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Lee Miller, la fotografa surrealista [Maria Di Pietro]

di Maria Di Pietro

“Alle sette del mattino, prima di soddisfare una fame immaginaria – il sole non ha ancora deciso di sorgere o tramontare – la tua bocca viene a soppiantare tutte queste indecisioni. Unica realtà, che da valore al sogno e ripugna al risveglio, essa rimane sospesa nel vuoto, fra due corpi. La tua bocca stessa diventa due corpi, separati da un orizzonte sottile, ondulato. Come la terra e il cielo, come te e me.”

Man Ray

  • La fotografa surrealista

Surrealista già negli Stati Uniti, prima che questo movimento avesse un nome, scelse fin dall’inizio di vivere secondo principi solo suoi. Modella, viaggiatrice appassionata, fotografa, reporter di guerra, Lee Miller è stata una donna libera, prima di tutto, dimostrandolo nelle sue scelte, nella vita che ha vissuto.

Era il maggio del 1925, aveva 18 anni quando arrivò a Parigi per la prima volta. La sua anima libera era tutt’uno con la sua determinazione, il voler distruggere le convenzioni sociali di quel momento, attratta dai nuovi modi di vedere il mondo e di esplorare la dimensione interiore, attraverso la scrittura e il linguaggio dell’immaginario, cosa che lei trasfigurava con il suo ardore di pace, libertà e giustizia. Emancipata, in un’epoca in cui, esserlo era praticamente impossibile, molte delle sue amiche, erano compagne di uomini influenti, come ancora oggi accade, con qualche differenza sostanziale.

In occasione della mostra surrealista nella Galerie di Pierre a Parigi, con quadri di Jean Arp, Maz Ernst, Andrè Masson, Joan Mirò e Pablo Picasso, vide le opere del fotografo Man Ray che diventò da lì a poco, il suo compagno. Di straordinaria bellezza e incantevole fascino, come accadde a molti, Ray restò ammaliato da Lee e, se ne innamorò perdutamente. Fu Lee a cercarlo per poter condividere con lui un percorso artistico, confrontarsi e poter attingere in campo fotografico. Dopo una relazione di qualche anno, il talento di entrambi fece fatica a procedere insieme.

Man Ray le dedicherà una sequenza di immagini, riflessi di luce, poesia dagli orni sfocati, ricerca dell’anima umana e delle sue inquietudini. Venature femminili che l’artista metterà in luce, a volte con affabile desiderio in intimi finezze dell’immaginario, ed altre, con assillo. Dal canto suo, tutta l’emancipazione di Lee Miller, si percepisce già dalla scioltezza del suo porsi dinanzi l’obiettivo, donna degli anni venti del ‘900, si lascia fotografare come se fosse lei stessa a dirigere la scena, dimostrando subito, quanto in seguito orgogliosa lei stessa dichiarerà che preferisce fare una fotografia piuttosto che essere fotografata. Le loro macchine fotografiche si confonderanno fino a fondersi nel risultato della solarizzazione ma, il linguaggio dell’uno e dell’altra sarà ben chiaro negli intenti, quello di Lee non mira a legare ma, a liberare. Non le soddisferanno le pareti di uno studio, una donna libera ha bisogno di estensione, di percepire l’immediatezza e, la sua macchina fotografica cercherà l’inquadratura oltre la camera oscura, oltre Parigi, oltre l’uomo con la quale aveva condiviso questo primo brandello di strada. Eppure, Lee usava la macchina fotografica come se “squarciasse” pezzi di vita, che presi singolarmente assumono una vita propria. Appaiono immagini misteriose, a volte minacciose, spesso utopistiche. Non c’è un tema diretto che collega l’immagine, sono pensieri rubati al tempo, al luogo che si attraversa. La fotografia dovrebbe essere questo in fondo, immagini trovate, la tanto amata metafora surrealista dell’oggetto scovato, non è forse qualcosa che già esiste e dimostra l’invenzione del meraviglioso nel quotidiano? Lee non aveva alcun controllo, le sue fotografie sono lì per chi le guarda, come le fotografie di tutti, aperte a un’interpretazione individuale. Dinanzi ad una fotografia potrebbero e dovrebbero esserci spesso domande senza risposte, un gioco di parole visive o frammenti di sogno, con la responsabilità di ciò che si sta fotografando, ovviamente.

