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3. Francisco Boix. Sull’iconografia dell’orrore di Mauthausen e la disobbedienza civile della fotografia [Pino Bertelli]

di Pino Bertelli

Amico caro,
ecco un altro tassello sulla Fotografia della Shoah… forse uno tra i più importanti… Boix, ex-combattente-fotografo della Rivoluzione di Spagna 1936-1939,
sapeva quello che faceva quando fotografava all’interno del campo di sterminio di Mauthausen…
poco a poco vediamo di costruire questa breve storia della fotografia sullo sterminio degli ebrei d’Europa…
non si tratta solo di non dimenticare, si tratta di cercare di far capire che le guerre, i genocidi, le carneficine…
le ordinano i capi di Stato, i generali, i finanzieri a scopi puramente economici e di potere o di fede in qualcosa o in qualcuno…
i fedeli, i sudditi, gli infatuati a tutto, li eseguono… fratelli contro fratelli… e sono sempre i poveri, gli ultimi, gli indifesi che pagano tutto…
finite le guerre, i potenti si trovano allegramente al medesimo tavolo e non ci sono più nemici, solo spartizioni di soldi..
i vecchi nemici ora sono amici e alleati e ci celebrano altre guerre, altri colonialismi, altri massacri… 
così è stato nella storia, così è così sarà… l’iconografia dell’orrore continua contro gli oppressi della Terra…
e a nomi come Krupp o Bayer, saranno riservati nuovi onori, prima in camicia bruna nazista, poi in quella bianca di Wall Street…
anche gli ebrei di alto lignaggio… non guardano troppo per il sottile quando si tratta di affari e fanno finta di non ricordare…
un’annotazione che troverai da qualche parte nei miei lavori… Norman Gary Finkelstein, storico ebreo (i familiari sono stati sterminati ad Auschwitz), che ho ben conosciuto a New York,
ha scritto un libro dove racconta a tutti quelli che non credono che il canto del gallo somigli alla musica di Mozart!, L’industria dell’Olocausto… un’altra faccia della tragedia ebraica… 
qui scrive che i risarcimenti economici avuti dagli ebrei attraverso le banche svizzere… non sono mai andati a zingari, omosessuali o a politici trucidati dal nazismo…
abbiamo visto coprirlo di insulti all’università ebraica di New York e poi espulso… solo Noam Chomsky (altro ebreo illuminato) gli è stato vicino…
qui vedo salire accuse di antisemitismo contro le mie osservazioni, spero che il prossimo passo non ci sia qualcuno che venga a bruciare i miei libri, mi dispiacerebbe molto,
specie per quelli di Pinocchio, Alice nel Paese delle Meraviglie o Moby Dick… in edizioni illustrate…
ti ringrazio ancora, amico, per permettere che si possa riflettere sulle luci e le ombre della Shoah e che davvero non si debba più piangere
su qualsiasi Olocausto commesso in nome di una qualche pretesa di superiorità, che sia di una razza sull’altra o di un potere sull’altro…
è l’amore dell’uomo per l’uomo che sconfigge tutti i soprusi e la disobbedienza civile è un primo passo per impedire che la banalità del male
non avvenga mai più!
 
ti abbraccio con chi ami e chi ti ama, Pino

« Un ubriaco di taverna di porto disse al giovane fotografo che voleva fare la fotografia sociale:
“Se studierai e coltiverai il tuo talento, diventerai un grande fotografo”.
Il giovane fotografo, un po’ perplesso:
“E se non ho voglia di studiare né guardare la gente negli occhi?”
L’ubriaco, dopo aver sorseggiato un po’ di vino:
“Allora diventerai un critico o alla peggio uno storico della fotografia!” ».
(Dal taccuino di un fotografo di strada, 1968).

