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La pellicola: esperienza di utilizzo [Nicola Buonomo]

Parte della mia ricerca fotografica si avvale dell’utilizzo della pellicola.
Scatto in pellicola in momenti determinati, quando perfino il mio corpo è a chiedermelo: per un’esigenza psicofisica.
Scatto in pellicola quando mi accorgo che il mondo intorno a me diventa troppo veloce ed io, al contrario, ho solo necessità di rallentare.
Scatto in pellicola per respirare meglio, per vedere “nuovamente” quello che davo per scontato; per tentare di far cadere il velo dei pregiudizi dalle cose già viste: dai monumenti ai fili d’erba. Potrebbe sembrare un pensiero astruso, proverò a spiegarmi: utilizzo prevalentemente pellicole in formato 120, quelle in rulli, definite “medio formato”. Queste pellicole le utilizzo con una vecchia Hasselblad 500 a pozzetto, montata sul treppiede. Così, mentre cammino con treppiede e macchina in spalla, ad un certo punto mi fermo attratto da qualcosa. Sistemo il treppiede e la macchina fotografica e mi chino a guardare nel pozzetto. La pellicola, dunque, al di là delle sue proprietà tecniche intrinseche, rappresenta per me, in primis, il pretesto per utilizzare una vecchia macchina a pozzetto che, a differenza delle macchine fotografiche elettroniche, richiede una qualità di presenza differente; diventa un medium per azzerare gli automatismi (sia elettronici che mentali) e tornare in ascolto del contingente e del necessario.
Mi richiede quella lentezza che la tecnologia risparmia a chi ricerca la velocità a tutti i costi.
Ho scoperto, nel tempo, che essere lenti nello sguardo permette di rimanere indietro quel poco che basta per contare un filo d’erba in più. Scattare in pellicola mi permette di praticare l’esercizio della contemplazione con maggiore facilità. “Contemplazione” contiene la parola “templum” ed il templum, era quel quadrato o rettangolo che gli aruspici formavano col bastone nel cielo per trarre le loro interpretazioni a seconda del movimento che le aquile compivano dentro la cornice [1].

Floresta, Messina 2019

Così contemplo ciò che ho davanti e l’immagine speculare presente nel pozzetto. Mi chiedo se ciò che vedo sia <<specchio della realtà o finestra sul mondo>> [2]: non mi rispondo.

Ricerco una qualità della presenza differente: contemplare rallenta persino la frequenza del respiro ed i muscoli si stendono. Con questo “essere ed esser-ci” percepisco che l’immagine che vedo non è del tutto bilanciata: mi sposto un poco, mi avvicino di più al soggetto. Ecco: adesso, per dirla alla Shore, l’immagine è <<risolta>> [3].

S.Saba, Messina 2020. Stampa cromogenica da negativo a colori

Bibliografia

 

  1. Arasse D. Storie di Pitture, Piccola biblioteca Einaudi,2014
  2. Ghirri L. Lezioni di fotografia, Quodlibet, 2010
  3. Shore S. Lezione di fotografia, La natura delle fotografie , Phaidon, 2010

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