Lee Miller, quindi, donna che avrebbe potuto dondolarsi sulla sua bellezza, guadagnare attraverso essa, vedere il suo volto su riviste patinate senza preoccupazioni, essere la compagna che affianca l’uomo con devozione, musa ispiratrice, donna desiderabile. Sono gli anni in cui le sue amiche incarnano una femminilità fragile a cospetto dei loro uomini, Dora Maar al suo Picasso, Jacqueline Lamba ad Andrè Breton, con un talento che in qualche modo hanno dovuto soffocare e fatto fatica ad imporre. Lee invece, pur pagandone un prezzo, pur vivendo un conflitto contro i propri demoni, non permetterà a nessuno di essere rinchiusa in una gabbia, se pur dorata.

Lee Miller sarà la dilatazione fotografica di questa lotta.

Se c’è una cosa che a una donna deve essere chiara, è che qualsiasi sarà il suo obiettivo, deve lavorarci almeno due volte in più, prima di ottenerlo e, di certo, infastidirà qualcuno.

  • Narrazione femminile

C’è una forte urgenza di narrazione femminile e non a caso ci troviamo in balia di eventi che fotografano una realtà che mette da parte le donne, le estromette, le emargina, le deride e quel che è peggio le annienta. Tutto inizia dall’alto, per quanto può infastidire, stonare in uno scritto che dovrebbe “solo” parlare di fotografia, è evidente l’esistenza di un sessismo istituzionale, esponenti politici tollerati dai propri partiti ad usare violenza verbale contro le donne. Il giornalismo, quotidianamente “informa” con immagini ripulite mescolando vittima e carnefice come fosse svago. Poche le donne che, provano ad esserci, non per cornice ma, per contagiare ed essere loro stesse agitazione e, a far sentire la loro voce. J.Cocteau diceva che “bisogna essere abili anche nel dar fastidio” e, molte donne ormai imprigionate, si accontentano di coprire i loro corpi con abiti presi in prestito per influenzare altre donne che, a loro volta, potranno con like infiniti, virtuali consensi, comprare e confezionare il successo di una donna che sarà soltanto una fotografia effimera in catene e inespressiva, oggetto da ammirare o supplemento da utilizzare.

Lee Miller Jean Cocteau Paris-1944

Oggi tutto è ribaltato, rovesciato, quell’emancipazione dell’essenza che prima era un grido di speranza è divenuto assenza, gesto che non fa più clamore, solo violenza, la fotografia del giorno nell’ennesimo silenzio.

Lee Miller nel pieno della sua bellezza, fotografata per la rivista più ambita al mondo, lasciò tutto per poter affermare che non c’era nulla di vergognoso ad essere il volto di un pacco di assorbenti, la bellezza ha il suo pudore, ma non c’è vergogna ad essere donna.

Nello studio a Parigi Man Ray e Lee Miller lavoreranno insieme con partecipazione. Alcune fotografie artistiche di maggiore importanza espressiva raffigurano parti del corpo di Lee, il collo, gli occhi, in ombra o isolati, le curve e i contorni. La divisione del corpo di Lee Miller da parte di Man Ray è un aspetto essenziale, tipico del suo stile. Esula la testa, come a indicare un’assenza di personalità e riduce la donna ad un oggetto privo di pensiero, incapace di replicare, per lui un bellissimo oggetto inanimato pieno di sensualità.

La fotografia originale fa parte di una serie di immagini con il volto di Lee che mostrano, invece, toni di liricità.
Ray provò ad “impossessarsi” di Lee ma, non ci riuscì, lei lasciò Parigi nell’ottobre del 1932 e tornò a New York. Testimone di questo periodo irrequieto per l’artista è l’opera che realizzò parecchi mesi dopo, dove cercò di redimere quel dolore con “L’Heure de l’Osservatore” che raffigura un paio di labbra, simili a due amanti fluttuanti nel cielo, che si amarano per l’eternità.

