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Francesco Faraci da “Exiles” di Joseph Koudelka a “Atlante umano siciliano”

Scrivere di Josef Koudelka, ceco classe 1938, significa addentrarsi, al netto della biografia, in territori misteriosi. Di lui si sa moltissimo, eppure non sappiamo niente. Allergico alle convenzioni, solitario, nomade instancabile, ha scritto, senza mai usare le parole, un romanzo, unico, che percorre, con la lentezza che lo contraddistingue, le tappe di una storia che è personale e insieme collettiva.

Nasce a Boskovice, in Moravia e, pensate un po’, studia per diventare ingegnere aeronautico. Il teatro, i primi contatti con gli zingari. La maledizione della ricerca di un altrove, nella vita, stava per travolgerlo, se ne avvertivano le scosse, quelle che precedono l’eruzione di un vulcano, la cui lava portava, incandescente e superba, una falce e un martello. Nell’agosto del 1968, è lui stesso a raccontarlo, viene svegliato di buon mattino da un’amica che lo avverte di fare attenzione, che qualcosa di terribile sta per succedere. I carri armati russi sono entrati a Praga.

Lui non ci crede, subito pensa a uno scherzo, ma con un gesto istintivo, quello del cacciatore di fronte alla sua preda, afferra la macchina e fa quello che rimarrà una costante, della sua vita. Non sa ancora che troverà avanti a sé la storia, quella con la S maiuscola. Vede con i suoi occhi i primi camion colmi di soldati russi, gli aerei su in cielo che dominano una città improvvisamente deserta.

Inizia a fotografare, con l’incoscienza dei suoi trent’anni, spostandosi come in preda a una febbre, da una piazza all’altra, da un vicolo a un altro e di porta in porta, restituendoci ciò che altrimenti ai nostri occhi sarebbe precluso. Una verità, senza giudizio. La sua verità. È la sua terra, quella, lì le sue radici, i suoi affetti. Ognuno di noi è chiamato a far la propria parte, con quello che può. Si addentra nei meandri della Resistenza anti-sovietica, la sua posizione è chiara.

Le fotografie che ci arrivano sono quanto di più chiaro e limpido possa esserci, e, ovviamente, sotto l’anonima etichetta di “fotografo ceco”, fanno il giro del mondo. Difficile, però, nascondere la sua identità. Quelle fotografie saranno per lui croce e delizia della sua esistenza. Per loro è costretto a fuggire. Non un punto di arrivo, dunque, ma un nuovo inizio. Koudelka è il fotografo dell’invisibile. Per anni ha frequentato le comunità Rom, i villaggi, si è fatto accettare rompendo col sorriso la loro atavica diffidenza. Ha vissuto con loro, per lunghi periodi fino a diventare, lui stesso, uno zingaro.

Si spalancano per lui le porte dell’esilio. Inghilterra, Francia, Spagna, Italia. Gira per l’Europa entrando in letargo nei mesi invernali, svegliandosi con l’allungarsi dei giorni, con la bella stagione, per guardare, guardare tutto e assorbirlo sulla pelle, con una manciata di rullini e un sacco a pelo. Pochi soldi, vive come può. Vive come ha sempre desiderato vivere: libero. Il tempo, per lui, è un’astrazione. Ne è padrone. Approda più volte a Palermo, se ne innamora fino a passarci lunghi periodi, approfittando anche di un clima ideale. Dal 1968 agli inizi degli anni ‘80 non c’è luogo che gli sia sconosciuto.

Ha il dono, di sintetizzare in ogni singola fotografia i paradigmi dell’universalità umana. I contrasti. La vita, la morte. Il buio e la luce. I bambini e gli anziani che l’età ha ripiegato su stessi. Le fotografie di Koudelka sono frasi che ci sbattono sul muso. Definitive. Poetiche. È una sorta di demiurgo e dal momento in cui vorrebbe vivere il più possibile nell’anonimato, il suo nome corre nelle bocche di tutti.

Exiles, il libro che deriva dal suo sempiterno viaggiare, è una testimonianza attendibile del tempo che, inesorabile, passa. Della finitudine dell’essere umano e di un’esistenza che poco ha a che fare con i compromessi, le mediazioni. Che a lui piaccia o no, è un esempio. Un maestro in un mondo, quello di oggi, che ha bisogno di una guida. Non c’è un altro Koudelka. C’è, esiste, chi si riconosce in lui ed è qui la grandezza di un fotografo.

La fotografia di Koudelka è un romanzo senza parole. Perderebbero la loro carica rivoluzionaria, il loro mordente. Non si è fermato Koudelka. In una intervista rilasciata a Michele Smargiassi e pubblicata sulle colonne di Repubblica dice che: «Il suo viaggio non è ancora finito».

È allora buen viaje, hermano. Lacio drom.

Francesco Faraci

Nasce a Palermo nel 1983. Dopo gli studi umanistici in antropologia e sociologia, nel 2013 trova nella fotografia il suo mezzo d’espressione e si forma attraverso le immagini dei grandi fotografi di scuola francese e americana, nel tentativo di rinnovarne il linguaggio.

Al centro del suo lavoro c’è la sua terra, la Sicilia, che percorre in lungo e in largo e della quale ama descrivere gli incroci culturali e i paradossi esistenziali: nascita e morte, gioia e violenza, la solitudine che si nasconde fra le pieghe della modernità. Riserva uno spazio particolare alle minoranze e ai minori che nascono, crescono e spesso si formano nelle zone disagiate e abbandonate delle città.

Nel 2016 pubblica il suo primo libro fotografico Malacarne-Kids come first, edito da Crowdbooks.
Nel 2017 pubblica il suo primo romanzo Nella pelle sbagliata, edito da Leima Edizioni.
Due sue fotografie vengono utilizzate per le copertine dei romanzi di Saviano La paranza dei bambini e Bacio feroce nell’edizione destinata ai Paesi Bassi.
Nel 2019 partecipa al tour di Jovanotti “Jova Beach Party” per realizzare un reportage che, partendo dai concerti, potesse offrire una fotografia dell’Italia di oggi. Il lavoro è stato pubblicato da Rizzoli con il titolo Jova Beach Party: Cronache da una nuova era.

Con emuse ha pubblicato Atlante Umano Siciliano e Suite n. 5.

Giovedì 18 febbraio dalle 18.30 alle 19.30 sulla piattaforma Zoom di cinesudfotomagazine.com (per accedere e assistere alla presentazione bisogna aver sottoscritto la tessera Light Card Cine Sud

Fotografie da Exiles

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