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…la fotografia.

di Giovanni Cabassi

Il mio rapporto con la Fotografia.

 

Un Faro squarcia le tenebre, si fa spazio attraversando nubi basse così minacciose che nascondono la costa e questo mare in gran burrasca, onde da brivido e spuma ghiaccia spazzata dal vento.

La Luce chiama, ripetitiva all’infinito.

Brillante, calma, indica il mio cammino. La vedo, la seguo, trovo il mio porto sicuro.

Lungo tutta la mia esistenza ho avuto un’Ancora di salvezza a portata di mano, e di occhio, e di cuore.

L’ho sempre avuta Lei c’è sempre stata.

Compagna di giochi. Panacea di recupero psicofisico. Sfogo delle tensioni. Forza dirompente. Protezione pacifica. Pane quotidiano.

Sembrano concetti alquanto astratti e vagamente filosofici, ma se li sviluppo, nel buio grigioverde della mia camera oscura mentale, ecco che appaiono nella bacinella della vita come tratti vividi e assolutamente definiti.

Compagna di giochi.

Verso i dieci anni, nel 1967, frugo in un armadio dei miei genitori e trovo due oggetti sconosciuti: una Leica M3 e una Rolleiflex 2,8. Intonse nelle loro odorose e immacolate custodie di pelle lucida marrone. Regali di matrimonio inutilizzati a semplice richiesta diventano miei. In quel momento m’interessava solo l’oggetto e il fascino straordinario che emanava, il rumore felpato dell’otturatore che scattava, il trascinamento meccanico, il fluido scorrere della messa a fuoco, l’immagine che compariva sul vetro smerigliato e ritagliava fette di realtà.

Quella realtà così particolare e soprattutto Personale, Unica e Irripetibile.

Funzionavano – le macchine – anche se dentro non c’era la pellicola, perché per registrare l’immagine, il cervello basta e avanza.

Certo non ero soddisfatto, dovevo progredire e informarmi, studiare, capire che cosa e in che modo due attrezzi di ferro e vetro avrebbero potuto condividere la loro esistenza con la mia, ora che già li sentivo così forte parte di me.

Il Pennello del pittore, lo Scalpello dello scultore, il Fuoco del giocoliere, il Cappello magico dell’illusionista, la Penna dello scrittore. Eccetera.

 

Panacea di recupero psicofisico.

Se c’è uno solo di voi che non abbia mai assunto un farmaco, è pregato di farmelo sapere.

Ho passato periodi straordinariamente felici e altrettanti complicati e tumultuosi.

Forse è un po’ semplicistico affermare che mi è sempre bastato aprire una scatola di Ektachrome o infilare la testa sotto il panno di messa a fuoco per ricordarmi chi sono e spazzare via le insicurezze dei momenti bui.

Ma credo renda l’idea.

Mi spiego meglio: tutte le volte che ho deviato dal mio percorso per seguire strade che mi sembravano particolarmente attraenti e che poco avevano a che vedere con l’unica Verità, ho dovuto confrontarmi non solo con me stesso e le mie innegabili incapacità, ma anche con ambienti che non erano miei, paludi e trappole e personaggi non facenti parte del mio mondo.

Sicuramente anche la più grande delle delusioni porta in grembo quantità d’insegnamenti (per fortuna), ma lascia strascichi e cicatrici da curare.

E’ qui che la mia medicina ha fatto miracoli. Apri quell’armadio con la croce rossa ed estrai l’oggetto, uno a caso – che ti casca in mano e diventa parte di te – e ricorda che attraverso di esso tu vedi il mondo come tu sai fare. E si riparte: la cura è alla mia portata, conosco i miei limiti, e se presto attenzione alle dosi e ai tempi di somministrazione (lunghi per lo più), il risultato sarà garantito e vedrò appesi ai muri di una sala i grafici e le lastre che dimostreranno, inequivocabilmente, la mia guarigione.

Sfogo delle tensioni.

A vent’anni, terminato il liceo Scientifico, mi butto a capofitto nell’università del lavoro cercando maldestramente di seguire le ombre paterne con risultati a dir poco deludenti. L’ufficio, i cantieri, le lunghe riunioni dense di fumo e severi professionisti finanziari davvero poco c’entravano con la mia voglia di sensazioni continue. L’accumulo di consapevolezza di essere seduto nel posto sbagliato della mia esistenza provocava capogiri e una sorta di malinconia perenne, peraltro malcelata. Ma arrivava la sera, tutte le sere, vivaddio che sono le venti, esco da quest’ufficio di cristallo e divento me stesso, io e la mia Leica a spasso per la notte a inventarci cose straordinarie (per me naturalmente).