Lee Miller - Foto di Man Ray
  • La linea della vita

Foto scattata da Roland Penrose: è insieme a Leonara Carrington, Ady Fidelin e Nusch Eluard, il tempo è immobile, come per gioco in un infinito istante, fanno finta di dormire con le loro palpebre socchiuse, rapite da un sogno mentre bevevano un caffè, in un caldo pomeriggio d’estate, da una tiepida luce che accarezza delle brave ragazze. Una foto che potrebbe appartenere al prima e, al dopo di un qualsiasi pomeriggio di chi guarda, donna, ragazza, prima ancora bambina, quando la vita era più semplice, prima che la guerra sarebbe giunta su sorrisi spensierati, di un periodo irripetibile che la storia dell’arte ci racconterà attraverso il surrealismo e non solo, tra frammenti e brandelli di libertà. Volti sognanti, una realtà da vivere, la pelle baciata dal sole, senza segni di dolore.

Quel che accadrà dopo è all’oscuro di tutti.

Lee Miller, Ady Fidelin, Nusch Eluard, Leonora Carrington foto di Roland Penrose

Un’altra foto, come un quadro di Édouard Manet, è il pic-nic surrealista, Nusch e Paul Eluard si abbracciano, mentre Man Ray e Ady Fidelin li guardano allegri e Roland Penrose, osserva l’obiettivo, dietro c’è Lee a catturare quel momento. Sempre nello stesso istante sarà Roland alla macchina fotografica e Lee è dentro l’inquadratura, fiera a seno nudo e con la sigaretta in bocca in una posa quasi insolente.

Picnic Saint Marguerite France 1937 foto di Lee Miller

La bellezza di questa due immagini è nella riservatezza, la leggerezza del racconto di un piccolo ma, importante passo della vita di Lee Miller. Il preciso istante di un momento eterno che coglie la serenità priva di ogni preoccupazione, estetica o morale, uno scatto semplicemente testimone di quegli anni, vi è tutta la vita di Lee Miller prima che la sua libertà fosse infranta per sempre dall’ombra della seconda guerra mondiale. In quella sigaretta, nei seni nudi e nella luce che illumina il candore del corpo, nessun freno inibitorio morale o estetico, il pensiero fluisce libero, come la pittura, la fotografia di un momento, tende alla creazione di un mondo in cui poter trovare il meraviglioso e ciò che è ignoto e nuovo rientra in questa ricerca. Si vuole creare un luogo dove non ci sono inibizioni, in cui l’uomo, la donna, possono godere di una libertà senza uguali.

Quanto stiamo vivendo è incredibilmente vicino agli anni venti del novecento. Un risveglio collettivo, soprattutto femminile, sarebbe necessario ma, credo impossibile senza la mano tesa degli uomini. Bisogna “portare alla luce questo tesoro da troppo tempo sepolto, per comprendere e ridurre le differenze che esistono tra gli uomini” “Uno dei problemi a cui il Surrealismo cerca di dare risposta è come realizzare la liberazione dell’uomo, una libertà, che secondo la visione surrealista, è possibile solo in una società senza classi e senza Stato, perché solo in questa società sarà possibile realizzare l’amore e la poesia…” – “Riteniamo che il compito supremo dell’arte della nostra epoca sia partecipare coscientemente e attivamente alla preparazione della rivoluzione” (A. Breton).

Lee Miller (mano che esplode) Parigi 1931

Lee Miller, parte da questa consapevolezza dentro di sé, da una totale liberazione dello spirito e, con la fotografia, prima dinanzi ad una macchina fotografica come una musa, poi impugnandone una, guardandoci dentro, crea un corto circuito fra arte e documentazione storica.

La sua passione per la fotografia è qualcosa che ha radici delicate nella sua infanzia, non è la storia della bambina a cui viene regalata la sua prima macchina fotografica… c’è una ferita dentro l’anima di Lee, sa di spine, di silenzi condivisi con il padre Theodore con il quale aveva iniziato i primi studi sulla tecnica fotografica. Nel 1914, perde la madre e viene affidata ad alcuni amici di famiglia a Brooklyn. E’ qui che Lee subirà una violenza e, a sette anni, perderà per sempre quell’innocenza che la renderà troppo presto quella donna schiva, dura. Diventerà una delle bellezze più affascinanti del suo tempo, uno dei volti più celebri d’America, un’icona della moda. Questa fama non descrive la sua aspirazione primaria ma lei sta al gioco, le permette di guadagnare soldi e conoscere i migliori fotografi del Paese.

