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Il fotografo prima e dopo la mutazione. (Riflessioni filosofeggianti e consigli non richiesti)

di Paolo Ranzani

Il fotografo prima e dopo la mutazione. (Riflessioni, filosofeggianti e consigli non richiesti)
Un fotografo, a mio giudizio, non è, e non deve essere, uno bravo a fare fotografie. Quello è il minino sindacale per un mestiere che si è scelto di fare. Un fabbro deve essere bravo a saldare e modellare il ferro, un insegnante deve essere bravo a passare informazioni e creare curiosità del sapere, insomma, è proprio il minimo.

Il fotografo ha competenze sulle immagini fotografiche, ma deve essere qualcosa di più sennò è ovvio che una mutazione tecnologica faccia svanire tutto ciò su cui ha lavorato per anni. Ad esempio deve saper osservare, avere curiosità infinita, conoscere il mondo, essere sul pezzo, essere empatico, aver voglia di raccontare e poi, ognuno nel suo campo fotografico di riferimento, deve avere quelle capacità in più per far sì che la fotografia sia un mezzo per poter dire altro e non solo fare foto.

La mutazione a cui stiamo assistendo ha evidenziato proprio queste mancanze. E’ una mutazione epocale quella che stiamo vivendo ed è anche piuttosto veloce rispetto alle altre che l’uomo ha vissuto fin dalla notte dei tempi. Probabilmente la capiremo tra una trentina di anni.

Il giudizio può essere affrettato se viene emesso nel momento esatto in cui accade. Un po’ come accadde nella musica: tra il 500 e l’800 si sono rivelate molte influenze tra musica colta e musica popolare, sui libri si legge che la musica popolare fu il mezzo attraverso il quale la musica colta sfuggiva al pericolo di diventare un puro gioco intellettuale. Le maggiori mutazioni stilistiche sono avvenute proprio rivisitando o attingendo “gesti” colti in melodie pop.

Nella mutazione c’è sempre qualcosa che si perde e qualcosa che si guadagna, quindi sbagliano coloro che urlano all’invasione degli ignoranti e sbagliano gli ultras della rivoluzione. Bisogna prenderne atto e capire cosa portare nel futuro e cosa lasciare nel passato. Il problema attuale è che stiamo vivendo una trasformazione troppo veloce, la fotografia è in evoluzione da sempre, dai tentativi del pioniere Nadar in avanti, ma è stata una mutazione lenta, con qualche scossa sorprendente, come la polaroid, che però nel suo progredire si poteva seguire e prevedere. Negli ultimi 15 anni lo strappo è stato violento e ora siamo dei pugili sul ring, piuttosto suonati ed acciaccati, che non capiamo da dove a da chi arrivino i colpi. Ci vorrà tempo e pazienza restando però all’erta per cogliere ogni nuovo segnale da poter prendere al volo. Non ci sono molte uscite di sicurezza, o si impara a nuotare o si affoga, o se proprio vogliamo si può tentare la “nicchia” restando dietro lo scoglio, ma è cosa per anime forti perché come dicevo, qualcosa rimarrà e sarà quello che, mutato, porteremo nel futuro.

In queste ondate di maree impreviste ci si chiede come si possa ancora distinguere un professionista da chi non lo è (a parte la partita iva ovviamente).
Prima di tutto bisognerebbe chiarire cosa voglia dire la parola mestiere. E già qui si aprirebbe un dibattito di un paio di settimane. Ci sono molte chiavi di lettura e molti strati da affrontare è ovvio che amministrativamente e legalmente parlando, è professionista colui che ha partita iva e svolge regolarmente il lavoro di fotografo, io potrei declinare e aggiungere “Chi campa quotidianamente solo con e grazie alla fotografia”. Però, per rispondere meglio devo scollinare da questa definizione perché sennò mi riferirei a pochi esemplari superstiti. Il “mestiere” del fotografo ora è tracimato in gesti differenti, d’altra parte siamo nell’era del ‘multitasking’. Quindi il fotografo di mestiere, ora, è uno che tendenzialmente, non obbligatoriamente, si occupa o si dovrà occupare di molte cose inerenti alla fotografia; dal produrre immagini, ferme o in movimento (il video ci riserverà moltissime sorprese ed evoluzioni), al creare sinergia con il web e i social, l’archivio, la postproduzione, l’autorialità nell’illuminazione dei video, la critica, il 3D e chissà che altro. Quindi non è più solo un fotografo, ma un esperto di immagini a 360°. Essendo una cosa piuttosto complicata, penso che il futuro preveda intense sinergie tra collaboratori, studi composti da più persone che insieme possano far fronte all’enorme diversificazione della clientela.