Continuo così per almeno tre anni: faccio il pieno di nozioni e di noiosità nelle ore di luce e lavo via tutto durante quelle buie della notte. Non cambia la solfa neppure durante un anno di vita americana ma, proprio grazie ai ritmi di lavoro ridotti rispetto a quelli italiani, dalle quattro del pomeriggio in poi sono libero di dismettere i panni del giovane manager per calarmi in quelli ben più consoni di dilettante dell’immagine. Ed è in quel momento che, riflettendo oggi a freddo, credo di aver capito almeno un paio di cosette. Primo: si può fotografare anche di giorno. Secondo: aver più tempo a disposizione per sfogare le proprie frustrazioni fa vivere molto più serenamente e (quasi) dimenticare le ore di vita “non vissuta”.

Forza dirompente.

Doveva passare ancora un anno intero perché maturasse a dovere ed esplodesse come una bomba. Dimissioni da dirigente d’importante società della Grande Distribuzione. Lancio in aria della borsa da manager proprio come nei film. Oggi cambio vita, o meglio, mi riapproprio della mia e sono quello che sono, un fotografo. A ventisette anni avevo una dose d’incoscienza notevole considerando che i quattrini che avevo potevano bastare per tre mesi massimo, non conoscevo in pratica nessuno del mondo cui andavo incontro, non avevo commesse, la mia conoscenza della fotografia commerciale era zero meno.

Non scherzo: a dieci minuti dalle dimissioni, e per puro caso (ma il caso esiste?), ottengo un lavoro importantissimo con un budget altrettanto importante per una serie d’immagini che andranno in televisione per promuovere lo sponsor di famoso programma quiz.

Non scherzo: sapevo che risultato volevo ottenere ma senza studio e senza attrezzatura adeguata era impossibile. Per fortuna conoscevo un fotografo che lo studio l’aveva, e pure il resto, ma era senza lavoro. Fifty – fifty e le foto una settimana dopo erano sugli schermi degli italiani.

Continuo a non scherzare dicendo che un mese dopo la svolta avevo partita iva, un micro studio, un prestito Artigiancassa da trenta milioni restituibili in cinque anni tasso zero per acquisto attrezzatura, un portfolio d’immagini scattate in gran parte a New York (di giorno e di notte) e racchiuse un album marmorizzato che ha fatto il giro delle agenzie di pubblicità di mezzo mondo.

La Forza era così tanto con me che si manifestava di continuo (anche se credo che anche gli incredibili anni’80 abbiano fatto la loro), facendomi sentire invincibile, luminoso e finalmente realizzato.

Protezione pacifica.

Non sono mai stato capace a uscir dalla casa senza un supporto analogico o digitale che sia.

E’ la mia arma di difesa pacifica sempre presente, compagna tranquillizzante e rassicurante.

Capita che non faccia uno scatto per giorni, ma lei, la mia compagna dai formati i più diversi è sempre lì pronta e carica, si fa accarezzare e s’impiccia nelle cinture di sicurezza dell’auto, si riempie di sabbia, dorme comodamente sprofondata nella sua borsa imbottita, viene trascinata a spasso per percorsi quotidiani monotoni privi di reale interesse, ma c’è.

Nel 1987 stavo editando a Milano un volume che (a detta di molti) ha segnato un piccolo tassello nella storia motociclistica di un’importante Casa americana. Dal fotolitista, per caso, incontro Joel Meyerovitz che stava controllando meravigliosi paesaggi del suo ultimo libro.

Era uno dei miei idoli e per certi versi condividevo con lui alcuni aspetti: entrambe fotografavamo prevalentemente in grande formato e usavamo le Deardorff 8×10 pollici; del 1938 la sua, del 1957 la mia (anno delle nostre rispettive date di nascita). Altro aspetto, ben più importante, è che convenimmo di quanto amichevole e poco invasivo fosse l’approccio delle persone che si trovavano al nostro cospetto quando usavamo questi vecchi pezzi di legno di mogano e ottone nichelato. Un’arma buona che non ti ruba l’anima ma che restituisce un frammento della tua vita fissandolo in modo da essere contemplato all’infinito.

Pane quotidiano.

Che la propria passione possa procurarti ciò di cui hai necessità, è essenziale per un corretto bilanciamento esistenziale.

Scendere a compromessi è quello che s’impara col tempo così come l’esperienza e la graduale conoscenza dei rapporti con controparti che non sempre ragionano con la tua testa.

Da sempre sono stato attratto da qualsivoglia aspetto della ripresa: dalla fotografia artistica a largo spettro alla più semplice fototessera di un distributore automatico dell’Esselunga, passando per i mille mondi che popolano la grande enciclopedia dell’immagine.

Per quanto mi riguarda, tutte le volte che sono stato costretto (mio malgrado) a digerire incarichi che non ritenevo particolarmente elevati, mi sono obbligato a pensare che pagavano le rette di scuola dei bambini, e che “il lavoro della vita” (quello di enorme soddisfazione artistica e ben remunerato), sarebbe comunque arrivato.

Confermato. Posso dire che per ogni dozzina di cataloghi/campagne/redazionali, almeno un fantastico progetto/mostra/libro sono saltati fuori.

Oggi ho sessanta tre anni passati e fotografo per sentirmi vivo. Sia di giorno che di notte.

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