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Eve Arnold Sulla fotografia al tempo della gioia

di Pino Bertelli

I fotografi di genio
sanno calcolare la durata
delle loro istantanee,
una durata di rêverie.
Il poeta fa la stessa cosa.
Allora ciò che affidiamo alla memoria
è nostro, è di nostra proprietà, è in noi.
Dobbiamo possedere il centro
dell’immagine di un attimo intero.
Gaston Bachelard

I. Il cantico delle illusioni

Merda! Ogni volta che la fotografia mi sembra concepibile fuori dalla civiltà dello spettacolo integrato o dalla domesticazione sociale, ho l’impressione di essere toccato dalla grazia dell’eresia e penso che occorra un minimo di stupidità o di coraggio per affermare un innegabile piacere o un’inclinazione naturale alla sovversione non sospetta dell’ordine costituito… l’impazienza di scannare i profeti dell’impostura e della falsificazione è forte… le grandi verità si dicono con un coltello in mano o una macchina fotografica che muore di , diceva… nulla eguaglia l’oblìo del piacere, non ci sono farabutti, malfattori o ribelli da rimpiangere… l’intenzione di ciascuno è di portare a buon fine il crollo delle illusioni su un “buon governo”… in ogni grande fotografo alberga un’anima di assassino… i soli avvenimenti notevoli di un’esistenza sono le rotture irrimarginabili o le visioni da ritardati mentali… la felicità suprema è al fondo del filosofo o del poeta che s’impicca all’epifania dello stupore o della meraviglia… a parte la fotografia della gioia, tutto è menzogna.

In fondo a una fotografia c’è sempre uno stupido o un criminale… l’abbiamo detto… solo i poeti autentici conoscono la realtà dispersa nella rêverie dell’infanzia prolungata o scippata ai cumuli di povertà delle società consumeriste… il cantico delle illusioni mediatiche calpesta le stagioni del ricordo e non c’è più sognatore in grado di fare una fotografia agli oppressi e al contempo sbattere la fotocamera sulla testa degli oppressori… lo spettacolo indecente dei mondiali di calcio in Sud Africa ne sono stati un esempio… milioni di persone muoiono per fame e sete o sono uccisi in guerre fratricide (sostenute dai servizi segreti dei paesi occidentali, dei regimi comunisti o dai bravacci delle multinazionali…) e non c’è stato nemmeno uno straccio di brulotto di antiche memorie corsare, fatto saltare sotto il culo di giocatori, allenatori, dirigenti, giornalisti, star cine/televisive, generali, re, papi o capi di Stato… che proteggono i colonialismi dei ricchi e perpetuano la miseria dei poveri. Il petrolio, l’oro, i diamanti, l’acqua, l’uranio… sono le divinità dei poteri forti della terra e basterebbe conoscere la storia di un asino (Platero y yo, di Juan Ramón Jiménez)1 per comprendere che quando la nostra esistenza ci sfugge o viene calpestata, viviamo in quella dei nostri bastonatori. Un asino come Platero o un ribelle come Buenaventura Durruti 2 sono stati in grado d’interpretare le grandi immagini /rêverie del loro tempo e ci hanno rivelato l’autenticità e l’intimità del mondo.

