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Gerda Taro. Il pane, le rose e la fotografia nella rivoluzione di Spagna

di Pino Bertelli

È buono il pane che porta il marchio della libertà, diceva mio padre… il profumo delle rose influisce sulle costellazioni e gli straccetti rossi legati al collo della meglio gioventù ci ricordano che l’obbedienza non è mai stata una virtù”.

Anonimo toscano

I. Il pane, le rose e la fotografia nella rivoluzione di Spagna

Più si detestano i fotografi dell’inganno universale, più si è maturi per dissertare sulla fotografia mercatale, cioè con nessuno! Ci si può immaginare un fotografo di successo che non abbia un’anima da macellaio? È sempre quello che deifichiamo a qualificarci come sudditi o come ribelli! I soli avvenimenti notevoli nella vita, come nell’arte, sono le rotture! Solo ciò che invita al collasso dell’impostura merita di essere fotografato. Non si può spodestare un mito, quale che sia, senza prima spezzare il pane con un compagno di strada.

Il pane e le rose c’entrano molto nella fotografia giornalistica di Gerda Taro, c’entra anche la rivoluzione sociale di Spagna (1936-1939). La Taro è stata una pioniera della fotografia d’impegno civile, anche se non proprio la “prima fotoreporter”, come è stato scritto da molti. La giovinezza che attraversa è di quelle inquiete, particolari, fatta di passioni politiche e avventure amorose. Qualcuno la vede come una puttana, una “bambolina di lusso” o una ragazza intelligente e più che altro un’anima bella. Altri né parlano come una ribelle comunista, una sovversiva, una figura androgina sempre in lotta con la morale e i costumi della sua epoca.

La politica in Germania ai tempi della Repubblica di Weimar (1919-1933) è attraversata da conflitti sociali e turbolenze elettorali. Il tentativo della fondazione di una democrazia partecipata viene soffocato nel sangue e l’ascesa di Hitler al potere nel 1933 porterà il partito nazista all’instaurazione di una dittatura tra le più feroci che l’umanità abbia mai conosciuto. Per non dimenticare: Hitler, a pochi mesi dal suo insediamento nella cancelleria del Reich, mette in atto la Shoah (la “soluzione finale”), che riguardava lo sterminio di interi gruppi etnici, sociali e politici (ebrei, rom, omosessuali, malati di mente, minoranze religiose, oppositori al regime…) e fa della “grande Germania” un popolo di assassini e di complici. Hannah Arendt mostrerà in un libro memorabile, La banalità del male(1), che i crimini nazisti hanno rappresentato il “naufragio morale di un’intera nazione”. Le camere a gas e i forni crematori di Auschwitz restano una testimonianza (sovente inascoltata) della psicopatologia del comando, della falsificazione e dell’impostura come crogiuolo isti- tuzionale di tutti i misfatti impuniti. Quando s’inizia a bruciare buoni libri, gli assassini prendono il posto dei miti e degli dèi e instaurano il potere del terrore. I peggiori crimini dell’umanità sono stati perpetrati (e lo sono ancora) sotto il protettorato dell’ordine e del dovere.

Gerda Taro (Gerta Pohorylle) nasce in una buona famiglia di ebrei polacchi, a Stoccarda, l’1 agosto 1910. Si avvicina presto ai movimenti politici dei lavoratori e alle associazioni studentesche della sinistra radicale… con l’avvento del nazismo è sorvegliata e finisce in carcere per 17 giorni (sotto la dicitura di “custodia preventiva”). La piccola ragazza con i tacchi alti, i capelli tagliati a maschietto, che vestiva con disinvoltura come le dive del cinema, si oppone al razzismo e all’antisemitismo delle “camicie brune” e non teme di perdere i privilegi della sua sicurezza borghese. Quando viene rilasciata dal carcere (aveva un passaporto polacco e non poteva essere più trattenuta), fugge a Parigi con un amico. È l’autunno del 1933. Qui conosce la fame. Vende giornali per sopravvivere e gli amori continuano a essere molti e occasionali. Nel settembre 1934 incontra un fotografo ebreo ungherese squattrinato, con un sorriso un po’ insolente ed è subito amor fou. Si chiama André Ernö Friedmann, che tutti chiamano “Bandi”. Più tardi sarà conosciuto in tutto il mondo come Robert “Bob” Capa. Un maestro della fotografia di guerra, più accorto sarebbe dire, fotografia di strada o sociale. Non è ancora noto, ma è già grande per aver fatto un reportage eccezionale su Lev Trotzkij, durante un comizio a Copenaghen nel 1932. I suoi amici sono André Kertész, David “Chim” Seymour e Henri Cartier-Bresson. È lui che avvicina la Taro alla fotografia o, comunque, le fa scoprire una filosofia del vedere che è magia e poesia allo stesso tempo. Anche Capa è un fuoriuscito, un comunista anomalo con simpatie anarchiche, in Ungheria è ricercato per attività sovversive.