Ma, anche in questo caso, Lee utilizza la sua bellezza rompendo gli schemi, andando contro quell’America bigotta degli anni trenta che gli stronca la carriera. Presterà il suo volto per pubblicizzare assorbenti. Ancora oggi è complicato parlare di mestruazioni ma, nel 1927 era un tabù. Fu quella l’occasione per dedicarsi alle sue passioni, ad altro e non a ciò che le veniva imposto (la storia si ripete, bisogna sempre scegliere, prendere una posizione…) per lasciarsi alle spalle quel ruolo di musa che le hanno annodato e che la porteranno prima a conoscere Man Ray e, in seguito, a tornare a New York e aprire uno studio tutto suo al numero otto della East 48th Street. Sarà solo l’inizio di una serie di irrequietezze costanti nella vita di Miller, sempre alla ricerca di stimoli nuovi e che mai si è accomodata in quella fotografia commerciale, utile ma non indispensabile. Lascerà di nuovo la grande mela e sedotta dal facoltoso Aziz Eloui Bey e dalla prospettiva di emigrare, andrà con lui in Egitto.

In Africa riprende a fotografare, lo farà con lo stesso occhio surrealista, incontrando persone, dettagli, ombre, visioni oniriche e spesso confuse nelle sue prospettive, quasi a comunicare la sua stanchezza che ritorna verso una routine che la fa sentire in trappola. Lascerà l’Africa per tornare di nuovo a Parigi dove conosce il curatore d’arte Roland Penrose, che sposerà e traccerà il seguito della sua linea della vita.

Lee Meller - Roland Penrose

1939 è l’inizio della seconda guerra mondiale.

Penrose viene chiamato a prestare servizio al fronte e la fotografa rimane sola, Londra inizia a essere bombardata da frequenti blitz aerei. In quel periodo, Lee Miller si guadagna da vivere come fotografa di moda per Vogue ma, ancora una volta, non si accontenta, quella bolla di vetro la soffoca, fuori c’è un conflitto che sente il dovere di documentare. Tra le sue fotografie di moda mescola fotografie di reportage, contrastanti, alienanti, ricche di espressione.

Modelle ritratte all’ingresso di un rifugio anti-bombardamento, con le loro ingombranti maschere di protezione ricordano a chi prova ad ignorarla, quanto la guerra è nel quotidiano, non aldilà del vetro. “Mi sembra piuttosto stupido continuare a lavorare per una rivista frivola come Vogue, che può essere buona per il morale del Paese, ma un inferno per il mio”.

Trova un accredito stampa e, assieme all’amico e collega David E. Scherman di Life, parte al seguito dell’esercito americano in Europa. È forse proprio Scherman a ritrarla in divisa da ufficiale prima della partenza: alle spalle di Lee c’è un numero di Vogue con una patriottica bandiera americana e, sul cappello e sulla giacca, si legge la scritta war correspondent. La Miller sarà donna in prima linea, fotografa senza indugi gli ospedali di guerra, morti nei canali, i campi di concentramento, bambini morenti.

Documenterà l’inferno che si abbatte su Londra continuando a lavorare per Vogue, per le strade, con orgoglio e paura, contando le persone che incontrava, gli amici che mancavano, armata della sua rolleiflex raccontava un’epoca di bellezza che si frantumava. Conobbe Margaret Bourke White (Life) e David Scherman. Nelle fotografie dei corpi dei funzionari ritrovati nella tesoreria cittadina, suicidatisi con le famiglie per non arrendersi alle truppe americane – Lipsia 1945 – tutte e due immortalano la scena ma, con occhi che compongono narrazioni diverse. L’approccio di Margaret è più giornalistico e predilige una visione d’insieme: il suo scatto è preso dall’alto, usa il flash, documenta con “freddezza” l’episodio. Lee, irrompe dentro il quadro, si avvicina ai personaggi illuminati solo dalla luce naturale di una finestra. Dagli occhi alla scena, l’azione si trasforma in un affresco irreale, la fotografia si scrive tutt’una nell’emotività che le suscita l’istante. Basta guardare una sua fotografia per sentire quel tremolio costante tra il cuore e la macchina fotografica, il suo contatto innato e spregiudicato che svela il suo trascorso artistico ma, non la difende dalla disumanità degli eventi che testimonia. Entrò nei campi di concentramento raggelata, tra cadaveri ammassati, resti umani, corpi senza vita, dove il dolore si percepiva talmente forte da toccarlo come unico contatto con il reale.

