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…la fotografia.

di Tommaso Attanasio

…e luce fù…

Quando qualcuno mi ha chiesto quale fosse il mio rapporto con la fotografia per un attimo sono rimasto meravigliato.

Non perché la domanda fosse fuori luogo, né perché non potesse ravvisarsene la necessità, io sono rimasto perché io stesso non mi ero mai posto quella domanda in tanti anni. Tanti anni…. ma in realtà quanti anni? Non ho mai imparato a disegnare, dipingere, rappresentare in qualche modo grafico le mie idee e questo forse dipende dal fatto di avere scelto, fin da subito, come strumento di rappresentazione delle immagini la fotografia.

Fotografia che, mi rendo conto, è diventata un naturale modo di esprimermi non tanto e non solo per raccontare, per comunicare per dire agli altri, ma soprattutto per dire a me stesso, per raccogliere appunti, conservare emozioni, raccogliere frammenti di ciò che mi circonda, in fondo e in realtà: un modo per pensare. I pensieri spesso si comunicano, molto spesso si usano solo per costruire un modo di essere, per avere un brogliaccio sul quale imbastire comportamenti e modi di agire.

Per me, così come è naturale pensare, ma anche respirare, guardare, parlare…è naturale fotografare. Ed ecco spiegato il perché la mia fotografia non è strutturata per fare colpo, essere unica, vincere nei concorsi o affermarsi nelle competizioni. 

Fotografo come parlo, come scrivo, come comunico con i gesti e le espressioni, non chiedo di giudicare ciò che fotografo con l’occhio del “critico d’arte”, chiedo di guardarla con lo stesso stato d’animo che si ha quando si ascolta ciò che dico, si legge ciò che scrivo o semplicemente come quando insieme si fa una passeggiata in silenzio, quel silenzio nel quale si condividono modi di essere.

Ciò detto, si comprende come la mia fotografia non possa che essere piena di continui nuovi spunti e soggetti, di continue nuove tecniche ed approcci. Così come il pensiero, se diventa statico si arrovella su sé stesso e finisce di essere linfa, anche la fotografia, per me, deve essere un mulinello di continue nuove forme di espressione, di continue esplorazioni in campi anche molto diversi tra loro.

Non si possono leggere libri sempre dello stesso genere altrimenti si diventa esperti, ma non colti. Non si può abbracciare un solo genere, un solo tema, un solo modo di fotografare altrimenti si mostrano i limiti della propria immaginazione, della propria apertura culturale, della propria capacità di evolvere in pensiero e in conoscenza.

Ma se la domanda del mio amico fosse diversa da ciò che ho immaginato? Se lui di me avesse voluto sapere, magari semplicemente anche, il mio rapporto con la tecnica fotografica? Forse allora il discorso cambia un po’ anche se è sempre in relazione con il mio modo di essere. Il mio approccio alla tecnica fotografica ricalca il mio approccio a tutto ciò che faccio, detto in parole semplicissime: avere solide e necessarie basi e su quelle lavorare per trovare spazi e modi per esprimere un personale e, a volte diverso, esercizio della materia. Lo è stato nel mio percorso di studi, nella mia professione, nella stesura di testi universitari, nel mio insegnare in Corsi Universitari, già quasi venti anni fa, tecniche innovative come quelle che riguardano l’odontoiatria laser-assistita. In una sola parola: Rigore. Se si riflette, il rigore non è avverso al pensiero libero perché quest’ultimo può considerarsi davvero libero solo se basa sulla conoscenza il proprio modo di essere.

