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INTERVISTA “Non Fotografi sulla Fotografia”. Intervista a Bruno Nardini, titolare de “Il Laboratorio”

di Paolo Ranzani

Come possiamo presentarti in poche righe? (chi sei cosa fai)

Il mio nome è Bruno Nardini, titolare e fondatore del “ Il Laboratorio” di Torino.

Il nostro studio offre un servizio professionale di stampa bianco e nero ai sali d’argento sia da materiale analogico che digitale.

Ci occupiamo inoltre di rivalutare e decontestualizzare i processi alternativi di stampa del XIX secolo, al fine di raggiungere nuove opportunità creative che uniscano l’artigianalità delle antiche tecniche fotografiche alla tecnologia digitale.

Parallelamente all’attività di laboratorio svolgo lavoro di didattica come professore di camera oscura allo IED di Torino e propongo corsi individuali di stampa al fine di sensibilizzare le nuove generazioni a conoscere ed apprendere la lavorazione artigianale e manuale che caratterizza questi processi.

Che rapporto hai con la fotografia fuori dal tuo mestiere?

Per una persona che si occupa quotidianamente di fotografia non credo possa esistere questa eccezione, poiché il mestiere e la fotografia sono un tutt’uno. Tale scissione credo possa manifestarsi unicamente quando i due sostantivi appartengono a realtà differenti. Oltre a svolgere la professione continuo a fotografare per approfondire alcune tematiche di ciò che comunemente viene definito come “ il fotografico”.

Che rapporto hai con la fotografia nel tuo mestiere?

Ovviamente tutto dipende dal ruolo che viene svolto all’interno del “mondo fotografico”. In un laboratorio di stampa è necessario saper comprendere le esigenze espressive dell’autore, per poter proporre quelle soluzioni estetiche che siano funzionali alla narrazione e alla presentazione del lavoro espositivo. La sperimentazione continua e lo studio di tecniche di stampa alternative sono uno stimolo indispensabile per continuare a crescere professionalmente ed essere in grado di proporre originali tecniche creative agli autori da noi seguiti.

Il cambio analogico/digitale subito dalla fotografia, ha cambiato qualcosa nel tuo lavoro?

La fotografia sin dai suoi esordi ha prospettato soluzioni innovative per registrare e/o generare immagini, quindi questo innesto informatico, di per sé, non credo possa essere vissuto come un cambio radicale ma come un inevitabile segno dei tempi.

La nuova metodologia introdotta dal processo digitale ha trasformato l’esperienza fotografica da dialogica a dialettica.

O per meglio dire, ha introdotto la forma dialettica all’interno di un processo creativo che si fondava principalmente su di uno stretto rapporto con la materia, generando così un nuovo immaginario.

Ovviamente il primo cambiamento che si è avvertito è stato quello metodologico, poiché la gestione delle immagini è stata affidata ai complessi algoritmi degli applicativi fotografici, piuttosto che all’esperienza maturata dalle specifiche figure professionali che operano nella fotografia.

A tale proposito ho scelto di acquistare un ingranditore digitale che, lavorando per proiezione come nel processo analogico, permette di coniugare l’immagine digitale con il processo artigianale di stampa in camera oscura, mantenendo così un continuum tra tradizione ed innovazione.

Cosa ne pensi della fotografia italiana?

Sia la fotografia italiana che quella estera hanno subito negli anni un processo di atomizzazione.

Il processo fotografico, forse grazie anche alla trasformazione avvenuta in questi ultimi anni, è diventata sempre di più una esperienza filosofica che tende ad indagare principalmente il linguaggio visivo secondo le speculazioni dell’autore.

L’immagine fotografica considerata come documento, o come unico gesto creativo ha ceduto il passo alle sfaccettature e alle aporie proprie della simbologia presente nel linguaggio visivo contemporaneo. Al fine di legittimarsi in questo percorso la fotografia ha inevitabilmente dovuto prendere le distanze da quegli aspetti artigianali che ne hanno decretato la comparsa verso la metà dell’800.

E di quella estera?

Affermare che è storicamente riscontrabile l’interesse di alcuni paesi (europei e non) verso l’arte fotografica, rappresenta un pleonasmo.

Non va però dimenticato che grazie a questa attenzione la fotografia ha avuto maggior agio per potersi sviluppare, e per ricostruire una propria identità all’interno del panorama artistico internazionale.

Usi molto i social? (se sì, quali, quanto tempo ci dedichi e perché?)

Buona parte della comunicazione oggi si riversa sui social, quindi il confronto su tali piattaforme è diventato un aspetto imprescindibile del quotidiano. Ovviamente i social costituiscono un’ottima opportunità per presentare i nostri lavori e le attività di ricerca a cui ci dedichiamo nel nostro laboratorio. Inoltre ci consentono di condividere i progetti fotografici degli autori che si affidano alla nostra collaborazione.

Il futuro della fotografia come lo immagini?

La fotografia ovviamente sarà presente in un ipotetico futuro, ma per poterne comprendere le implicazioni occorre osservare come le nuove generazioni intendano articolare o declinare la professione.

Il loro modo di guardare ed interpretare è ovviamente meno vincolato di chi pratica questo mestiere da anni, quindi possono cogliere con maggior facilità le trasformazioni del linguaggio visivo, lavorando con una discreta libertà.

Non dimentichiamoci che la fotografia ha subito in questi anni una importante dicotomia, e se questa ripartizione è stata in grado di assolvere sia le esigenze specifiche del mercato, che quelle legate al mondo dell’arte, va anche considerato che questo sdoppiamento ha contribuito ad evidenziare le due metodologie presenti, rendendole distinte e non necessariamente conflittuali. Molto probabilmente saranno proprio le opportunità indotte da questo dualismo ad indirizzare la fotografia verso il futuro.

Pensi sia importante che l’Italia adotti delle leggi severe per preservare al meglio il diritto d’autore dei fotografi?

Il diritto d’autore oggi sembra sia disciplinato da una legge del ’41 che non prevede alcuna registrazione dell’opera da parte dell’autore.

La tematica posta richiederebbe un intervento puntuale che consenta alle normative vigenti di non essere più desuete ed inapplicabili.

Soprattutto in una realtà nella quale la diffusione delle immagini è diventata una consuetudine quotidiana.

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