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Lo Squalo

di Tiziana Bonomo

©Silvano Pupella, Assemblaggio Prua, 64/70 Steel, La Spezia, 2019

Cosa leggete in questa immagine? Cosa riconoscete in questa fotografia?
Prendete il vostro tempo. Aspettate a leggere le mie parole lasciatevi trasportare dal b/n e guardate ogni minimo dettaglio.

Sembra al primo sguardo uno squalo duro, di ferro, con una ben definita silhouette. Quella di una nave? E sembra squarciare il cielo. In quale luogo? Avanza o è immobile? L’uomo all’interno cosa fa? Se quelle bianche sono nuvole l’uomo è molto in alto e piccolo e lo squalo è molto grande. E poi l’uomo sembra un po’ seccato ma disinvolto lì in alto, senza protezione…forse così in alto allora non è. La suggestione del movimento fa pensare anche ad un aereo con uno strano senso di leggerezza, irreale forse disegnato con Photoshop.

È una immagine potente che produce un po’ di stupore, un po’ di inquietudine e molta curiosità. E il bianco e nero accentua la drammaticità della scena.
Questa immagine fa parte di un suggestivo reportage fotografico di Silvano Pupella fatto per raccontare il lavoro dentro il cantiere navale Sanlorenzo di La Spezia ed in questo caso durante la costruzione di una imbarcazione che supera i 64 metri di lunghezza: un super yacht, l’ammiraglia della flotta. È un primo piano: un pezzo di muso della nave.

E sapete cosa realmente sta accadendo?
È un preciso momento della lavorazione quando si uniscono due pezzi a formare la prua. Le due parti devono essere incastrate dall’interno e l’uomo che si vede dà le indicazioni al gruista per le manovre. Sono gli uomini che non si vedono dentro la “bocca dello squalo” che aiutano con le mani nelle manovre per bloccare perfettamente le due parti di acciaio. Il pezzo basso è inserito in una impalcatura e l’altro pezzo è quello issato con una gru. Questa fotografia fa parte di un puzzle che è tutto il lavoro manuale per costruire l’imbarcazione. Nulla di automatizzato. In totale 34.000 pezzi che vengono saldati uno a uno. L’uomo si trova ad un’altezza di 10-12 metri ed è messo in sicurezza con una protezione a terra. L’effetto ottico della ripresa dal basso e anche molta fortuna fa apparire “lo squalo” immerso in nuvole incombenti, vicine.

Questa immagine ci introduce nel delicato tema della fotografia industriale di cui Silvano Pupella è un prestigioso rappresentante per l’attenzione che dedica al lavoro nelle aziende. Lavoro quindi uomini seppur il termine fotografia industriale contiene molto di più: architettura, produzione, paesaggio, tecnologia, ambiente, denuncia. Lafotografia industriale ci viene presentata come il racconto dei processi di produzione e la realizzazione di beni e prodotti ma anche come la fotografia che serve a immortalare gli strumenti, i macchinari e i laboratori animati da volti e processi seguendo un filo narrativo volto a mostrare il meglio dell’azienda.

La memoria mi porta a quelle che forse sono le prime immagini di una industria che forse mostra il lato meno umano con la denuncia di Lewis Hine all’inizio del ‘900 dei bambini lavoratori. Le prime immagini aziendali portano quindi alla luce realtà più di denuncia sullo stato di un lavoro difficile che il valore dell’azienda. Un’industria che rispecchia, nei tanti archivi delle nostre aziende italiane, la situazione bellica. Un’industria che continua a farci vedere una società povera, affaticata che già allora mostrava il lato inquietante di un progresso che a tutti costi doveva avanzare con o senza il consenso di una società assetata di progresso, di beni, di prodotti, di tecnologia. Ecco che le immagini di W. Eugene Smith sono rappresentative di una estetica meravigliosa che mettono in mostra la potenza maestosa dell’anima industriale più cattiva. È nero il forgiatore nella foto “Steelworker, 1955/57” o è sporco del nero dei fumi del forno nell’acciaieria? E il bianco della colata dai forni dell’acciaieria, “Steel mill,1955/57” sempre a Pittsburgh, trasuda di quell’agghiacciante bellezza che si respira nei film gialli per scoprire chi sarà la prossima vittima.

