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…la fotografia. [Santo Federico]

Ancor prima di descrivere il mio rapporto con la fotografia devo, necessariamente, rispondere alla seguente domanda: quando ebbe inizio?

Era il 1986, giorno del mio compleanno, 11 ottobre, e mio padre mi regalò la sua Nikon FE, comprata da poco, saturo ormai di tutte quelle volte che gli chiedevo quando avrei potuto usarla, ma consapevole della mia passione.

Mi disse: però, trattala bene! La trattai così bene che ancora oggi, dopo trentacinque anni, funziona perfettamente, a parte qualche sostituzione da fare riguardo le guarnizioni dello specchio, ma questa è un’altra storia!

Abituato a fotografare fino a quel momento con una compatta, mi sembrò un mondo complicato, fino a quando non imparai a leggere l’esposimetro ed a capire quali erano le impostazioni giuste: diaframma/tempotempo/diaframma!

Erano i tempi della fotografia analogica, quella in cui si scattava con la pellicola negativa, quella in cui gli ISO si chiamavano ASA ed i rullini (24 o 36 pose) costavano (e non poco!), per chi, come me, aveva sete di fermare il tempo in uno scatto. Senza parlare poi del costo della stampa!

Per risparmiare qualche soldino e fare qualche scatto in più, sceglievo di fotografare usando un rullino per diapositiva, del quale, una volta sviluppato e “guardando attraverso”, si potevano osservare i fantastici colori saturi dello scatto. Ricordo che ai tempi per lo sviluppo del rullino per diapositive i prezzi erano intorno alle 7.000/7.500 Lire, mentre per lo sviluppo e la stampa del rullino negativo i prezzi si aggiravano intorno alle 20.000 Lire. E su 24 pose la metà, se non di più, erano da scartare; sigh!

Però, l’utilizzo del rullino aveva due grandi vantaggi: il primo, proprio per il fatto che non bisognava sbagliare, per non ritrovarsi poi delle foto da cestinare, imponeva molta riflessione ed insegnava a fotografare con gli occhi, ancor prima di premere il pulsante di scatto. Il secondo vantaggio era la possibilità di sviluppare “in casa” le foto in bianco-nero, il che rendeva tutto decisamente un incanto.

Tra qualche foto di paesaggio, durante le uscite mattutine domenicali e, soprattutto, ritratti ad amiche, cominciai a seguire alcuni corsi di fotografia, più o meno validi, ed iniziai a leggere libri e riviste di settore, dedicandomi, in particolar modo, all’approfondimento di alcuni importanti fotografi, alle loro fotografie ed all’utilizzo delle loro tecniche.

Durante gli studi universitari, abbandonai (ob torto collo!) la mia passione, ma la recuperai durante la tesi di laurea sperimentale. Le fotografie riportate nella tesi erano le mie…doppia soddisfazione!

Con l’inizio della mia attività professionale ripresi a pieno ritmo la mia passione, anche per lavoro. E siamo giunti all’era digitale, passaggio obbligato dal rullino alla scheda di memoria, anche queste molto costose, ed in cui sigle come DPI, PPI, Megapixel, Mbyte, ecc., fino a quel momento sconosciute a molti, entrarono prepotenti nel lessico fotografico e cominciarono a creare molta confusione se paragonate al mondo analogico.

Questo passaggio, che inizialmente mi creò non pochi dubbi e che mi vide diffidente verso il mondo digitale, tuttavia, mi consentì di sperimentare maggiormente alcune idee fotografiche, di “azzardare” qualche scatto in più, di privilegiare la descrizione, a luce ambiente, di situazioni, di persone e delle loro espressioni.

Era un mondo nuovo, ancora lontano, troppo lontano da quel mondo intramontabile della fotografia analogica, ma era ed è ancora un mondo in continua evoluzione, alla ricerca della “perfezione”.

Col tempo, però, capii che per una buona fotografia non era sufficiente avere solo una buona fotocamera – certo, la risoluzione, la gamma dinamica del sensore, i pixel facevano e fanno la differenza – ma capii, anche, che la fotografia era fatta soprattutto di luci ed ombre che potevano essere modificate a proprio piacimento, “aggiungendo” e “togliendo” luce.

Ho imparato, soprattutto, a fotografare prima con gli occhi e poi con la fotocamera; ad osservare con l’occhio del fotografo, a sviluppare la capacità di “vedere” la foto prima dello scatto: la luce, la percezione dello spazio e della prospettiva, facevano la differenza sul risultato finale.

Questo è quello che mi sforzo di fare sempre quando mi ritrovo a fotografare, anche se ancora ho molto da imparare. Ma quando ho in mano la mia Canon (si, nel frattempo sono diventato un convinto canonista, soprattutto per i suoi splendidi obiettivi), cerco di catturare quei momenti speciali che, con vera emozione, tento di tradurre in arte.

Ecco perché amo il ritratto, più di ogni altro genere fotografico, soprattutto in studio con i flash, ma amo anche la fotografia di strada nella quale, durante le mie “camminate fotografiche”, cerco di cogliere quelle situazioni di tutti i giorni, le emozioni, le relazioni, gli eventi quotidiani in cui gli esseri umani sono protagonisti.

Fotografare è un’arte, cioè è l’arte di raccontare storie di vita in scatti che custodiranno emozioni eterne, e questo è qualcosa che non finirà mai!

Chiudo con un pensiero non mio ma di un grande fotografo, che rappresenta la sintesi di quanto fin qui raccontato:

“È un’illusione che le foto si facciano con la macchina…si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa”

Henri Cartier-Bresson

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