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“Il fotografo sfrutta il dolore degli altri, manipolandolo” Donald McCullin [Paolo Ranzani]

©Donald McCullin
Don McCullin, celebre fotoreporter di guerra, ha seguito la maggior parte dei conflitti della seconda metà del del 900, ha testimoniato con le sue immagini molte delle profonde tragedie umanitarie che hanno sconvolto il nostro pianeta.
Guerra, rivolte etniche, emarginazioni, l’Aids, bande metropolitane, ha assistito e raccontato le sofferenze collettive di questi anni appena passati.
©Donald McCullin
Nasce nel 1935 a Londra, un’infanzia e un’adolescenza complicate dove il senso della sofferenza inizia a farsi strada; a causa della guerra viene sradicato dalla sua famiglia e nelle pagine della sua autobiografia – Unreasonable Behaviour –  scrive così:  “Come tutta la mia generazione a Londra sono un prodotto di Hitler. Sono nato negli anni Trenta e sono stato bombardato negli anni Quaranta”.
©Donald McCullin
Abbandona presto gli studi svolgendo lavori diversi fino ad arruolarsi nella Royal Air Force. Non passa l’esame per diventare fotografo militare e deve accontentarsi di fare l’assistente di camera oscura, nonostante tutto riesce ad acquistare la sua prima macchina fotografica, una Rolleicord 4 con cui nel 1958 realizza il primo servizio fotografico su una gang londinese,  inizia così a lavorare come fotogiornalista freelance.
©Donald McCullin
Il primo premio importante che vince è il British Press Photograpy Award grazie alla sua temeraria corsa verso Berlino proprio mentre, nel 1961, si iniziò a costruire il famigerato muro. 
 
Dalla consegna di quel lavoro inizia la sua incredibile carriera di fotogiornalista ampliando sempre più le collaborazioni con i giornali di tutto il mondo. 
Congo, Darfur, crisi mondiali, carestie, guerra di Cipro, invasione in Iraq, tutte le zone calde del pianeta sono le mete in cui viene inviato.
Vince il World Press Photo, la Warsaw Gold Metal e il Cornel Capa Award.
Trenta anni di fotografia di morte e violenza, McCullin le affronta con dedizione e impegno sociale per poter raccontare al mondo ciò che l’uomo peggiore riesce a partorire, gli obbrobri scatenati dalla sete di potere, dalle religioni, le inutilità degli orrori visti scatenano in lui un senso di assuefazione aberrante a cui non si lascia andare fino a rigettare completamente la necessità di dover raccontare. Il suo punto di vista, passato poi alla storia come la frase dominante del suo viaggio attraverso le guerre, fu: “il fotografo sfrutta il dolore altrui, manipolandolo, ed egli stesso è a sua volta manipolato dai giornali committenti.”
©Donald McCullin
Questa consapevolezza diede una svolta impressionante alla sua vita, ne patì fisicamente e psicologicamente al punto da ritirarsi, non dalla fotografia, che ancora oggi ama profondamente, ma da quel vicolo cieco che è la pace impossibile. 
 
Non so se la storia di McCullin possa insegnarci qualcosa, di sicuro apre dei dubbi che varrebbe la pena approfondire. 
La fotografia, come credeva James Nachtwey, può contribuire a rendere consapevole la società e quindi a migliorarla?
©Donald McCullin
Guardando il passato, in effetti, nessun reportage di guerra ha mai fermato la guerra successiva, nulla fa presagire che l’essere umano, guardando le fotografie di una guerra, non ne inizi una nuova.
L’odio e la violenza viste in fotografia o in video, non ha fermato nessuna imminente tragedia, l’uomo sembra immune alla consapevolezza dell’inutilità dell’annientarsi tra popoli.
Siamo quindi così sicuri che la spettacolarizzazione di molti reportage di guerra degli ultimi anni non siano unicamente frutto di necessità autoreferenziale o di pornografia editoriale che aumenta il consumo e quindi anche le entrate dei giornali?  I reporter di guerra sono lì per un impegno sociale e un senso di responsabilità umana che li spinge a sacrificarsi e a rischiare per un bene collettivo oppure è solo business e forse anche bisogno estremo di  ricerca di emozioni molto forti, la voglia di sfidare i propri limiti alla ricerca del proprio senso identitario?
©Donald McCullin
Sono domande difficili alle quali è altrettanto complesso rispondere. 
Donald McCullin ha scelto, vive in buona serenità in una contea nel sud ovest dell’Inghilterra con la sua seconda moglie ed i suoi 5 figli, fa ritratti su commissione, still life e paesaggi. 

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