È tutto imponente e forse è Margareth Bourke White che rilascia nella copertina di Life la capacità ingegneristica dell’uomo di evolvere per proteggere, per mantenere con La Diga di Fort Peck, Montana nel 1936 un ambiente che si immagina più forte della stessa architettura nell’immagine.

Anche questa è fotografia industriale …un’industria al servizio della comunità. Naturalmente i Becker in questa storia sono stati fra i fotografi che hanno saputo dare una definizione contemporanea di paesaggio industriale. Arte industria società. Forse bisogna aspettare gli anni ’70 per assistere ad un utilizzo più consapevole del linguaggio messo a punto da scelte fatte da fotografi come Basilico con Ritratti di fabbrica, o gli anni ’80 con le immagini di Berengo Gardin con l’industriale Alberto Alessi, i designer Achille Castiglioni, Enzo Mari, Aldo Rossi, Alessandro Mendini e un visionario come Olivetti che ha voluto restituire l’immagine di un’azienda a dimensione “uomo” chiamando i fotografi più affermati per riprendere gli ambienti di lavoro, i paesaggi di Ivrea e i tanti prodotti per scrivere anche su di lui.

Lee Friedlander, Josef Koudelka, Lisette Model, Edward Burtynsky, Mitch Epstein, Kathy Ryan, David LaChapelle, Carlo Valsecchi sono alcuni dei tanti nomi che proprio una donna, imprenditrice e filantropa italiana, ha raccolto in uno spazio a Bologna, la fondazione Mast, dedicato alla fotografia del mondo del lavoro.

Ha intuito o forse è stata accuratamente indirizzata a sostenere questo mondo fotografico in uno spazio dedicato per poterlo fare conoscere e offrire, gratuitamente, di coglierne le tante sfumature.
L’industria oggi deve fare i conti con il passato e con un futuro tutt’altro che facile. Un’industria che non può più evitare il rispetto per l’uomo, per l’ambiente e per quell’innovazione che implica ricerca continua. Un’industria che dovrebbe allentare l’ansia di una prestazione senza limiti per un successo che può considerarsi tale se trova equilibrio con se stessi nel paesaggio sofisticato di una società sempre più complessa.

Silvano Pupella è sempre più un testimone credibile, significante di questa evoluzione per rappresentare con le sue fotografie quell’identità aziendale di concreta sostanza e di affascinante immagine.

Silvano Pupella Bio

Per oltre trent’ anni si è occupato di impresa e azienda ricoprendo da manager diversi ruoli di responsabilità. Tuttavia la passione, una vera e propria seconda vita, la sta vivendo con la fotografia alla ricerca di contrasti da svelare e fissare attraverso l’immagine. Per Pupella la fotografia non è solo immagine, è un ricco contenitore di sensazioni, emozioni che alimenta e stimola i sensi, va vista, “sentita”, toccata. Per questo, nel corso degli anni ha cercato materiali, supporti e tecniche di stampa che permettessero di esaltare e trasmettere la ricchezza dei sensi contenuti nelle immagini. Silvano Pupella fa della fotografia il linguaggio primario del lavoro aziendale. Immortala la “brand identity” esaltandone i valori, le competenze, quell’essenza intangibile che rende un’impresa unica. Ogni azienda lascia tracce di sé, segni distintivi del proprio essere: i suoi prodotti, i valori che comunica, le persone che la interpretano e la rappresentano. Il lavoro di Pupella è ricercare queste tracce. Gioielli, assicurazioni, pneumatici, yacht, restauri d’arte sono mondi fatte di persone che lavorano assiduamente a tutti i livelli. Il lavoro per l’azienda di yacht più importante al mondo: San Lorenzo Cantieri è stato oggetto, nel 2019, di una mostra “Naviganti” presso le Sale De Maria della Casa dei Tre Oci a Venezia.

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