Francisco Boix

I. Sputeremo sulle vostre tombe

Tutti gli scemi finiscono in politica o in fotografia[1]. La menzogna della fotografia mercatale è uguale alla menzogna dichiarata della fede, della pubblicità o della politica… chi inganna vende, converte o convince… celebra un sistema culturale/politico/finanziario da ritardati mentali… in contrasto a questa degradazione dall’alto si dovrebbe usare la fotografia (e tutti gli strumenti creativi) alla maniera dei partigiani, quando portavano il ferro sulla spalla e spianavano l’arroganza e il pubblico disprezzo per conquistare il bene comune… ci sono momenti nella storia che anche con un fucile si possono fare dei capolavori, il poeta della Rivoluzione di Spagna del ’36, Benjamin Péret, annotava sulle barricate… tuttavia dare inizio allo smantellamento della miseria della fotografia (o viceversa) significa passare dalla cultura di resistenza all’insurrezione dell’intelligenza… girare intorno al fuoco nella notte dell’immaginario liberato e danzare sulla trasvalutazione di tutti i valori col martello di Nietzsche… fare della bellezza autentica (e della dignità che ne consegue) il principio di tutte le cospirazioni contro l’ordine istituito… i fotografi hanno tentato d’interpretare il mondo, si tratta ora di cambiarlo.

[1] Questa ouverture sulla fotografia del nostro scontento è un frammento dello scritto che doveva essere posto come prefazione al nostro lavoro, Contro la guerra. Ritratti dall’infanzia negata, poi tagliato per mancanza di spazio (e di fondi). Lo disseminiamo qui per non dimenticare che la fotografia dell’orrore della Shoah è la progenitura (atto del generare) di tutta la fotografia dell’inganno mercatale, santificata nei premi internazionali e più ancora è al fondo della simulazione o perversione della verità (del pensiero unico) finalizzata alla domesticazione sociale o all’oppressione del dissidio.

Per gli antichi greci la bellezza era intimamente legata con la giustizia, due diverse facce della stessa qualità: la virtù e l’eccellenza. La bellezza è uno stile, la giustizia è il florilegio della sua genesi clandestina. Qualsiasi imbecille può fare una “buona opera”, ma solo un poeta senza guinzagli può comprendere e cogliere l’immagine della bellezza e della giustizia come testimonianza eversiva del proprio tempo… di nessuna chiesa è l’arte liberata da tutte le strutture dello spettacolo mercantile. Ci viene da ridere o sobbalzare quando leggiamo o ascoltiamo (assaliti da conati di vomito) certi fotografi affermare — “La mia arte fotografica— (!?)davanti a un tribunale degli angeli sarebbero condannati per insignificanza universale e allontanati dal cielo, come dalla volgarità, senza remissione dei peccati! W.Eugene Smith o Henri Carter-Bresson o Diane Arbus si sarebbero lavati la lingua col sapone prima di dispensare tanta stupidità! In ogni millantatore coesistono l’ idolatra e il portinaio in cerca della deificazione, foss’ anche quella dellentusiasta inchiodato sulla croce per eccesso di narcisismo… sputeremo sulle vostre tombe!

Se davvero il “capitalismo parassitario” o la “società liquida” (Zygmunt Bauman, diceva) sono all’origine di ogni cattività (e certo lo sono), perché non incitare a demolirli attraverso azioni concrete di disobbedienza civile? La pace (come la libertà o l’amore) non si concede, ci si prende! Indignatevi! La concezione di democrazia partecipativa che passa attraverso comunità federative, cooperative, consigli di fabbrica ecc. (auspicati da Gramsci a Chomsky, passando per Proudhon e financo per Fourier), è una forma di opposizione alla sovranità (che proviene dall’alto) sancita dal consenso elettorale, ed è una necessità per arrestare il potere coercitivo dello Stato, della Chiesa e della Finanza. Le concentrazioni dei saperi detengono l’imperio dell’immaginario e attraverso i media (cinema, fotografia, televisione, carta stampata, telefonia, internet…) educano gli uomini alla sottomissione, alla paura, alla mediocrità… violenze, distruzioni, vigliaccherie sono legati alle “grandi” dichiarazioni dei governi… le forze dominanti della società globale non fanno sconti… le bombe sono il linguaggio primario del potere e i partiti rappresentano gli interessi fondamentali dei potenti… solo i popoli falcidiati dalla guerra piangeranno chi è caduto per la libertà e la giustizia, perché solo dei massacrati è il lutto.

