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La mia prima fotocamera – Una lunga storia d’amore

di Rino Giardiello

Ammetto di provare un po’ d’invidia verso tanti miei colleghi che hanno iniziato a fotografare ancora in fasce. Purtroppo io no e, pur amando tantissimo la fotografia sin da ragazzo, non sono cresciuto in una famiglia che mi supportasse per questa “inutile” e costosa passione.

Per questo motivo, ho dovuto attendere i tempi dell’università quando, studiando e lavorando per mantenermi lontano dal nido protettivo della famiglia, decisi di comprare la mia prima “vera fotocamera” e devo ringraziare la stima e la fiducia di un negoziante che mi disse “Prendila, me la paghi un po’ alla volta” senza alcuna formalità e garanzia. Ma procediamo con ordine.

Da bambino ebbi una fotocamera che oggi sarebbe da collezione: la ARROW MINI CAMERA, praticamente un minuscolo giocattolo (58x36x33mm per 36g) con un ancor più minuscolo obiettivo privo di diaframma e messa a fuoco con un pulsante di scatto/otturatore a tempo fisso. Le prime erano fatte in Giappone, le ultime a Hong Kong, ma la sostanza non cambia: corpo e lenti erano di bassissima qualità (anche la fusione di alluminio era piena di taglienti sbordature). La ebbi con un solo rullino, quello in regalo con la fotocamera, che adoperai con grande parsimonia scattando solo “foto ragionate”, ma non fu mai portato a sviluppare e, dopo un po’, sparì anche la fotocamera. Il mio sogno di fotografare fu stroncato sul nascere.

Dovetti aspettare la mia Prima Comunione per ricevere in regalo una fotocamera. Ne chiesi una buona al mio padrino di Cresima, ma preferì regalarmi un orologio d’oro che non ho mai portato (ancora oggi non porto orologi). Devo ringraziare un fratello di mio padre se, sentito il mio desiderio di avere una macchina fotografica, fece di tutto per farmi felice. Ma, anche se era il più affettuoso degli zii, era lo “zio povero” e mi regalò una Comet Bencini, uno dei modelli più economici con rullo 127. Tempo fisso di scatto, diaframma fisso, un’approssimativa messa a fuoco con scala metrica sull’obiettivo. Non era un granché ed il mirino era poco più di un buco, ma bastò per iniziare a farmi fotografare e, soprattutto, a farmi ragionare sulla composizione e la luce per scattare foto ben più belle di quella che era la reale qualità della Comet Bencini.

La Comet Bencini mi ha accompagnato nel mio desiderio smodato di conoscere il mondo arrivando con me sino in Svezia su una Dyane di quarta mano. Un paio di jeans, uno zaino, diversi rullini fotografici ed il baule pieno di lattine d’olio perché la vecchia Dyane consumava più olio che benzina.

La passione per la fotografia cresceva, ma, non avendoli, l’avevo indirizzata più sulla cultura delle immagini che sugli strumenti. Leggevo molte riviste di fotografia, arte, architettura e oggi credo di essere stato fortunato ad imparare tutto quello che serviva per “vedere le foto” senza farmi viziare dalle prestazioni di una buona fotocamera. Arrivò però la necessità di migliorare la qualità delle mie foto e di cominciare ad applicare le nozioni tecniche che avevo appreso, così riuscii a procurarmi una vecchia Voigtländer Perkeo I.

Rispetto alla Comet Bencini era un altro pianeta: un buon obiettivo Voigtländer Vaskar 80mm F/4.5 che diventava ottimo grazie al formato della pellicola 6×6. Finalmente tempi e diaframmi per poter esporre come volevo, assumendo il controllo delle immagini. Purtroppo niente telemetro per mettere a fuoco con precisione e niente esposimetro, ma con la Regola del 16 imparai a valutare così bene la luce che, anni dopo, facevo le scommesse con gli amici sui valori di esposizione prima di verificarla con l’esposimetro delle nostre reflex.

Insieme alla Voigtländer comprai un ingranditore Durst per il 6×6 ed iniziai a sviluppare e stampare da me. Questa fotocamera mi accompagnò fino ai primi anni di Università e le mie foto erano talmente buone che, sollecitato dal mio negoziante-fotografo e dai professori, mi ritrovai in pochi anni a passare dalla Voigtländer ad una buona reflex 35mm e quindi al banco ottico.