Le fotografie dei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau scattate da Lee Miller non sono solo la testimonianza di un’inviata di guerra ma, aggiungono alla pura documentazione dell’evento storico il suo punto di vista, ancora più perforante per chi lo osserva. Lee, al contrario di altri reporter, sceglie di riprendere la realtà disumana dei lager “con un occhio surrealista” e grazie alla tecnica della frammentazione sperimentata negli anni parigini ritaglia inquadrature insolite, piuttosto che la visione d’insieme. Anime e corpi scarniti, oltraggiati, privati della dignità, resi irriconoscibili nelle fattezze, diseducati a reagire e perfino a pensare, poiché i pensieri erano stati sostituiti con il dovere dell’obbedienza e il baratto della morte. Lee li aveva chiamati i prigionieri morti. Il suo sguardo è intrappolato senza via di scampo su un dettaglio in primo piano che mostra solo corpi scheletrici, come se Lee, privandoci di filtri e consolazioni, volesse costringerci a vivere in prima persona quell’esperienza estrema. Giusto, sbagliato, ci mette con le spalle al muro. Le fotografie della Miller raccontano il dramma dei sopravvissuti che si aggirano come anime sperdute tra i cumuli di cadaveri, come racconta drammaticamente Hannah Arendt “il risultato finale è in ogni caso costituito da uomini senz’anima, che non possono essere compresi psicologicamente, e il cui ritorno al mondo umano… somiglia da vicino alla resurrezione di Lazzaro.”

Oggi molti di quei luoghi sono visitabili per commemorare, per far sì nei giorni della memoria, che nulla venga dimenticato, scorci divenuti anch’essi luoghi della società dello spettacolo (non manca chi ha scattato selfie per mostrare che è stato in gita a Auschwitz…). Solo esserci, come presenza con i nostri corpi, nel silenzio dell’immaginazione, provoca una sofferenza indescrivibile. La fotografia che mostra il dolore deve avere un velo sottilissimo che la copre, una carezza trasparente che protegge quella fragilità, per avere tutta la forza necessaria a sopportarla. E’ cosi che si sta dinanzi al dolore degli altri, con rispetto.

Lee Miller con la sua fotografia, diventò sempre più determinata a smascherare i corresponsabili di questa riprovevole stupidità: il popolo tedesco che assisteva alla fine del nazismo.
Quasi per uno scherzo del destino, l’esercito assegnò a Lee Miller e al suo collega David Sherman (della rivista Life) l’alloggio di Monaco dove, solo poche settimane prima, avevano vissuto Adolf Hitler ed Eva Braun. Ciò che Lee notò prima di tutto fu l’assoluta mediocrità degli arredi, gli oggetti disposti senza criterio, quel senso di ordinarietà prestabilita che ridimensionava il feroce dittatore ad un borghese provinciale con poco gusto estetico e, proprio per questo ancora più terribile. La banalità del male di cui parla H. Arendt “il male non è mai radicale, ma soltanto estremo, e non possiede nè profondità nè una dimensione demoniaca… esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità”.

“Morirono come bestiame, come materia, come cose che non avevano più né corpo né anima, nemmeno un volto su cui la morte potesse apporre il suo sigillo”, scriveva Hannah Arendt.
L’annientamento su base scientifica e industriale di milioni di persone aveva significato l’irruzione di immagini totalmente inedite, tanto da portare il filosofo Adorno a chiedersi come sarebbe stata ancora possibile un’arte dopo la Shoah.

Come si poteva poter continuare a rappresentare l’uomo, il suo corpo, dopo che l’uomo era stato ridotto a mero corpo, prosciugato, straziato, accatastato, ridotto in carcassa o in cenere? Come si poteva rappresentare l’uomo, che era stato al centro dell’arte per cinque secoli in quanto immagine di Dio, dopo che “anche Dio era morto nei campi di sterminio?”.