La disobbedienza civile della fotografia non riguarda furfanti né mascalzoni spesso incastonati nelle storiografie specializzate… qualcuno, non proprio coronato dal successo mediale, però ha dirottato l’immaginale comunitario là dove la fotografia presuppone il contatto, implica ed esige il rapporto con ciò che viene fotografato e questo comporta smascherare la menzogna istituita sull’egemonia degli ultimi e sconvolgere (alla maniera di Simone Weil, Hannah Arendt o Ernst Jünger) gli spiriti gregari d’ogni totalitarismo… uno di questi testimoni dell’indignazione è il catalano Francisco Boix, il fotografo del campo di sterminio di Mauthausen.

Un’annotazione a margine. Francisco Boix nasce a Barcellona il 31 dicembre del 1920, muore a Parigi il 7 luglio del 1951 (per una malattia ai reni contratta a Mauthausen). Ancora ragazzo milita nella Gioventù Socialista della Catalogna e nel corso della Rivoluzione sociale di Spagna (1936-1939) fotografa i combattimenti per la rivista Julio, con una Leizt 1930 (avuta in dono dal figlio di un diplomatico sovietico)… quando i franchisti vincono la guerra (col tradimento dei comunisti sovietici e italiani, e l’assenso di Francia, Inghilterra, Germania e dello Stato Vaticano che invia i suoi preti a benedire bombe, cannoni e carneficine di anarchici e dissidenti), Boix (insieme a migliaia di repubblicani) è costretto all’esilio in Francia… l’infilano nel campo d’internamento di Le Vernet, poi a Septfonds e infine viene reclutato in una compagnia di lavoratori stranieri, ausiliari dell’esercito francese. Nel 1940 i nazisti occupano la Francia… il 27 gennaio 1941 è catturato dai tedeschi e segregato (con migliaia di confinati politici spagnoli, identificati con un triangolo blu sulle casacche) a Mauthausen, dove resterà fino al 5 maggio 1945, quando l’«11ª Divisione Corazzata americana» libera i sopravvissuti di Gusen e Mauthausen. Boix è stato il solo spagnolo chiamato a testimoniare contro gli assassini nazisti nel Processo di Norimberga (1946)… qui riferì dei crimini che aveva visto nel campo di Gusen[1] e delle condizioni disumane nelle quali versavano gli schiavi della cava di granito di Mauthausen.

[1]A Gusen, ricordiamolo, furono deportati sovietici, jugoslavi, italiani, francesi, polacchi… a migliaia morirono di tifo, di stenti o sterminati col gas  Zyklon B (un insetticida per pidocchi) prodotto dalla Bayer… si trattava dell’acido cianitrico inventato dall’ebreo Fritz Haber, Premio Nobel per la chimica 1918… per i curiosi, quando i nazisti promulgarono le leggi razziali, antisemite (1933), Haber fu deposto dall’Istituto di Fisica e Elettrochimica della Società Kaiser Wilhelm di Berlino, ma riuscì a fuggire in Inghilterra, lavorò all’Università di Cambridge e nel 1934 si trasferì in Palestina (ora Israele). Una sorta di storia romanzata della vita di Fritz Habersi può vedere nella miniserie (6 puntate) televisiva Padri e figli (ter und Söhne – Eine deutsche Tragö die, 1986) di Bernhard Sinkel
… racconta le vicende di una famiglia di industriali chimici interpretata (tra gli altri) da Burt Lancaster, Julie Christie, Rüdiger Vogler e Laura Morante… Bruno Ganz incarna Fritz Haber sotto il nome di Heinrich Beck.

A Mauthausen, Boix — matricola n° 5185 (altri dicono n° 4186) [1] —, è assistente di laboratorio della SS-Oberführer Paul Ricken, uno psicopatico innamorato della fotografia che usava, oltre alla funzione identificativa e protocollare, come evocazione della barbarie della quale esecutore… Boix riesce a scattare (in maniera clandestina) immagini dei deportati… con l’aiuto di partigiani comunisti (tra i quali Gian Carlo Pajetta)[2], nasconde circa 2000 negativi all’interno delle baracche, una parte fu esportata dal campo e imboscata nel muro dietro la casa di Anna Pointner (recuperata da Boix dopo la caduta del nazismo)… il giovane fotografo si stabilisce a Parigi, lavora come fotoreporter per diversi giornali e riviste, qui muore a solo trentuno anni. Il dittatore Francisco Franco è ancora al potere (e il silenzio dei partiti sulla Shoah è quasi assordante), così l’eroismo (non solo fotografico) del fotografo di Mauthausen cade nell’oblìo. Nel 2002 lo storico spagnolo Benito Bermejo, pubblica Francisco Boix, el fotografo di Mauthausen, Fotografias de Francisco Boix y de los archivos capturatos a los SS de Mauthausen[3], esce inoltre il documentario di Llorenç Soler, Francisco Boix un fotógrafo en el infierno[4] e la storia di un rivoluzionario (non solo) della fotografia diventa memoria dell’umanità.