1 Juan Ramón Imenéz, Platero e io, Greco & Greco, 1999

2 Abel Paz, Durruti e la rivoluzione spagnola, La Fiaccola, Zero in condotta, 2 volumi, 1999/2000

Nella fotografia dello stupore, come nella via crucis di Platero o la rivoluzione di Spagna del ’36 di Durruti, c’è l’incantamento della vita. Lo sguardo di un fotografo della gioia conduce in luoghi dove l’immaginazione abita un’altra casa… ecco perché ci sono frotte di coglioni che vagano sui marciapiedi della terra come puttane sfiorite in cerca di qualcosa da fare, da fotografare o più semplicemente da ficcare dentro le loro macchine fotografiche (non importa se analogiche o digitali)… la stupidità non ha frontiere e questo le multinazionali dell’imbecillità protetta lo sanno bene… ecco perché è utile costruire (con ogni dispositivo di comunicazione) qualcosa di reale nella sua diserzione.
Esprimere una fotografia di resistenza e insubordinazione significa mettere fine alla genealogia delle passioni tristi e non accettare l’odio professato dalle religioni monoteiste, democrazie autoritarie e regimi del comunismo applicato alla forca e ai campi di sterminio 3. La fotografia cambia di segno nell’epoca dello spettacolare mercantile, in cui la sostanza dell’essere piange lacrime e rabbia manipolate dai governi del crimine giustificato.
La fotografia, tutta la fotografia (o quasi) prende coscienza del nostro dissidio o è poca cosa. Nell’onirismo incantato della rêverie non si muore mai.
L’adolescenza originaria ci aiuta a fantasticare, a prendere i propri sogni per la realtà, a percepire i valori dell’immagine e fare della luce nuova (non solo in fotografia) i sentieri libertari di un’infanzia mai conclusa. Più guardo l’estetismo seriale della fotografia corrente, più trovo conforto nell’immaginale di un asino o nelle rêveries insorgenti di uomini della disobbedienza… “Il mondo comincia per l’uomo con una rivoluzione d’animo che molto spesso risale all’infanzia” (Gaston Bachelard) 4. Nel ricordo nasce la rêverie e nella rêverie ritorna e insorge la bellezza primitiva dell’amore dell’uomo per l’uomo. Eve Arnold si racconta: “Sono nata povera, in America, da genitori immigrati russi. Ho cominciato a lavorare presto e, lavorando, dovevo provare me stessa. L’atmosfera a volte competitiva di Magnum è stata uno stimolo in più.
In quanto donna, ero in una posizione privilegiata sebbene sentissi spesso, da parte di alcuni colleghi, quell’attitudine da benevola pacca sulla spalla e da «su, ragazzina». Non c’è da meravigliarsi se ho dovuto cercare di essere brava almeno quanto gli uomini: il mondo era duro là fuori. La scommessa più grande era riuscire ad utilizzare il mio essere donna nel modo migliore – mi dava uno spessore unico, in un mondo tutto maschile.
I sessi pensano in modo differente, lavorano in modo differente, allora perché non essere me stessa? Questa è finita per essere la decisione più saggia che abbia mai preso. Eravamo giovani e idealisti, e facevamo parte di una «confraternita» piena di contenuti e competizione. Quando Werner Bischof e Bob Capa sono morti, nel 1954, ci siamo di colpo sentiti senza leader – meglio, ci siamo sentiti senza padre. Avevo fame di risposte e il bisogno di conoscere mi ha portato a imparare la professione che mi avrebbe permesso di viaggiare nel mondo, di vedere molti paesi e molte culture, di valutare nel giusto modo quel che vedevo e di cercare di comprendere quel che vedevo e fotografavo secondo la mia esperienza. Cosa mi ha guidato e portato avanti attraverso i decenni? Qual è stato l’impulso? Se dovessi usare un’unica parola, sarebbe «curiosità».
La curiosità è stata una sfida costante. La grande capacità della fotografia di essere imprevedibile mi ha sempre affascinato.
Le possibilità sono infinite. Le decisioni su cosa includere e cosa escludere, l’inquadratura, il lavori o nel cercare di cogliere il momento giusto, di guardare la luce muoversi su di un viso, il caleidoscopio di emozioni da cui poter scegliere – tutto così vario e intercambiabile.