Lee Miller si trovò in quella casa, ed è stato scritto molto del suo corpo in quella vasca. Un gesto sfrontato, geniale, inopportuno. Di fatto Lee si tolse gli scarponi e si fece fotografare da David Sherman e, quella foto ancora oggi è il più grande simbolo surrealista della seconda guerra mondiale.

Ci sono fotografie, non solo di Miller, forse soprattutto di anonimi fotografi, che hanno visto l’indescrivibile orrore, che hanno un velo che lo copre quell’orrore, come a proteggere la vita, quel velo intriso di morte, paesaggi devastati dalle bombe, mute lacrime di uomini recisi, salme, oggetti contaminati, edifici violati, qualcosa che il mondo doveva conoscere, vedere per capire chi fossero veramente i nazisti.

Perché Lee si introdusse in quella vasca non lo sapremo mai ma, la donna che fu di certo ci suggerisce quel coraggio di donna dinanzi quel ritratto lì davanti a lei. Ci vorrebbe molto per ripulirsi dalle schifezze della guerra ma, il nudo, soprattutto quello femminile, è uno dei temi principali della storia dell’estetica occidentale come simbolo di bellezza, innocenza. E’ qualcosa che va oltre la purificazione, Lee utilizza quel gesto come abbandono, invoca la deturpazione, imposta all’arroganza di chi si riteneva invincibile, quel gesto contro chi ha giocato con l’umanità e, non si può chiamare gioco, ogni confine è superato, ogni descrizione è labile. Il gesto di Lee, restando coerente al suo vissuto, è forse un risarcimento simbolico attraverso la fotografia, fotografare la vendetta. La faccia di Lee non è felice, non sorride, non si sta lavando, Lee è seria in quello spazio emotivo fatto di oggetti e corpo, il suo. “Lee osservava con occhio surrealista. In modo del tutto inaspettato, tra il reportage, il fango e i proiettili troviamo fotografie in cui l’irrealtà della guerra assume una bellezza quasi lirica, a volte con riferimento ad altri artisti surrealisti come De Chirico. A ben riflettere, mi rendo conto che l’unica formazione rilevante per un corrispondente di guerra è essere prima un surrealista, poiché per un surrealista nulla è troppo insolito”… scriveva Antony Penrose.

Parlare di surrealismo dinanzi al dolore, rende stretto qualsiasi abito soprattutto, se il corpo è quello di una donna come Lee Miller che ha vissuto in tutto il suo percorso, essendo riflesso della sua stessa libertà, sempre in trasformazione.

Dinanzi al dolore non si è tirata indietro nel prendere una posizione, la foto nella vasca lo racconta.

Il mondo incantato di Lee, di quelle foto all’aria aperta, con il sole caldo sui seni nudi, in cui ha mosso i suoi passi di libertà, è affondato. Quella pace per cui tanti hanno combattuto, guerre che non sono servite a nulla, quello spirito creativo che ha condiviso con tanti artisti, fanno chiedere a Lee, chi saprà ancora riconoscere e proteggere la bellezza e, chi salvarla dal ricordo di quell’orrore.

Tornata in Inghilterra, i fantasmi di quello che ha vissuto la perseguitano anche nella tranquilla tenuta dove Penrose sperava di passare con lei una serena vecchiaia. I disturbi post-traumatici e le crisi depressive si fanno sempre più forti per Miller che inizia a bere. Ha un figlio e i suoi amici di sempre: Picasso, Max Ernst e anche il vecchio amore Man Ray, le restano vicino fino all’ultimo, fino alla sua scomparsa nel 1977 per una malattia. Picasso la ritrae più volte e finalmente tutte le vite di Lee si ricompongono nel meraviglioso tratto del maestro catalano.

Come tanti che sono passati attraverso questa terribile esperienza, anche Lee perde la sua anima e il suo cuore in quei luoghi di morte e sterminio. Continuerà a vivere per tanti altri anni ma, forse per mettersi in salvo, butterà in soffitta il suo passato nascondendo foto, articoli e ricordi delle sue vite precedenti. Nessuno saprà più chi è, o era, Lee Miller. Porterà per sempre nel cuore le cicatrici della più cruenta guerra dell’ultimo secolo, ferite alle quali non trovò mai una cura. Smise di fotografare, mise da parte i rullini e la sua fedele Rolleiflex e non volle più saperne di scattare. Neanche l’amore con Roland Penrose e la nascita di un figlio, Anthony, la aiutarono a fare pace con quei fotogrammi di distruzione e atrocità che la memoria aveva impresso nel suo cervello e, che per tutta la vita, condizionarono il suo rapporto col presente.