Capa e la Taro formano una coppia (piuttosto libera) e fanno della fotografia una professione. Lui scatta fotografie e lei cerca di venderle alle agenzie. I guadagni sono pochi e così lei inventa il nome di “Robert Capa” per lui e prende il nome di “Gerda Taro” per sé. Con quel nome americano le fotografie dell’ungherese si vendono meglio. C’è da dire che da subito la fotoscrittura di Capa va ben oltre il fotogiornalismo dal quale parte e i suoi lavori restano un insegnamento etico e formale per i fotoreporter più attenti all’aspetto civile e non solo crudele delle guerre a venire (Alexandra Boulat, Ron Haviv, Gary Knigth, Antonin Kratochvil, Chris Morris, James Nachtwey o John Stanmeyer), senza dimenticare gli immortali Don McCullin, Philip Jones Griffiths, William Eu- gene Smith, Werner Bischof, David Seymour o Henri Cartier-Bresson).

Le immagini di Capa, anche quella sospetta di falso o ricostruzione della morte del miliziano a Cerro Muriano, scattata sul fronte spagnolo, sono un’accusa contro la stupidità della guerra, l’assurdità del potere e contribuiscono non poco alla crescita della coscienza critica (non solo) della fotografia. Robert “Bob” Capa scompare in Indocina, salta su una mina a Thai-Binh, correva l’anno 1954.

Il primo tesserino da giornalista della Taro è del 1936. In quello stesso anno il Fronte Popolare vince le elezioni in Spagna e anarchici, comunisti, socialisti… cominciano a smantellare il latifondismo e pareggiare i conti con le angherie che il popolo ha subito per secoli da parte della Chiesa e della nobiltà. I padroni non ci stanno. Scoppia la guerra civile e la rivoluzione dei poveri assume caratteri storici eccezionali. Il generale Franco, foraggiato da Hilter, Mussolini, la Chiesa e la finanza internazionale… mette a ferro e a fuoco la Spagna. Si formano le Brigate Internazionali in aiuto ai repubblicani. La rivoluzione sociale di Spagna è il banco di prova della seconda guerra mondiale che era già nell’aria. Gli eccidi di massa sono molti. Gli attacchi aerei (italiani e tedeschi) sulle popolazioni, feroci (Guernica, 26 aprile 1937). I “franchisti” usano anche il gas e allestiscono fosse comuni in gran numero. L’Unione Sovietica e il Partito Comunista Italiano si erano posti dalla parte dei repubblicani, ma nei fatti (insieme alla politica prezzolata e attendista di Stati Uniti, Inghilterra e Francia) si renderanno responsabili della sconfitta della rivoluzione e delle stragi commesse dai falangisti contro civili e prigionieri. L’assassinio di Camillo Berneri e di Andrès Nin (anche di Buenaventura Durruti, forse) sono i crimini eccellenti dello stalinismo e della politica servile e sanguinaria del PCI nei fatti di Spagna(2). Ogni autoritarismo ripugna all’anarchia, diceva Berneri, perché l’anarchia non è un sogno, è una società del desiderio che attraverso la nascita dei consigli operai si darà la forma di quell’autogoverno che nei tempi a venire si sostituirà alle diverse forme di governo che si sono succedute dal mondo antico sino ai nostri tempi.(3) L’anarchismo è un’utopia in cammino, un’idea d’amore e fraternità tra gli uomini, sempre alla ricerca di una rotta migliore verso quella terra senza santi, né martiri e né eroi, chiamata libertà. Robert Capa e Gerda Taro giungono in Spagna nell’agosto del 1936. Vogliono documentare la “rivoluzione della gioia” e la prima guerra raccontata su larga scala dai media. I loro reportage sono pubblicati dalle riviste Regards, Vu e da altri organi di stampa… presto le loro fotografie sulla guerra civile sono raccolte (insieme a quelle di “Chim”, David Seymour) in un libro che è un vero e proprio un atto di accusa contro le democrazie occidentali (The Spanish people’s fight for liberty, 1937). Capa, Taro e “Chim”, senza mezzi termini e sotto ogni aspetto, non solo figurativo, consideravano il loro lavoro un aperto contributo alla lotta di resistenza spagnola. Appena è apparso l’uomo autoritario, subito sono apparsi i massacri e i campi di sterminio. Ma ovunque un uomo ha levato il pugno contro un altro uomo, lì sono insorti anche i poeti maledetti della libertà.