La scelta della mia prima reflex 35mm fu molto lunga e mi documentai tantissimo. Avevo degli amici “esperti”, ma non ero soddisfatto delle loro risposte o dai motivi delle loro scelte. All’epoca andavano ancora per la maggiore le reflex meccaniche e manuali, in particolare la Nikon FM e modelli precedenti, ma cominciavano ad apparire le prime reflex semiautomatiche come la Nikon FE, ottime fotocamere, snobbate – come accade ancora oggi per ogni soluzione innovativa – dai “veri fotografi”, quelli per cui “Vuoi mettere se giri tu tempi e diaframmi (per ottenere l’OK dell’esposimetro) e la fotocamera che mette da sola il tempo che lei ritiene giusto?”. Ero giovane, ma l’affermazione mi sembrava stupidissima anche allora e, purtroppo, continuo a sentirla dire ancora oggi.

Puntai direttamente alle fotocamere manuali e semiautomatiche (automatismo a priorità di diaframmi) come la Nikon FE, la Pentax ME Super, la Olympus OM2 e altre dello stesso tipo. Sulla carta erano tutte simili, ma c’erano quelle piccole differenze che possono trasformare una scelta da giusta a sbagliata e questo è il motivo per cui, a chi mi chiede suggerimenti per comprare “una buona fotocamera”, rispondo sempre “Che ci devi fare? Cosa ti piace fotografare?”.

La Nikon FE era una validissima reflex, completa di tutto quello che mi serviva ed io, pur avendo usato solo la Comet Bencini e la Voigtländer Perkeo, avevo le idee chiare su cosa avrei voluto fare con la mia prima reflex.

1) Fotografia di architettura (quindi mi interessava sapere la distorsione degli obiettivi grandangolari perché non c’era Photoshop per correggerla).

2) Foto creative con le doppie esposizioni.

3) Eventuali foto con il flash di schiarita, quindi sincroflash elevato.

Questi punti mi permisero di scartare subito alcune fotocamere e, purtroppo, quella che mi piaceva di più: la Olympus OM2. Potevo anche passare sopra il tempo di sincroflash di 1/60, ma non alla mancanza del comando per le esposizioni multiple. Stesse mancanze per la Pentax ME Super, restava la Nikon FE che era indubbiamente la favorita ma, il mio negoziante di fiducia mi mise davanti una Contax 139: “Appena arrivata. Questa non l’hai presa in considerazione?”. 

No, non l’avevo considerata affatto. Era stupenda, bellissima da toccare e da usare, elegante, sobria e moderna con i tempi controllati al quarzo. Il pulsante di scatto elettromagnetico era una piuma, i tempi coi LED nel mirino si vedevano anche con poca luce. Nulla a che vedere con il pur affascinante carro armato della Nikon.

Sincroflash? Elevato.

Doppie esposizioni? Le fa.

Prezzo? Un po’ più cara della Nikon, ma non erano quei pochi soldi in più a fare la differenza. Semplicemente, non li avevo.

Lo dissi con sincerità al negoziante, la Contax mi piaceva, ma non arrivavo neanche alla metà del prezzo ed avrei dovuto mettere da parte ancora per un po’.

Non rispose nulla. Prese dallo scaffale alle sue spalle lo Zeiss 50/1.7 e mosse le due scatole verso di me. “Prendila e ti serve un obiettivo per usarla. Inizia con il ‘normale’. I soldi me li porti un po’ alla volta, quando li hai”.

Uscii dal negozio con la testa che mi girava ed il mio tesoro tra le braccia. In pochi mesi saldai tutto, mi tolsi il 50mm (mai avuto feeling con questa lunghezza focale) e presi lo Zeiss 25/2.8 ed il Tamron 90/2.5 Macro. Con il Tamron iniziai a fare i miei esperimenti ed arrivai ai Graffiti di luce che non piacevano ai miei amici del club fotografico (all’epoca andavano solo foto di paesaggio e di ragazze poco vestite) e non li avrei mai potuti fare senza le esposizioni multiple, un obiettivo macro e la mia fantasia. Decisi di farli vedere alla rivista fotografica REFLEX che li apprezzò e con la quale, in seguito alla pubblicazione del portfolio, iniziai una collaborazione più che ventennale e delle amicizie che proseguono ancora oggi.

Rino Giardiello © 04/2021

Riproduzione Riservata

Gli articoli della Contax 139 e della Voigtländer Perkeo I sono disponibili su Nadir Magazine.

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