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…la fotografia [Federico Montaldo]

Tutto cominciò con una Kodak Instamatic.

Siamo alla fine degli anni ’60. Compatta e poco più grande di un pacchetto di sigarette, Papà me ne aveva comprata una. Ebbe il suo battesimo nella prima vacanza estiva in montagna, sull’Alpe di Siusi (e che emozione scoprire, molti anni dopo, che – seppure casualmente – avevo fatto uno scatto simile, almeno nella posizione, ad uno di Gianni Berengo Gardin!).

La pellicola era invisibile, nascosta all’interno di una piccola cartuccia. Il diaframma aveva tre posizioni: sole, nuvole, lampo. Il flash era un cubetto in plastica con annessa lampadina usa e getta, da inserire nella parte superiore, che magicamente si bruciava allo scatto. Occhi rossi garantiti.

Le stampe tornavano dal laboratorio con due positivi di diverse dimensioni in formato quadrato, da separare a strappo: uno più grande ed uno piccolo, una sorta di provino. Non ho ricordi dei negativi.

Era l’avvento della democrazia in fotografia. Tutti potevano averne una; non servivano particolari capacità tecniche né conoscenze specifiche. Estraevi, puntavi e scattavi.

Ci giocai per qualche stagione e poi passai ad altro.

Ma il seme era gettato.

Germogliò una decina di anni dopo, materializzandosi nelle forme di una “vera” fotocamera: Reflex MinoltaXG2, 50mm. Venne acquistata in uno dei numerosi negozi che all’epoca proliferavano nell’angiporto di Genova e di certo non perveniva dall’importatore ufficiale …

Allora – siamo all’inizio degli anni ’80 – la fotografia non era “per tutti” e possedere una fotocamera di qualità a 18-20 anni ti dava un bel vantaggio. Specie con le ragazze. Era come essere l’unico a suonare la chitarra nel gruppo di amici la sera sulla spiaggia, se capite cosa intendo.

Il passo in più fu quando un amico di famiglia decise di cedere la propria camera oscura. Entrare nel mondo della chimica, vivere la magia del processo fotografico, dalla ripresa, allo sviluppo, alla stampa, sancì la mia definitiva entrata nella fotodipendenza. Ore e ore passate in solitario in semioscurità, con l’odore acre degli acidi, osservare il formarsi dell’immagine sul foglio bianco, l’attesa del risultato.

Il passaggio successivo non fu tecnico ma culturale.

Iniziai a girare per mostre, attratto anzitutto dal reportage. Ricordo, tra le prime, le immagini di Mario De Biasi di Praga occupata dai sovietici nel ’68 (prima ancora di conoscere il lavoro di Koudelka), e quelle di Margaret Bourke-White per Life, specie quelle dai campi di sterminio nazisti.

E poi i grandi fotografi Magnum, a cominciare da Capa, Cartier-Bresson, Smith, Bischof, attratto non solo dal loro lavoro, ma anche dalle loro storie personali e umane.

Imparai a leggere le fotografie non più (e non solo) come immagini singole, ma come parte di una più ampia narrazione (Frank, Klein), oltre che come poderoso strumento di analisi sociale, come testimoniato anzitutto dal lavoro dei fotografi della Farm Security Administration (Evans, Lange, Parks).

Dalle mostre al libro fotografico il passo fu breve. Nell’arco di pochi anni i ripiani delle mie librerie iniziarono ad inclinarsi sotto il peso di fotolibri e saggi sulla fotografia.

Ma se quello del fotografo è un lavoro solitario, per chi ne fa soprattutto una passione (certo assorbente e impegnativa, ma pur sempre una passione) la condivisione è fondamentale. La crescita è fatta di confronto, di dialogo, dello studio delle esperienze altrui. Ciò mi ha portato ad essere parte di un gruppo (Associazione 36°Fotogramma, Genova), con cui poter portare avanti progetti, anche collettivi, e di dar loro una finalizzazione che desse significato all’impegno profuso.

Di qui la nascita di progetti di sociologia visuale (www.donnafaber.it) e di reportage sociale, (https://emusebooks.com/libri/nuraxi-figus-ultima-miniera-montaldo-corbellini/) tramite i quali focalizzare l’attenzione su un piccolo pezzo di società. Poiché se la fotografia può essere tante cose, per me è soprattutto il mezzo per raccontare storie.

Federico Montaldo

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