Le domande della fotografia alla ricerca di risposte si intrecciano inevitabilmente con la vita delle persone”
5.
Basterebbero queste parole e andare a vedere/leggere le immagini amorose della Arnold per comprendere l’autorevolezza etica ed estetica di un poeta della storiografia fotografica. Siccome noi consideriamo, come i gitani, i briganti di confine, i situazionisti del Maggio ’68 (o Rabelais, Swift, Villon, la Banda Bonnot, Céline…) che la verità non vada mai detta che nella propria lingua, perché in quella del nemico regna la menzogna… ci avventuriamo nell’iconografia della “signora del bello” che ha fatto del meraviglioso una catenaria d’istanti scippati alla conservazione dell’ordine, dove l’impossibile è abolito. La purezza non esiste… esiste l’imperfezione dei piaceri che trascolora la gioia o la malinconia in arte.
La Arnold è una maestra della fotografia… non c’importa qui incensare la sua visione dell’umanità, né entrare nella dossologia della sua poetica figurativa… bastano alcune annotazioni per far comprendere il suo percorso esistenziale e creativo. Eve Arnold nasce a Philadelphia (USA) nel 1913. Nel 1946 va a lavorare in uno stabilimento di ritocco fotografico e nel 1948 frequenta un corso di fotografia per sei settimane (dove non impara nulla della fotografia viscerale che le è propria). Già nel 1951 diventa membro associato di Magnum Photos e nel 1955 membro effettivo della più celebrata (non sempre a ragione) agenzia fotografica del mondo. Di qui in poi le sue fotografie, i suoi libri e la Arnold ricevono consensi e riconoscimenti internazionali (lauree honoris causa ed altri addobbi che comunque contano nell’elencario di un artista, almeno per cattedratici e mercanti), tuttavia lei non tralascia mai la capacità di osservazione della realtà, ancora oggi (che ha raggiunto i 98 anni in una casa di cura in Inghilterra) le sue fotoscritture dal vero non temono l’avanzare del tempo né il tramonto degli oracoli.
I filologi, storici, critici più insigni dell’arte fotografica ricordano il mentore della Arnold, Alexey Brodovitch (designer, fotografo, art director russo)… uno dei pionieri dell’editoria divistica/confessionale americana… che ha insegnato il mestiere a gente come Richard Avedon o Irving Penn… il che è tutto dire, in fatto di estetismo ed estetizzazione della fotografia “leccata”, anche. La fotografia di moda, la rivista Harper’s Bazaar, il lavoro grafico/pubblicitario per aziende quali Steinway & Sons, Helena Rubinstein o Elizabeth Arden… sono la rappresentazione sofisticata fino alla nausea della suo passaggio sulla terra… Brodovitch sembrava non sapere che l’onore e la gloria (sui campi di battaglia come nella civiltà dell’apparenza) costituiscono falsi valori e virtù ridicole… tuttavia questo cantore dell’estetica del vuoto e del nulla d’autore, compreso le sue fotografie (compiaciute) dei Balletti russi di Sergej Pavlovič Djagilev nel 1945 (che hanno fatto conoscere la magia delle danze di Vaslav Nijinsky o Anna Pavlovna Pavlova) e sono state oggetto di fama imperitura (non tutta immeritata) nella storia del design grafico e della fotografia modistica, concettuale… in sintesi, l’intera produzione artistica di Brodovitch è più dolcificata di uno zuccherificio che ancora impera nell’epoca delle credenze imposte dalla videocrazia e dal feticismo della merce come credo dell’economia-politica. Le puttane dell’Emporio Armani, Dolce & Gabbana o Valentino… (“sarti d’alto bordo”, servitori della “nobiltà” dello spettacolo, senza un’oncia di bellezza regale né un filo di pudore per il sublime materico delle origini)… escono direttamente da questo confortorio del falso bello e mostrano che i poeti sovversivi del costume sono “più rari degli imbecilli [della sinistra, specialmente] incapaci di pensare al di fuori delle categorie dell’epoca”(Michel Onfray)6 che li adora come santi nel paradiso dell’idiozia.