II. Sulla fotografia di resistenza di Gerda Taro

La fotografia in azione di Gerda Taro è anche e soprattutto una fotografia di resistenza. A differenza di Capa, che ha un rapporto empatico, coinvolgente o più semplicemente diretto con la “cosa” che fotografa… la piccola ragazza ebrea, educata nei buoni collegi, aperta a tutte le esperienze in amore… elabora una visione fotografica discreta, mai invadente, sempre un po’ defilata o leggera su quanto accade davanti alla sua fotocamera (Rolleiflex o Leica). I suoi ritratti sono sorretti da una certa serenità descrittiva e specie nei bambini si nota molto la tenerezza o la dolcezza che coglie sui loro volti, i loro corpi, i sorrisi felici di una rivoluzione sociale destinata ad essere sconfitta.

A leggere con attenzione le sue fotografie sui giovani rivoluzionari, sui figli della resistenza e sui loro padri… non è difficile riconoscere un gioco di specchi, un intreccio di sguardi, una centralità della presenza che vede nella bellezza e nell’utopia condivisa, la difesa della coscienza storica di un intero popolo, pagata con centinaia di migliaia di morti.

La Taro lavora nelle retrovie della guerra civile, fissa sulla pellicola i contadini che trebbiano, i giovani repubblicani che ballano, i bambini che giocano alla guerra (finta) sulle barricate (vere)… le sue immagini sono attraversate da una malinconia amorosa che trasforma l’ordinarietà del quotidiano in qualcosa di straordinario. Il vecchio contadino sul mulo e il pugno alzato (1936), la gente davanti all’ospedale di Valencia dopo i bombardamenti della notte (1937) o il bambino che mangia la minestra con in testa il cappello degli anarchici (una delle immagini che la Taro ha fatto per documentare l’assistenza degli orfani di Madrid, 1937)… sono delle grandi fotografie e riescono a esprimere non solo il dolore ma anche la bellezza perduta di un’epoca.

La scrittura fotografica della Taro sorprende, a volte, per la dinamica dei sentimenti, la passionalità del gesto, il disvelamento del momento struccato, ritagliato sulle spoglie della storia. Ci sono immagini emozionali (a lei attribuite), come quelle dei dinamiteros (uomini che con la fionda lanciano la dinamite contro i falangisti in un quartiere operaio di Madrid), che nella loro sgangherata realizzazione sembrano uscire dalla lezione estetica, epica o rivoluzionaria di Sergej Ėjzenštejn, specie in Sciopero o La corazzata Pötemkin. Lo sguardo obliquo della Taro legittima il recupero della creatività, della cultura, dell’arte… i suoi ritrattati si fondono alla coscienza sociale delle condizioni esistenti e si possono leggere come trasformazione della vita quotidiana. Ereditano le possibilità estreme di un possibile cambiamento e del superamento del naufragio della società dell’apparenza.

La scrittura visuale della Taro più compiuta però è la ritrattistica che riguarda gli operai ripresi nelle fabbriche di munizioni, i volti degli uomini e donne della resistenza (spesso inquadrati dal basso), l’istruzione popolare (adulti seduti nei banchi di scuola dei bambini che ascoltano i loro insegnanti) o la “vita nella Sierra”… qui il significato delle immagini lascia trasparire qualcosa di estraniante, un ritorno dell’uomo all’eguale, all’autentico, all’immaginale di una realtà altra, un riflesso di cerchi nell’acqua che annunciano utopie pericolose e per questo invise a tutti i poteri, di una comunità che viene. La bellezza in amore tra gli umiliati e gli offesi, è il solo vizio che rende liberi in un deserto di sogni.