Un altro passaggio da comprendere è che tutti, in questa epoca, possono realizzare “scatti”, ma solo pochi sanno e sapranno produrre immagini di significato, senso e che vengano pagate quel tanto da poterci campare. E una volta per tutte bisogna smetterla di parlare di foto belle o brutte. Non è quello il paragone tra professionista e dilettante, la bellezza o il buon gusto sono termini soggettivi. Il fotografo (con le sue contaminazioni) deve saper soddisfare una richiesta, che sia un cliente, un editore o dei collezionisti, se soddisfa solo le proprie richieste autoreferenziali, tipo: “Oggi ho voglia di fare un pò di scatti”, siamo di fronte a una nevrosi compulsiva che non porta a nulla se non a piaceri onanistici. Che di per sé non è un problema, basta che non si pretenda di farli passare per altro o confrontarli con chi mette in atto un valore che qualcuno gli riconosce.

Una semplice fotografia di catalogo, pagata anche solo 50 euro, vale molto di più di una fighissima immagine di modella seminuda spacciata dal photographer di turno su facebook. Perché la prima ha un valore riconosciuto e ricompensato, la seconda è solo “spettacolare” dal valore di qualche like.

Un’altra piccola ma importante riflessione va fatta sulla parola “passione”. La si usa in modo indiscriminato dimenticandone il vero senso; passione: sacrificio (vedi Passione di Cristo), non mi risulta che il dilettante sanguini e faccia sacrifici ma in verità risponde alla soddisfazione di un piacere personale nel suo tempo libero, come dicevo poco fa. Il fotografo professionista, pur trovando piacere in quello che fa, sacrifica tempo e vita, soldi, famiglia, sentimenti ed energie, per potersi affermare nel mestiere, investe tutto per divulgarsi e trovare un posto in cui verrà riconosciuto come autore o come bravo professionista, e quindi pagato doverosamente. La parola passione, come ultima analisi del dizionario, sfocia nel diletto, nel piacere: “passione per la pesca” che è un diletto, e cioè dilettante. Poi può essere anche “bravissimo” e realizzare immagini interessanti, ma resti un dilettante. Non c’è denigrazione mentre uso questa parola, solo constatazione. Una presa di coscienza, che parte dalla riflessione che se non vi pagano le vostre fotografie forse è perché non hanno un valore o non vi siete sacrificati abbastanza per far percepire quel valore nel mercato di riferimento.

Un altro argomento che amo affrontare è la formazione.

La formazione più importante è la conoscenza del mestiere che sto raccontando in questa intervista, se non ne hai conoscenza e coscienza il rischio di andare a sbattere contro un muro di fallimento, personale e professionale è altissimo. Se poi ci si vuole rapportare con i professionisti che gravitano nel mondo della fotografia, agenti, photoeditor, galleristi, (etc.) allora è necessario avere una consistente cultura storica e tecnica, ma soprattutto storica. Se non conosco cosa è stato fatto nel passato non saprò rapportarmi al presente e rischio di fare figuracce tremende. Ad una visione dei portfolio ho visto presentare dei bei nudi maschili in bianco e nero, l’agente chiese se ci fosse un omaggio a Robert Mapplethorpe, la risposta fu uno sguardo annebbiato da pesce lesso: “E chi è?”. Portfolio chiuso con astio e a mai più!

Le scuole di fotografia in Italia non sono ancora allineate con il mondo del lavoro, qualcuna forse un pò di più, qualcuna per nulla. Tutti vendono sogni: “Hey realizza il tuo sogno, diventa professionista!” oppure “Ti insegniamo i trucchi del mestiere”, “Fai diventare professione la tua passione” o peggio ancora “Diventa Artista con noi!”. Tutte fesserie!

Una scuola vera dovrebbe e può soltanto dare, in modo serio, gli strumenti e le connessioni per bussare alla porta della professione. Per il resto, la differenza la fai tu, con l’energia che ci metti, con il tempo sacrificato, con la passione (quella vera!) che decidi di investire. All’estero ci sono invece realtà più performanti.