[1] In un articolo apparso su Patria indipendente, 24 gennaio 2010, Leoncarlo Settimelli descrive una fotografia emblematica di Mauthausen e attribuita a Francisco Boix (numero di matricola 4186, appunto)… si tratta dell’immagine dell’orchestrina di deportati che suona “Tornerai” (una canzonetta italiana scritta da Nino Rastelli e musicata da Dino Olivieri, uno slow fox di grande successo negli anni della seconda guerra mondiale) che accompagna un uomo (Hans Bonarewitz) all’impiccagione… Settimelli ci ricorda che uno dei due fisarmonicisti, il più alto, è tedesco, si chiama Wilhelm Heckmann (pianista e tenore molto noto) ed è un triangolo rosa, finito a Dachau e poi a Mauthausen perché omosessuale. Al di là di chi ha “preso” la fotografia, ciò che importa non è solo il valore documentale, ma anche o soprattutto la visione d’insieme del momento… trainato su un carretto, davanti alla cassa della lavanderia che aveva usato per la fuga, il condannato tiene la testa abbassata e i suonatori di violino e fisarmonica sembrano quasi danzare… sembra di assistere a un frammento cinematografico e non è un caso che questa scena sarà replicata in molti film hollywoodiani, anche se spesso in modo deplorevole.
[1] Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, La Pietra, volume III, 1976
[1] Benito BermejoFrancisco Boix, el fotógrafo de Mauthausen, Fotografias de Francisco Boix y de los archivos capturatos a los SS de Mauthausen,  RBA, 2002 [1] Francisco Boix un fotógrafo en el infierno (2002, 55 min.)

A ragione, in una recensione al fumetto Il fotografo di Mauthausen di Salva Rubio, Pedro J. Colombo, Aintazane Landa[1]apparsa nella rivista FOTOgraphia a firma Antonio Bordoni, si legge: “Il fotografo di Mauthausen dà fiato a quella coscienza di Francisco Boix, matricola 5185 del Campo, in base alla quale e in risposta alla quale fu raccolto, protetto e trafugato un consistente apparato fotografico certificatore dell’orrore che, in seguito, a Seconda guerra mondiale conclusa, fu parte determinante del Processo di Norimberga, del 1946, che giudicò i crimini nazisti compiuti sugli internati e approvati da una quantità di burocrati e politici (qui identificabile), che negarono la propria partecipazione e, addirittura, regia”[2].

La cognizione del dolore del fotografo di Mauthausen (Carlo Emilio Gadda non c’entra nulla o forse anche molto, vista la sua lunga adesione al fascismo…) riporta infatti ad atti di resistenza e insubordinazione… invita a riflettere sui sommersi, i salvati e i delinquenti — come il dottor Josef Mengele, l’“angelo della morte” di Auschwitz o Adolf Eichmann, il boia con la faccia da padre di famiglia — aiutati ad espatriare in Argentina dalla Croce Rossa Svizzera o da vicari dello Stato Vaticano[1]… e se Eichmann (dopo un avventuroso rapimento a Buenos Aires da parte dei servizi segreti israeliani) fu giustamente destinato alla forca (1962), Mengele riuscì a sfuggire alla cattura per il resto della vita, infatti, invece di essere impiccato e appeso a capo all’ingiù come si conviene per tutti i criminali di guerra, morì d’infarto mentre faceva il bagno nell’oceano Atlantico (Bertioga, Brasile, 1979)… le immagini di Boix portano al rigetto e al contrasto di qualsiasi ideologia come principio di verità, a non dimenticare mai più che quando la violenza prende il posto della ragione, s’instaura il dominio del terrore.