Nel luglio del 1937, Regards pubblica il reportage della Taro (che qualcuno ha definito “sensazionale”, ed è vero) sulla battaglia di Brunete. Le truppe di Franco avanzano però, riconquistano Brunete. Le Brigate Internazionali si ritirano nel caos. Gli aerei tedeschi bombardano le colonne in fuga. La Taro continua a scattare fotografie. La domenica del 25 luglio, lei e un amico (Ted Allan) partono in macchina verso Villeanueva de la Cañada. Nella confusione delle bombe e il fuoco delle mitragliatrici, un carro armato urta la loro auto che si rovescia e la Taro finisce sotto i cingoli. Allan e la Taro sono ricoverati nell’ospedale inglese della 35 divisione (nell’Escorial), Allan si salva, la situazione della Taro è molto grave e muore all’alba del 26 luglio 1937, ha solo 27 anni. Il suo corpo viene sepolto nel cimitero Père-Lachaise, a Parigi. Alberto Giacometti si occupa del cippo (o monumento) tombale, Pablo Neruda e Louis Aragon dell’elogio funebre. Léon Moussinac, enfatizzando un po’ i suoi ricordi, ritorna a quei giorni che ha conosciuto in Spagna l’allodola di Brunete… mentre lui e la Taro erano circondati dai corpi fatti a pezzi dei repubblicani, prima di separarsi e riprendere la strada per Madrid, si misero a cantare l’Internazionale… “Gerda Taro stava davanti a me… il suo bel profilo si stagliava davanti al campo di grano. Teneva il piccolo pugno alzato verso il cielo. Cantava con tutta se stessa. Molti di questi soldati un po’ rozzi che ci stavano intorno avevano gli occhi bagnati di lacrime”… altri dicono che quando sopraggiunse il silenzio, si alzò un’allodola dal campo di grano e cominciò a cantare. Noi, che siamo stati allevati nella pubblica via, e quindi sappiamo che il pane non si taglia ma si spezza, preferiamo ricordarla con le parole di un poeta libertario, Luis Pérez Infante: “Se è vero che sei morta, compagna, / è vero che continui a vivere / eterna gioventù tra di noi. / Come la rosa / che vista una mattina di maggio un giorno, / se poi la scorgiamo / molto lontano dal roseto, calpestata / perdura nel ricordo floridissima / così per noi sei, Gerda”.(4) Nel 1938, Robert Capa raccoglie molte delle fotografie scattate fianco a fianco alla sua compagna e pubblica in sua memoria, Death in the Making (Convici- Friede, 1938). Il volume, che non è strepitoso, è un atto d’amore a Gerda Taro.

Anche se Hemingway considerava la Taro una “puttana” (per i tradimenti “aperti” che faceva subire al suo amico Capa) e Neruda la definiva una donna che commetteva molte “stupidaggini”, i suoi reportage (Brunete o quello pubblicato su Regards, Immagini di una vittoria o le fotografie sui bombardamenti di Madrid)… emettono una fascinazione per la rivolta dei giusti e deprecano ogni forma di violenza. C’è una sorta di ricerca del desiderio di vivere nelle sue immagini e il rifiuto degli uomini che hanno deciso di fondare la loro società in una sorta di apologia dell’assassinio. Se il patriottismo è l’ultimo rifiuto delle carogne, la rivoluzione sociale è il principio per tutti gli uomini di buona volontà e di grande fantasia che vogliono raggiungere la libertà come base, l’uguaglianza come mezzo e la fraternità come ponte verso una reale democrazia diretta.

La fotografia di resistenza di Gerda Taro esprime un universo immaginale che incrina i seminamenti dell’informativo e del ridondante e si fa portatore del gesto, del segno, del corpo… come strappo o “figurazione” che mette in rapporto uomo e società. Nelle immagini della Taro c’è il futuro che avanza e la critica radicale della cultura, della politica, delle fedi monoteiste che con- tengono, si presentano come tracce intime di un pensiero del sentire e del volere. La sua fotodocumentazione è attenta al dettaglio, all’accadere minimo, all’epifania del segno come attimi scippati alla quotidianità. Il compito della fotografia di resistenza implica la necessità e la fantasia di cambiare il mondo. È una filosofia della visione trasversale tesa a rendere giustizia là dove i diritti umani sono calpestati e in questo senso l’intera opera (poco studiata, quando non conosciuta) di Gerda Taro, travalica i generi e le categorie fotografiche e pone come questione primaria, etica ed estetica, il problema radicale della libertà. La filosofia della fotografia di resistenza è necessaria per portare alla coscienza (individuale e collettiva) la radicalità della pratica fotografica e resta una forma di liberazione non solo del linguaggio fotografico ma anche della possibilità di disvelare e riorientare il disagio della civiltà dello spettacolo in amore tra gli uomini e donne che non chiedono solo il pane, ma anche le rose e la costruzione di una società tra liberi e uguali.

Note:

  1. Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 1964
  2. Carlos Semprún Maura, Libertad! Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna, Elehutera, 1996
  3. Camillo Berneri, Singolare/plurale, Atti della giornata di studi, Reggio Emilia, 28 maggio 2005, Bi- blioteca Panizzi, Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa, 2005
  4. Irme Schaber, Gerda Taro, Una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola, DeriveApprodi, 2007
     
 

Articolo tratto da “La fotografia ribelle” di Pino Bertelli

Edito da NdA press ©2017

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