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INTERVISTA “Non Fotografi sulla Fotografia”. Intervista a MARCO FACCIO – Direttore creativo pubblicitario

di Paolo Ranzani

Come possiamo presentarti in poche righe?
 

Sono Marco Faccio, padre orgoglioso di 4 figli, fondatore e direttore creativo dell’agenzia pubblicitaria HUB09, prima direttore creativo esecutivo del gruppo Armando Testa per circa 10 anni. Ho lavorato per grandissimi marchi italiani e internazionali e ho vinto un buon numero di premi, tra cui un prestigioso Leone d’oro a Cannes per una campagna Baci Perugina.

 

Che rapporto hai con la fotografia fuori dal tuo mestiere?

 

Adoro la fotografia. Scatto spesso, come fanno tutti… soprattutto in viaggio, ma anche nella quotidianità. Basta una luce, un’ombra e si accende la voglia di bloccare all’infinito quell’istante, trasformarlo in qualcosa di potenzialmente condivisibile. Spesso dopo aver scattato scrivo, cerco le parole per raccontare l’emozione. Parole e immagini sembrano nate per fondersi alle volte. Però non sono un “collezionista” non amo riguardare le fotografie fatte e tanto meno quelle del passato. Lo scatto per me potrebbe cancellarsi poche ore dopo essere stato fatto… cambierebbe poco. Parlo delle mie fotografie ovviamente, non di quelle dei maestri che vorresti riguardare sempre. 

 
Che rapporto hai con la fotografia nel tuo mestiere?

E’ un rapporto strettissimo. La fotografia è il 50% di tutto quello che si fa nel nostro mestiere. Che si tratti di uno spot, di un’affissione o di un post, la fotografia è il legame immediato con le persone, la scintilla che ci fa fermare, scegliere, alle volte riflettere. Le parole arrivano quasi sempre dopo, sono come il cemento che fissa l’emozione e il ricordo, un binomio inscindibile. Puoi avere una grande idea ma se non hai una grande fotografia rischia di scivolare via, come se nulla fosse. Invidio e amo chi sa restituirmi in termini di immagine quello che la mia fantasia ha creato, come se l’immaginazione potesse rimbalzare e fissarsi in un solo istante diventando magicamente condivisibile. 
 

Il cambio analogico / digitale subito dalla fotografia, ha cambiato qualcosa nel tuo lavoro?

 

Direi proprio che “ha cambiato il mio lavoro”. 

La produzione fotografica è diventata sostanzialmente infinita… e non solo in termini di immagini ma, anche e soprattutto, in termini di “produttori di immagini”. Non li chiamo “fotografi” perché non sarebbe corretto, ma la tecnologia attuale permette praticamente a tutti di scattare, poi di applicare filtri artistici, sentendosi di colpo artisti. Ogni giorno ognuno di noi è sottoposto a un bombardamento tale di immagini che, probabilmente, fino a 20 anni fa, non avrebbe subito neppure in tutta la vita. Scorriamo Facebook, Instagram, gli altri social… e vediamo migliaia di foto, migliaia di immagini che si imprimono nella nostra mente cambiando il nostro percepito. Siamo arrivati a un punto talmente evoluto che le grandi aziende tecnologiche lavorano maggiormente su software in grado di migliorare gli scatti che sull’hardware che li produce. Milioni di pessimi fotografi hanno infinita accessibilità a trucchi per diventare “fotografi normali”. Ecco… questa situazione in qualche modo apocalittica ha modificato radicalmente il nostro mestiere. Dobbiamo emergere da un mare in tempesta, non più farci notare in un deserto di sabbia.
 

Cosa ne pensi della fotografia Italiana?

 

Non saprei dare una risposta, ho già difficoltà a giudicare il mondo della pubblicità italiana, figuratevi quello della fotografia. Posso dire che, professionalmente, non sono un esterofilo a tutti i costi e che cerco quasi sempre di lavorare con talenti italiani. Ecco la parola chiave: “talento”, il talento non lo si fa con i filtri e con i libri, lo si può migliorare ma non inventare. Conosco ottimi fotografi che si sono costruiti con l’esperienza e che per raccontare didascalicamente la vita sono perfetti, ma non hanno dentro quella emozione, quella “visione”, che li fa andare oltre, che fa vedere loro quello che gli altri non vedono. Ecco quello è il talento. In Italia la creatività è tanta, anche se il mercato tende ad appiattirla. Bisogna solo scovarla e alimentarla.