[1] Salva Rubio, Pedro J. Colombo, Aintazane Landa, Il fotografo di Mauthausen, Mondadori Comics, 2018
[1] FOTOgraphia, Anno XXVI, numero 248, febbraio 2019 
[1] David Cesarani, Adolf Eichmann – Anatomia di un criminale, Mondadori, 2006

1. Sull’iconografia dell’orrore di Mauthausen

La  magia della fotografia o il meraviglioso che contiene non ha alcun valore se non è il viatico di una visione libertaria dell’esistenza, anche là dove comporti sofferenze quali la prigionia, la tortura o l’eccidio… Boix ha inventariato la memoria dell’orrore nazista negli sguardi di quanti rifiutano o combattono le farse e le tragedie degli assolutismi… tuttavia occorre ricordare che ogni forma di tirannia, anche quella guerrafondaia della civiltà dello spettacolo, è sostenuta anche dall’asservimento generalizzato senza il quale i dispotismi non potrebbero sorgere né proliferare: “La massa è sempre complice dei totalitarismi, poiché ogni rappresentazione persecutoria dei regimi totalitari — cioè ogni loro menzogna — si sgretolerebbe miserevolmente” (Alexandre Koyré)[1] davanti alle rivendicazioni sociali dell’uomo in rivolta.

[1]Alexandre Koyré, Sulla menzogna politica, Lindau, 2010

Le dittature dei mercati finanziari lavorano sulla percezione, sull’inganno e sull’impostura in maniera eguale ai fascismi, nazismi, comunismi del passato… hanno riverniciato i muri delle galere e ripristinato i fili spinati e plotoni di esecuzione ovunque… con le “bombe intelligenti” e i dividendi della Borsa continuano a perpetuare il genocidio… e sono anche i maggiori responsabili della distruzione del pianeta blu. La fotografia protocollare o identificativa (non solo di Boix) travalica spesso l’origine dello scatto… a differenza dei fotografi che si trovarono a documentare i campi di sterminio dopo la liberazione (1945) — Margaret Bourke-WhiteWilliam Vandivert, George Rodger, Elizabeth “Lee” MillerDavid Scherman, Eric Schwab —… le fotografie di Boix provengono dall’interno del flagello di Mauthausen e come l’iconologia di Auschwitz di Wilhelm Brasse, del ghetto di Łódźd di Mendel Grossman o la raccolta fotografica del massacro nel ghetto di Varsavia di Emanuel Ringelblum… denunciano la liquidazione finale di un popolo. I delitti d’ogni fanatismo nascono da ideologie, dottrine e ambizioni di conquista… la storia non è che una parata di falsità, una successione di cattedrali, una farsa innalzata a simulacri della finanza internazionale… ovunque i gemiti dei perseguitati sono oscurati dalla rapacità dei potenti.

Siatene certi, questi saprofiti dell’umano non potranno essere mai cancellati dalla faccia della terra, se non con un corda al collo e appesi ai cancelli dei giardini pubblici o ai campanili delle chiese, un’operazione però che va fatta con una certa grazia e un certo stile.

Tra 1941 e il 1945 Boix lavora nel laboratorio di Mauthausen… era addetto all’identificazione fotografica dei detenuti… sviluppava, stampava, catalogava le nefandezze, le efferatezze compiute dalle SS e dai kapò sui prigionieri (i kapò erano reclusi dei campi di concentramento nazisti ai quali era affidata la funzione di vita o di morte sugli altri deportati). Tra le migliaia d’immagini che Boix sottrarre alle SS, oltre alle “stragi di massa”, c’erano anche quelle degli esperimenti fatti sui segregati dal “dottor morte” (o il “macellaio di Mauthausen”), l’austriaco Aribert Heim… il rammarico è stato quello che dopo la sua fuga non sia mai stato trovato e passato le armi senza rimpianti (sembra sia morto di cancro nel 1992 a Il Cairo).