È solo grazie a un ennesimo cortocircuito del destino che il figlio Anthony scoprirà dopo la morte della madre quel tesoro sommerso. Stupito, lo riporterà alla luce per proiettare nel nostro presente incerto la scossa vitale di un’altra epoca, in cui era ancora possibile sognare in grande e coltivare libertà che oggi sembrano irraggiungibili.

I nostri traumi da salotto post-Covid non sono certo quelli vissuti da chi ha provato la guerra in quel periodo. Lee da modella a fotografa di rivista patinata scende in campo per fotografare.
Lee Miller fu una donna che in fondo, non ha vinto nessuna guerra. Quel che è certo è che la fotografia le ha permesso di non soccombere la sua libertà, nonostante le tante battaglie travagliate, l’hanno sfiancata e svuotata.

Lee Miller, la bellezza, il sogno, la realtà e il surreale.

Fosse qui ora, scrivere di fotografia avrebbe un sapore diverso. E così rileggo gli scritti riguardandola sorridente in una foto con Picasso, sfoglio il volume primo degli scritti di Magritte, in copertina c’è un particolare di “Meditazione” 1937.

La domanda è sempre la stessa…

“Chi siamo? Noi non siamo in realtà altro che i soggetti di questo mondo che ha la presunzione di essere civile, in cui l’intelligenza, la viltà, l’eroismo, la stupidità, adattandosi benissimo reciprocamente, sono a turno d’attualità. Noi siamo i soggetti di questo mondo incoerente e assurdo in cui si producono armi per impedire la guerra, in cui la scienza si applica a distruggere, a costruire, a uccidere, a prolungare la vita dei moribondi, in cui l’attività più folle agisce a rovescio; viviamo in un mondo in cui ci si sposa per denaro, in cui si costruiscono palazzi che marciscono abbandonati dinanzi al mare. Questo mondo riesce ancora a reggere in qualche modo, ma si vedono già brillare nella notte i segni della prossima rovina. Sembrerà ingenuo e inutile ripetere queste cose evidenti per coloro che non se ne lasciano turbare e che approfittano tranquillamente di questo stato di cose. Coloro che vivono di questo disordine aspirano a consolidarlo e poiché i soli mezzi che siano compatibili con esso sono nuovi disordini, essi concorrono, rabberciando il vecchio edificio alla loro maniera detta “realistica”, ad affrettarne, senza saperlo, l’ormai prossima caduta.

Altri, ai quali sono fiero di appartenere, nonostante le idee utopistiche di cui sono accusati, vogliono coscientemente la rivoluzione proletaria che trasformerà il mondo; e noi agiamo in vista di questo fine, ciascuno secondo i mezzi di cui dispone.

Nel frattempo dobbiamo difenderci da questa realtà mediocre plasmata da secoli di idolatria…

…La grande forza difensiva è l’amore, che dischiude agli amanti un mondo incantato fatto esattamente su misura per loro e che è difeso mirabilmente dall’isolamento.
Quanto agli artisti stessi, per la maggior parte rinunciavano facilmente alla loro libertà e mettevano la loro arte al servizio di chiunque o di qualunque cosa. Le loro preoccupazioni e le loro ambizioni sono in generale quelle di qualsiasi arrivista. Fu così che concepii una totale diffidenza nei confronti dell’arte e degli artisti… …Avevo un punto di riferimento diverso, ossia quella magia dell’arte che avevo conosciuto nella mia infanzia.

…Come Paul Valéry dinanzi al mare… i pittori impressionisti… dovevo ora animare questo mondo che, anche in movimento, era privo di qualsiasi profondità e aveva perduto ogni consistenza. Pensai allora che gli oggetti stessi dovevano rivelare in modo eloquente la loro esistenza e ricercai quali potessero esserne i mezzi.” Magritte

Maria Di Pietro, 3 marzo 2021

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