 
E di quella estera?
 

Ho lavorato con fotografi stranieri, l’ho fatto lavorando per grandi marchi e per grandi campagne. Ho trovato professionalità esaltanti ma anche tanta arroganza. Per me il lavoro è un atto partecipativo ed empatico, è un gesto di condivisione di pensiero e momenti. Se hai dentro questa spinta non conta molto da dove arrivi.  Insomma, credo che la fotografia a un certo livello sia un’arte e l’arte non si piega ai confini politici. 

 

Usi molto i social? 

 

Sì, moltissimo. Li uso professionalmente ma anche per interesse personale. La mia agenzia gestisce profili di grandissime aziende sui social, quindi per me si tratta di lavoro, di ricerca, di quotidianità “necessaria”. I social sono solo uno strumento, sta a noi usarlo bene o usarlo male, esattamente come la carta… ci puoi scrivere una lettera d’amore o una di minacce. Spesso sento demonizzare i social ma ciò che dovrebbe farci paura è l’uomo.

 

Il futuro della fotografia come lo immagini?

 

Affollato. Immagino sempre più persone che pensano di essere fotografi senza esserlo e sempre più difficoltà per chi invece lo è veramente. Bisogna tornare a circondarsi di bellezza e per far questo bisogna rinunciare a qualcosa. Per apprezzare la luce, alle volte, bisogna chiudere gli occhi un istante, ecco… sarebbe bello riuscire a fare qualcosa del genere. Dovremmo ridurre gli stimoli per avere lo spazio mentale per distinguere, per approfondire, per sedimentare il bello. Questo non vale solo per la fotografia, vale per tutto. Proprio in questi giorni è successo un fatto interessante che se dovesse trionfare segnerebbe la svolta dopo tanto tempo: è nato Clubhouse, un social totalmente privo di immagini, solo fatto di parole dette e di ascolto. Vi chiederete cosa c’entri con la fotografia, col mondo dell’immagine. Bene io penso che ogni secondo passato su Clubhouse salvi un po’ di fotografia, equivalga a quel “chiudere gli occhi” per apprezzare la luce. Se mai imboccheremo la via del “less is more” la fotografia troverà di nuovo il suo giusto spazio.

 

Pensi sia importante che l’italia adotti delle leggi severe per preservare al meglio il diritto d’autore dei fotografi?

 

Assolutamente sì, ma non solo la fotografia. Tutte le persone che lavorano attraverso la produzione di idee vanno tutelate, indifferentemente dalla forma che assumono quelle idee. Il  mio punto di vista non prevede un attaccamento “morboso” all’idea… ma semplicemente il giusto riconoscimento per chi l’ha trasformata in oggetto. Le idee, se sono buone, diventano di tutti, spiccano il volo e si trasformano vivendo di vita propria, ed è inutile cercare di fermarle, di rinchiuderle, di urlare che sono nostre. Anche alcune foto, alle volte, diventano di tutti… ci abituiamo a vederle e sembrano far parte della nostra vita da sempre. Questa è l’arte. Poi però c’è la professione, il sudore quotidiano, il lavoro… e questo va riconosciuto a chi lo svolge.

 
Se c’è qualche cosa che non ti ho chiesto ma che vorresti dire… aggiungila.

Vorrei lanciare un appello: siamo tutti abituati a scattare fotografie a ciò che troviamo bello: i figli, un bel tramonto, il cane adagiato sul prato, quell’uccellino poggiato su quel palo con quella lama di luce che… sì, tendiamo a bloccare per sempre un istante che per noi rappresenta il bello, la serenità. La fotografia però è anche denuncia, è uno strumento potente per puntare il dito sull’incuria con cui trattiamo il pianeta e i suoi abitanti tutti. Non fotografiamo mai i segni di petrolio sulla spiaggia, la spazzatura per strada, un vecchio che non ce la fa più… no, quelle sono immagini che tendiamo a rimuovere. Vi chiedo invece di imbracciare le vostre camere e i vostri telefoni come se fossero fucili e fotografare il brutto e riversarlo sui social, e di farlo sino a quando non tornerà la consapevolezza che per vivere nel bello è necessario saperlo custodire.
 
 
MARCO FACCIO – https://hub09.it/

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