Un’annotazione a margine. Il comandante di Mauthausen era Franz Xaver Ziereis… entrò in servizio nel 1939 e abitava nel campo con tutta la famiglia… nei sei anni che rimase a Mauthausen si rese famoso come cacciatore di fuggitivi con i cani e la loro soppressione sul posto… ma la sua specialità era quella di uccidere i carcerati sparando col fucile dal portico della propria abitazione (rievocata in un brutto film di Quentin Tarantino, Bastardi senza gloria, 2009)… nel 1944 fu promosso colonnello per meriti speciali… all’arrivo degli americani Ziereis e famiglia riuscirono a scappare sulle montagne nell’Alta Austria (a Phyrn), ma furono ritrovati dai soldati… Ziereis tentò di nuovo la fuga, venne ferito gravemente e trasferito all’ospedale militare americano di Gusen, lì morì il giorno seguente, dopo essere stato interrogato. Il suo corpo fu appeso dagli ex-prigionieri ai fili spinati del lager e nemmeno i corvi si cibarono di quella putrida carcassa… il “macellaio di Mauthausen” fu sepolto in una tomba anonima, sembra nei pressi di una latrina pubblica. Sono le sfumature e il dettaglio che dettano la storia dei giusti, qualche volta.

La fotografia dell’indignazione di Boix (o quella a lui attribuita)… è una memoria documentale che commuove… mucchi di cadaveri addossati alle baracche, corpi appesi al filo spinato, suicidi nei bagni o sulla recinzione elettrificata… la visita di Heinrich Himmler e Ernst Kaltenbrunner nella cava di Mauthausen che salgono sorridenti i 186 gradini della Scala della morte (utilizzata come sterminio dei dannati) hanno una qualche attinenza con la pietas, tutta laica, della “confessione” in pubblico… nella profondità dell’incompiutezza affabulativa c’è un temperamento, un carattere, un disdegno del fotografato che morde l’indifferenza e qualcosa di scucito che rivela l’esecrazione della vigliaccheria… ogni pratica di sovvertimento di universi dissennati deriva dall’impossibilità di dimenticare.

Esiste un’immagine (forse scattata da un fotografo autorizzato o da una SS) piuttosto eloquente della ferocia nazista… uomini in fila per cinque sono schiacciati da grandi pietre che portano sulle spalle e s’arrampicano faticosamente sulla “Via del sangue” (collegava la cava di granito al lager)… traduce senza indulgenze, la commiserazione per i forzati in complicità con afflizioni inaudite… rende formale la morte e promuove la retorica del più forte in approvazione… non c’è verità se non nell’innocenza o nel colpo di mano che la disvela.

Nelle immagini di Boix i volti scarniti dei superstiti sono impressi nella sofferenza con un velo di dignità che la fotografia rovescia in verità e posterità di tutto ciò che è dissolutore della bellezza e della giustizia… le fotografie della liberazione di Mauthausen, non solo quelle corali o festose, raccontano un’intimità sofferta, un’umiliazione prolungata e al contempo si fanno carico di una rinascita… quella che il dolore è la prima accusa contro ogni forma di autoritarismo e nessuno si può ergere a giudice o aguzzino di quanti professano altri credi, rivendicano i diritti dell’omosessualità, vivono ai margini della propria follia o hanno la pelle diversa (anche perché il sangue è rosso per tutti)… la paccottiglia della politica va spazzata via con la conquista della libertà: il diritto della forza va combattuto con la forza del diritto, il resto è la realizzazione di una società più giusta e più umana.

Maneggiare la fotografia in fondo richiede meno talento che vivere la Fotografia… non crediamo che esista piacere più completo di essere parte del fallimento di un’ideologia. Quando un fotografo (o un artista qualsiasi) non ha niente da dire (spesso) diventa famoso… ci dev’essere una qualche affinità tra il bisogno di diventare celebri e la stupidità! Altrimenti non si capisce perché al funerale di terza classe di Mozart (seppellito in una fossa comune nel cimitero di St. Marx), nessuno della famiglia né dei suoi amici o conoscenti era presente… quando basta la morte di un cretino dei Beatles o dei Doors per solleticare lacrime spettacolari di folle inebetite nella santificazione del Mito… l’industria culturale non può che generare sentimenti falsi che a loro volta generano linguaggi falsi! Un sistema esiste sino a quando esiste il delirio che lo assolve dei suoi disastri! Quando crollano le infatuazioni, crollano anche gli dèi, e sarà sempre troppo tardi.

