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Federico Montaldo da “The Americans” di Robert Frank a “Manuale di sopravvivenza per fotografi”.

Gli Americani, fu uno dei primi libri fotografici che acquistai, ormai diversi anni fa.

All’epoca non conoscevo il lavoro di Robert Frank. Ricordo che fui attratto dalla fotografia di copertina: la fiancata di un autobus dai cui finestrini emergono figure di donne, uomini, bambini che fissano l’obiettivo con espressione perplessa e curiosa.

Lo sfogliai un paio di volte. Non lo capii. Lo riposi nella mia libreria, che si andava nel frattempo ingrossando, in quel periodo, dei grandi “umanisti” francesi (anche se molti di loro lo erano solo d’adozione): da Cartier-Bresson a Brassaï, da Kertesz a Doisneau, e poi ancora Boubat, Ronis, Izis.

Di questi autori apprezzavo – e ancora apprezzo, sia chiaro – la pulizia della composizione, l’armonia delle inquadrature, l’equilibrio tra lo sfondo e la forma. Ma, soprattutto, il loro sguardo verso la società e i soggetti ritratti, la poesia nascosta in un gesto, la meraviglia della vita quotidiana. È una fotografia che ispira gioia, felicità: come non desiderare di bere un verre in un bistrot caldo e fumoso, accompagnato dal suono della fisarmonica suonata da una bella ragazza; passeggiare di notte lungo i quais della Senna; lasciarsi cullare dallo scorrere lento di una chiatta sul fiume o sorridere allo stupore di un bambino davanti a una vetrina?

Gli Americani mi osservava muto dalla libreria. Senza fretta. In paziente attesa. Lasciandomi nella condizione di chi, iniziato a leggere un romanzo, per qualche ragione non lo conclude: un sentimento di vaga e inquieta incompiutezza; un appuntamento da rifissare, un rapporto da ristabilire.

Fu una mostra fotografica, anni dopo, a risvegliare il mio interesse.

Avevo a quel punto acquisito la grammatica che mi mancava qualche anno prima; avevo finalmente gli strumenti che mi consentivano il passaggio a un livello successivo.

D’un tratto compresi il linguaggio dell’autore, il suo sguardo, il significato profondo di una selezione di 83 immagini distillate da un insieme di 28.000 scatti. Il senso di un viaggio on the road durato due anni, attraverso 48 Stati su una vecchia macchina usata.

Ciò che una rivista dell’epoca (siamo nel 1959) definì: «Un insieme di sfocature senza significato, sgranature, esposizioni fangose, orizzonti ubriachi e generale sciatteria», mi apparve d’un tratto espressione di un linguaggio narrativo nuovo, disincantato, amaro. Testimone di una società americana che non si voleva riconoscere in quelle immagini sporche, desolate e desolanti, popolato di ombre, reali e metaforiche.

Le immagini sono apparentemente casuali, tanto che difficilmente sembra valga la pena di soffermarcisi. Se vi indugiamo è spesso per riuscire a capire il perché Frank ha scattato una certa foto: una freccia al neon sul lato di un edificio; la veduta dalla finestra di un motel che ci conferma come la vista non meriti una seconda occhiata; la porta di un ascensore che sta per chiudersi; le bandiere americane lontane da ogni retorica; i juke-box in locali spogli, oppure affollati di giovani tristi.

Un mondo in cui i soggetti appaiono protagonisti furtivi, solitari e sospettosi. Ben lontani dall’America eroica e roboante raccontata dai film di Hollywood. Non per niente il libro non trovò in USA un editore disponibile a pubblicarlo (ciò che avvenne solo nel 1959, dopo la prima pubblicazione in Francia l’anno precedente).

Non è un caso, del resto, se Jack Kerouac redasse l’ispirata introduzione al libro, che ben si riassume in una frase: «Robert Frank sucked a sad poem out of America».

In fondo Robert Frank (a cui accosterei il solo William Klein con New York) è stato per la fotografia un innovatore quanto lo scrittore simbolo della beat generation lo è stato per la letteratura. E che Ornette Coleman fu per la musica jazz, che con lui divenne free, destrutturata al di fuori delle regole.


Federico Montaldo

Inizia a interessarsi alla fotografia sulla fine degli anni Ottanta. I temi di suo maggiore interesse sono legati al reportage a sfondo sociale e ai progetti di sociologia visuale. È parte dell’Associazione fotografica 36° Fotogramma (Genova). Ha al suo attivo progetti fotografici, pubblicazioni e mostre, individuali e collettive, tra cui: L’Aquila ferita. Reportage dai luoghi del terremoto (2012); Il treno della memoria. Reportage da Auschwitz e Birkenau (2013); Donna Faber: lavori maschili, sessismo e altri stereotipi, progetto fotografico di 36° fotogramma in collaborazione con il Laboratorio di Sociologia visuale dell’Università di Genova (2013); Srebrenica (2015), in collaborazione con 36° fotogramma; Just walking (2017), portfolio selezionato per Circuito Off, Lucca, Photolux Festival (2016) e mostra presso PhotofactoryArt, Genova (2017); Gente di Bottega, portfolio selezionato per Circuito Fuori Festival, Lodi, Festival fotografia etica (2017). Unisce all’attività fotografica quella di curatore di mostre e progetti legati alla fotografia e promozione della cultura fotografica. Vive e lavora Genova.

Con emuse ha pubblicato, con Giampiero Corbellini. Nuraxi Figus. Ultima miniera e Manuale di sopravvivenza per fotografi. Diritti, obblighi, privacy.

Giovedì 11 febbraio dalle 18.30 alle 19.30 sulla piattaforma Zoom di cinesudfotomagazine.com (per accedere e assistere alla presentazione bisogna aver sottoscritto la tessera Light Card Cine Sud

Fotografie da The Americans

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