Poi ci sono delle strade che possono viaggiare in parallelo con la scuola e cioè fare l’assistente, sicuramente è un buon inizio, fare la gavetta, in modo umile ma con precisione e concentrazione, è il miglior modo per avvicinarsi a quella porta. Difficile certo è trovare qualcuno che ti prenda, ma è anche vero che ho visto ragazzi presentarsi in modo davvero imbarazzante. Comunque, se uno non ci prova o si presenta senza aver iniziato a crescere da autodidatta, immaginando che il tal fotografo lo acculturi su tutto, ha già sbagliato in partenza. L’assistente deve essere in grado di dare e non solo ricevere, deve essere colto e preparato a imparare velocemente, ma anche a prevedere e coadiuvare il fotografo. Presentarsi senza saper fare nulla è un autogol, presentarsi con un bellissimo portfolio è stupido perché il fotografo potrebbe dire: “Ma se sei così bravo vai a venderti come fotografo!”. Ci vuole quella giusta via di mezzo ed essere informati sul lavoro del fotografo a cui ci si presenta e magari evitare di dire “Se hai bisogno di portare le borse io ci sono”…anche una scimmia sa portare le borse. E’ invece importante conoscere un pò di grafica, tutti i programmi inerenti alla fotografia, quel tanto che basta di postproduzione, essere informanti sulle attrezzature e le nuove tecnologie in modo da saper anche dare consigli utili, con i vari tutorial on line non è poi così difficile, basta aver voglia davvero di imparare. Passione vera insomma!

Un fotografo che coglie nell’assistente quelle cose in cui lui non è eccelso resterà colpito, bisogna quindi capire come essere “utile” a quel fotografo e non fare soltanto quello che vuole apprendere. Io amo molto gli assistenti che mi danno qualcosa che non so, quelli curiosi che si informano su tutto e spesso ne sanno pure più di me, in questo modo avviene uno scambio.

Anche fare dei workshop può essere un buon inizio, ma occorre saper scegliere. È piuttosto semplice: guardate chi lo tiene, googolate il suo nome e scoprite cosa ha fatto nella sua carriera, se è un professionista e cioè se ha nel suo portfolio clienti e committenze reali, se è conosciuto e ha esperienze affini alle vostre, magari provate a chiedere ad altri partecipanti come si sono trovati. Evitate i photographer che sanno fare due cose e le hanno fatte per scopi privati e si dichiarano Master. Fregatevene se hanno sulla loro pagina facebook delle “belle” fotografie, guardate piuttosto il valore reale delle loro produzioni e soprattutto state alla larga dai fotografi che mettono su un set, fanno i loro “scatti” e poi vi fanno “scattare” tutti insieme stile visitatori dello zoo davanti al tricheco, porterete a casa delle belle foto fatte non da voi ma dalla vostra macchina fotografica, dal set costruito dal fotografo e dalle pose della modella ma non ci sarà nulla di vostro, non avrete imparato nulla.

A costo di venir tacciato per autopromozione, fatelo pure, posso dirvi che io ogni tanto apro le porte del mio studio ad un “one to one”, una giornata in cui mi dedico solo ad una persona, non dico che sia il miglior modo, ma sicuramente dedicarsi ad uno solo ha dei vantaggi enormi. Io lo feci anni fa, da giovane, con il mio maestro e ora grande amico, Guido Harari, e ancora oggi porto negli occhi e nel cuore quella giornata, mi ha lasciato più segni che tre anni di scuola. A volte alcuni incontri sono come degli schiaffi, questo rischio c’è, ma non deve fare paura, anzi, bisogna tenere presente che uno schiaffo è anche un modo per far girare velocemente la testa e guardare il mondo da una nuova posizione.

Di sicuro è sbagliato attendere. Fare buone fotografie ma restare ad aspettare di essere notato non porta a nulla. Per vincere alla lotteria occorre comprare dei biglietti, più ne compri più probabilità hai, e come biglietti intendo cultura, libri letti, mostre viste, contatti umani, allenamento visivo e migliaia di prove, porte a cui bussare, sito web, un buon utilizzo dei social, tutti questi sforzi sono biglietti della lotteria, la fortuna può aiutare, certo, ma la fortuna la puoi anche avvicinare e se il talento è innato è anche vero che in buona parte lo puoi costruire.

Dipende solo da voi, io non credo ai geni incompresi, se non sei stato capace di farti comprendere, in un mondo come questo, vuol dire che non sei un genio

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