkes, rinchiuso da quarant’anni a ricevere con dignità e fermezza il cibo e gli scherni lanciati dal pubblico. 

È palese il fatto che le due gabbie siano la rappresentazione delle segregazioni di una Londra segnata da emarginazione e dall’alienante lavoro degli immigrati; oltretutto basterebbe anche cercare su internet il nome Guy Fawkes per capire quanto questa campagna di cancel culture fosse fuori luogo. 

Il libro è finito fuori commercio, ma per fortuna è stato salvato dal macero grazie all’impegno degli eredi di Butturini, oltre che da una moltitudine di autori e nomi di spicco del mondo della fotografia e della cultura in generale, schieratisi apertamente contro questa campagna.

Oggi l’associazione Gian Butturini lotta affinché il libro possa tornare in commercio, ma più di tutto porta avanti la testimonianza di un uomo che ha vissuto una vita a fianco delle minoranze.

<< Gian Butturini è stato un personaggio fantastico. Ha dedicato la sua vita ad una milizia difficile, bella ed intensa. 

Non è stato soltanto un reporter ma un narratore fotografico in quanto autore di una quarantina di album consacrati sempre e comunque al mondo degli ultimi. […]
Ha percorso il mondo per solidarietà con i popoli in rivolta, con gli uomini che soffrono, con le moltitudini sfruttate che fotografava con pazienza e rispetto. Ha prodotto documenti di grande forza e libri fotografici che nel loro insieme comporrebbero un grande affresco, pubblicati da editori attenti all’impegno ma privi tuttavia dell’accesso alla grande distribuzione. Ciò ha fatto spesso di molti lavori, nell’enorme produzione di Gian, dei rari oggetti di culto. […]
Non ha mai smesso di inseguire i suoi sogni, di denunciare le realtà più atroci con l’inquieta volontà di chi vuol andare a vedere cosa c’è al di là della collina.>> 

Mario Dondero

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