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La Fotografia non esiste…

di Paolo Ranzani

Si parla spesso di fotografia, tutti parlano di fotografia, o quasi. 
E altrettanto spesso facciamo fotografie. 
Ci appropriamo di vari momenti, più o meno importanti, che a dirla tutta non sono e non rimarranno neanche dei ricordi, resteranno impigliati in qualche memoria dimenticata nel mondo dei byte.
Più che ricordi sono forse dei memo, dei link veloci per ricordarci qualcosa che sarà presto dimenticato perchè sopraffatti da altri non ricordi.
Ed è chiaro che per lo più quello che facciamo è un gesto privato, anche se poi condiviso, è comunque privato, poi ci piace pensare che sia quel privato che altri devono sapere.
Usiamo la fotografia proprio per dire ad altri che siamo lì in un posto.
Sentiamo l’urgenza di dire che siamo impegnati in qualcosa, fosse anche solo mangiare, o che stiamo godendo di bei momenti o anche che siamo presi dal lavoro, se poi è un lavoro invidiabile meglio ancora. 
Insomma facciamo le foto per tanti motivi diversi ma che si assomigliano.
Però se uno cercasse di rispondere alla domanda “Si, vabbè, ma cosa è la fotografia? Prova a definirla in sintesi”, sarebbe complicato rispondere.

Ho sentito e letto molti tentativi di risposta, tutti centravano un obbiettivo però poi lasciavano lacune.

Uno solo secondo me riuscì a infilare nella freccia dei punti importanti.
Quel qualcuno ha allineato un giro di pensieri precisi che partono a raffica e poi li senti cadere come una collana di perle che si schianta al suolo, ma non su un pavimento qualunque, no, ma su quelle piastrelle di marmo delicato e prezioso, forse a scacchi banchi e neri come nella Galleria di Diana a Venaria.
 
Quel qualcuno secondo me fu Efrem Raimondi. Ed è un dolore scrivere “fu”.
Efrem, amico caro e collega, è mancato poche settimane fa e mentre lo scrivo ancora non ci credo, sono sopraffatto da quel suo numero che resta nella mia rubrica a cui non risponderà più. Che non chiamerà più.
Peccato per chi non l’ha conosciuto, peccato davvero. Era di una piacevolezza strepitosa.
Sublime e colto fotografo, ironico, secco ma gentile come il vino buono, con quella sigaretta in bocca, lui stropicciato la sigaretta perfetta, ad un certo punto ha sfilato questa collana di perle. 
 
Quando ho letto una pagina dal suo blog ho sentito quel rumore.
Il gesto che vorrei fare è regalarvi il suo pensiero, me lo donò già tempo fa per una intervista e oggi, con immenso piacere, lo rivolgo anche ai followers di CINESUD.
 
– La fotografia non esiste – di Efrem Raimondi.

“La fotografia è un fatto arbitrario. Non oggettivo.
La sua relazione coi magazine, gallerie o altro non è influenzata dal
consenso mediatico proveniente dai social network, che fanno partita a sé. 
Ciò non di meno, i campi da gioco cominciano a somigliarsi.
Chi ci smena sei tu, che la guardi o che la usi ‘sta fotografia. E non
sai più bene dove puntare per trarre conforto.
Perché la fotografia alla quale penso è anche confortante.
La fotografia alla quale penso se ne fotte di ammiccamenti di
qualsiasi tipo e si occupa di se stessa, modulandosi col soggetto di
turno indipendentemente dalla sua importanza.
Usandolo come pretesto.
Indipendentemente dal grado di fotogenia (falso problema).
Indipendentemente dall’appeal, dall’interesse sociale che riscuote,
dall’attualità, dal trend di turno, dalla morale.
La fotografia alla quale penso, quando incappa nel concettuale ha con
questo un rapporto strumentale, non subordinato. E non perde la forma.
Non ha intenti messianici né sguardo incline ad alcuna dichiarazione
demagogica, quella che in genere forma una patina brillante tanto
utile in alcuni salotti espositivi, spesso tinelli.
La fotografia alla quale penso e nella quale mi rifletto non è un
vezzeggiativo. Non è carina, non è simpatica.
Non accattivante…
Non è spaccona. Non sbraita. Se alza i toni emette un urlo muto che
costringe a frequenze inusuali immutate nei secoli.
Non ha alcuna pretesa, a parte quella di trovare sede in me.
Questa fotografia obliqua non ha bandiera, non ha parrocchia, non ha diktat.
Non si interroga sul senso del mondo, lo rappresenta.
Seleziona, inventa e restituisce a suo piacimento. Senza se e senza ma.
Diretta come una sprangata o leggera come una carezza vera, di quelle
apparentemente distratte.
Per questo non è glamour… anzi non sa neanche cosa significhi
mancandole proprio dal DNA. Strano non ne soffra…
La fotografia alla quale penso non si interroga sul grado di dignità
di chi la produce, né del medium che la accoglie, fosse anche il
cassetto in ufficio.
Ma scusate! Ma perché diavolo dovremmo fotografare?
Per soddisfare quale impulso? Una qualche ambizione?
Qual è l’urgenza se non rispondere alla propria coscienza, quella roba
che prevede la consapevolezza di sé?
Che in fotografia coincide con l’immagine prodotta.
A patto che non costituisca sforzo: la fatica si vede!
Mentre credo nell’ancestralità della fotografia e m’interessa ciò che
non si vede.
Io credo nell’utopia, e la fotografia le dà forma.
Nelle pieghe dell’imperfetto, negli sgabuzzini della memoria evolutiva
si trova ciò che ci appartiene e al netto del doping mediatico lì
potremmo trovare la nostra voce.
Quella che stentiamo a riconoscere quando riprodotta fuori da noi.
La fotografia si occupa dell’invisibile… se ti riguarda davvero,
saprai dargli forma.
E restituirlo.
C’è una fotografia artificiale ed emulativa che non ci riguarda.
Poi ce n’è una che ci appartiene. Usiamola. Dovunque.
La fotografia non esiste senza di noi.”
Testo di Efrem Raimondi tratto dal blog http://blog.efremraimondi.it
 
Colgo l’occasione per invitarvi tutti, lunedi 15 marzo – ore 18,30 al talk in suo ricordo, Denis Curti, insieme a Toni Thorimbert e Laura De Tomasi 
ci racconteranno del libro fotografico TABULA RASA, realizzato a 4 mani con Toni, dedicato a Vasco Rossi. 
 
Volete un consiglio? Non perdetevelo.
 
Questo è il link: https://bit.ly/3qIwz5Q  (se non l’avete è meglio scaricare l’app Microsoft Teams).

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Non è facile trovare un buon educatore!
Appartengo ad una generazione che ha dovuto adattarsi alla scarsa offerta dei tempi. Ho avuto un solo tutor, a cui ancora oggi devo molto. Brevi, fugaci ma intensi incontri in cui il sottoscritto, da solo con lui, cercava di prendere nota anche dei respiri e trarre insegnamento da ogni singola parola.
A causa di questa carenza io e i miei coetanei ci siamo dovuti spesso costruire una visione complementare come autori, designers, critici ed insegnanti e questo ci ha aiutato a costruire qualcosa di fondamentale e duraturo.
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Massimo Mastrorillo

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