Se ripercorro nella memoria il mio approccio con la tecnica fotografica ritornano flash di oggetti (ora dico purtroppo troppo poco considerati come simboli di un tempo che scorre e per questo degni di essere conservati dato che sono andati persi nelle pieghe degli anni) come piccolissime fotocamere, regalatemi come giocattoli, che potevano essere caricate con formati di pellicole ormai perse nel tempo e anche nella memoria di chi, come me, ne ha viste “di tutti i colori”, con le quali ho iniziato il mio viaggio, oppure come le prime Polaroid rigorosamente bianche (a proposito di Polaroid mi chiedo in quanti, oltre me, abbiano utilizzato la pellicola diapositiva Polaroid 35mm a sviluppo immediato), alle vecchie fotocamere di famiglia smontate per capirne il funzionamento e via via all’acquisto di strumenti (spesso, mi rendo conto, non indispensabili dal punto di vista pratico ma insostituibili da quello della conoscenza, i più vari che ogni tanto fanno capolino dagli armadi come per dire: “ti sei dimenticato di me?”.

Del  mio viaggio fanno anche parte le incursioni nello Studio Fotografico del mio dirimpettaio fotografo professionista e anche fotonegoziante dove mi fermavo per conoscere i materiali sensibili ordinatamente esposti nella sua piccola vetrina, ma soprattutto, quando ne avevo l’opportunità,  per vederlo all’opera in sala posa (foto tessere o foto ritratti per le occasione su sfondo dipinto…) con luci continue e modificatori che allora a me sembravano oggetti da racconto di fantascienza (avevo tra i 12 e i 14 anni) e l’assistenza in rigoroso silenzio e assolutamente fermo in camera oscura dove la magia dello sviluppo, accentuato dall’atmosfera della lampada inattinica,  faceva apparire lentamente il risultato di quel giovane pensiero fotografico che albergava allora in me.

Mi torna alla mente l’attesa, negli anni successivi, delle ore serali per appropriarmi del bagno e trasformarlo in camera oscura e poi, ancora più in là negli anni, quando ho avuto una casa tutta mia, la richiesta all’architetto che stava realizzando il progetto delle divisioni, di una stanza in più: una vera camera oscura! L’epoca e l’eccitazione per una nuova rivoluzione: il Cibachrome che mi ha regalato stampe che, dopo 40 anni, sono ancora appese alle pareti di casa mia e conservano gli spettacolari colori del giorno della stampa. Poi il digitale, abbracciato fin da subito, dapprima con alcune “compatte” come la Nikon Coolpix 900 che aveva in sé il seme di quello che sarebbe diventata quella tecnica e poi con le reflex, le mirrorless, i computer che sostituivano l’amata camera oscura liberandomi da odori cari e regalandomi una flessibilità prima inimmaginata.

E poi ancora il tempo delle associazioni e della condivisione con gli altri della propria passione. Il Cine Foto Club Neocastrum degli anni 80 o l’Associazione Culturale Sezione Aurea che ancora rappresento, nata otto anni fa e che sta facendo una grande azione di diffusione e sensibilizzazione verso la fotografia nel territorio, Lamezia Terme, in cui opera.

…e luce fù… grazie anche e soprattutto a tutta la letteratura che mi ha accompagnato, dai primi libri di Feininger acquistati lo stesso giorno in cui acquistai la mia Agfa (che per fortuna ancora conservo), alle riviste (prima fra tutta Fotografare), ai libri di tecnica e soprattutto ai libri (ormai oltre 200) sui grandi autori che occupano uno scaffale intero della mia biblioteca. I grandi autori…. ne ho conosciuti tanti, non ho mai giudicato il loro modo di raccontare anche quando molto diverso e lontano dal mio pensiero, ho ascoltato il loro pensiero ed ho fatto sì che arricchisse il mio. Ne ho conosciuto tanti altri in totale sintonia e di alcuni mi pregio di essere amico.

Senza fotografia sarei stato ancora io ma avrei avvertito la costrizione nel non poter disporre di un libero sfogo per la mia necessità di organizzare il pensiero. Portare la fotocamera all’occhio è come iniziare a pensare qualcosa, lo si fa senza sforzo, senza chiedersi quale costrutto e quale forma dare all’azione del pensiero, è spontaneo, libero, indispensabile, ineludibile, semplicemente necessario.

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