La fotografia della Shoah va letta o “ascoltata” come specchio della memoria o fotografia spontanea… un accadere fotografico che inchioda la mentalità degli assassini al di sopra delle dispute storiche… Ando Gilardi, a ragione, scrive: “La definizione spontanea l’affidiamo a un ossimoro: il fotografo incontra un soggetto che gli procura una grande emozione, che ‘prende’ poi lui più di quanto lui non prenda la foto.”

In parole diverse, la fotografia spontanea non è come quella di cronaca o dei momenti familiari: in viaggio come visitando un museo o come magari sfogliando un giornale illustrato e oggi meglio ancora di tutto navigando in Internet. In questi casi ultimi che sono di più grande importanza, un’immagine già esistente può far esplodere nella coscienza del fotografo il bisogno di riprodurla e pure di modificarla. E il fenomeno epocale e appunto ‘spontaneo’ chiamato You Tube… specialmente in guerra fu, per evidenti ragioni, una grande occasione per le riprese fotografiche spontanee. Gli eventi della Shoah furono certo fra i più emotivi. Si pensi al caso limite della uccisione, in piena luce in campo aperto, di decine di migliaia di donne nude insieme ai bambini”[1]. Si può avere compassione anche per il più efferato degli assassini, forse… ma amare il tiranno che li suscita è impossibile… a conti fatti, il solo posto dove possiamo sistemarlo è l’orinatorio.

[1]Ando Gilardi, Lo specchio della memoria. Fotografia spontanea dalla Shoah a You Tube, Bruno Mondadori, 2008

La fotografia della Shoah è una requisitoria e un’interrogazione sull’olocausto nazista (dello stalinismo o dei Laogai[1]cinesi del nostro secolo) di fronte all’umanità… una civiltà è finita quando smette di generare eresie e chiude gli occhi di fronte al lezzo delle bandiere… la volgarità delle chiese, dei partiti, delle religioni è contagiosa, sempre! La bellezza della libertà, dell’uguaglianza, della giustizia, mai!… è spregevole aderire al culto d’ogni potere, che è sempre la feccia impiumata dell’ordine costituito. Gli uomini, i politici, gli economisti, gli artisti… dimenticano troppo in fretta che il XX secolo è stato il più crudele della Storia e quello che avanza con la medesima violenza istituzionalizzata, si avvia alla mattanza di altre innocenze, fomentazione di disuguaglianze e distruzione dell’intero pianeta…

[1] I Laogai sono moderni campi di concentramento in Cina, istituiti da Mao Zedong nel 1950, seguendo il modello criminale del comunismo stalinista… un sistema carcerario che tiene nella totale disumanità milioni di persone — uomini, donne, bambini — condannati ai lavori forzati, fine pena mai!, perché ritenuti controrivoluzionari… fabbricano scarpe, vestiti, palloni da calcio per le multinazionali occidentali. “All’interno dei Laogai sono previste punizioni corporali quali scariche elettriche, pestaggi, sospensione per le braccia, privazione del sonno, isolamento in celle di pochi metri quadrati, assenza di cure mediche e controlli, induzione al vomito con tubi ficcati in gola o nel naso, esposizione a caldo o freddo, bruciature, fino ad arrivare a violenze sessuali e all’asportazione e al traffico di organi dei detenuti”. Vedi: thedailycases.com o www.laogai.it

il Requiem di Mozart aleggia ovunque una minoranza di arricchiti padroneggia sulla maggioranza dei popoli popoli impoveriti e condanna alla miseria l’intera umanità: “Viviamo in una storia  sconsacrata. L’uomo, certo, non si riassume nell’insurrezione. Ma la storia di oggi, con le sue contestazioni, ci costringe a dire che la rivolta è una delle dimensioni essenziali dell’uomo” (Albert Camus)[1]… è la nostra realtà storica, a meno di fuggire la realtà, dobbiamo trovare in essa i valori di libertà, uguaglianza e fraternità tra le genti.

 

Piombino dal vicolo dei gatti in amore, 5 volte giugno 2019

[1] Albert Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani, 1981

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