II. Sulla fotografia al tempo della gioia
La fotografia al tempo della gioia è esplosa negli anni ’60… per poi trovarsi a fianco degli insorti del Maggio 1968 a ogni angolo della terra… le immagini immortali dei Lewis Hine, August Sander, Roman Vishniac, Robert “Bob” Capa, Tina Modotti, Diane Arbus, Henri Cartier-Bresson… avevano lasciato nell’immaginario delle giovani generazioni la voglia e il desiderio di cambiare il mondo… si trattava di stare contro il male e scegliere il bene… differire dalle virtù insegnate e individuare nella disobbedienza la fine dei divieti e delle repressioni… la fotografia fatta con in testa queste idee significava esprimere una contro-morale e disvelare anime e corpi degli angeli ingannatori di ogni potere. Il piacere di chiamarsi fuori dall’oppio pedagogico della morale dominante, invitava alla dissolutezza di ogni principio imposto e al di là del bene e del male si percepiva ovunque l’imminenza di un rovesciamento di prospettiva dello Stato imperialista delle multinazionali e la possibilità di una vivenza differente della vita quotidiana. Se poi le cose sono andate diversamente è perché le lotte di quei giovani che nel ’68 si sono rivoltati (con tutti i mezzi necessari) contro i poteri storici e hanno perso (sono stati carcerati, uccisi o costretti all’esilio)… non hanno più avuto l’aderenza, il sostegno, la comprensione che il popolo aveva tributato alla Resistenza partigiana (ma solo quando il fascismo era crollato sui propri escrementi). Tuttavia quella stagione non è mai finita e la critica radicale dell’ingiustizia non è mai stata abbandonata… la grazia della ribellione libera di ogni colpa e nessuno può dire che la partitocrazia (connaturata con la Chiesa e i tenutari del libero mercato) non è un covo di serpi e criminali.
Le fotografie di Eve Arnold sono icone indelebili della nostra epoca… spaziano nella ritrattistica, nel reportage, nella scrittura fotografica d’impegno civile… negli anni ’50 la giovane fotografa ebrea si avvicina alle classi umili della società e la bellezza autoriale di quelle immagini le permettono di entrare nella Magnum, sotto il protettorato di Werner Bischof, Robert Capa e Henri Cartier-Bresson. I volti/corpi che fotografa nelle periferie “nascoste” sono singolari… c’è amore per l’altro, mai sfruttamento della miseria… c’è pietà in quegli sguardi e posture schive all’estetismo della povertà… c’è grazia e comprensione fraterna per gli ultimi che si trova a fotografare in Cina, Russia, Inghilterra, Sud Africa, Afghanistan… non è una fotografia militante quella della Arnold, tuttavia ricusa ogni forma di edonismo e obbedienza a qualunque autorità.
La Arnold diviene famosa per le immagini di Gloria Swanson, Elizabeth Taylor, Richard Burton, Andy Warhol, Malcom X, Paul Newman, Joan Crawford, Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Jacqueline Kennedy, la regina Elisabetta II… che le riviste illustrate si contendono a colpi di dollari… lasciamo ad altri (più inclini alla seduzione, alla fascinazione delle mitocrazie) l’esplorazione estetica di queste fotografie (sovente anche straordinarie) che a noi non interessano proprio… ne facciamo volentieri a meno di parlare di divi ubriaconi, regine tristi per il perduto impero, artisti/venditori di facezie o mogli di qualche presidente americano ammazzato da mafie che conosceva bene, in lacrime… siamo invece interessati a entrare nella scrittura fotografica della Arnold quando si accosta alla gente “comune”… a conoscere uno sguardo della tenerezza che ci sembra attraversare molte immagini scippate alla vita ordinaria di ogni-dove… quelle fotografie prese ai banconi dei bar, nelle strade metropolitane, nelle lotte per i diritti civili… i volti a colori della Cina, i gesti dei bambini, la malinconia dell’adolescenza… la bellezza delle ragazze afghane… l’intera opera fotografica della Arnold esprime la libertà del piacere e del desiderio e canta la liberazione del corpo.
Le fotoscritture di strada della Arnold si tagliano via dalla delinquenza patinata e dal banditismo editoriale… la gente “semplice” che fotografa trasmette libertà, uguaglianza e accoglienza… il suo sguardo rigetta la tolleranza come forma di pietà istituzionalizzata e i volti, i corpi, i gesti… riflettono la dignità degli ultimi o degli sfruttati dove ognuno è padrone della propria fame. I suoi libri meno sfogliati, cioè quelli non incentrati sulla figurazione divistica o personale di miti popolari (Marilyn Monroe, un apprezzamento, 1987, ad esempio), mostrano la discrepanza figurativa del vero all’interno di un tempo uniforme e omologato dalle ragioni del potere… ciò che ci tocca non è soltanto l’universo dolente che si leva dal suo fare-fotografia… è la consapevolezza della profanazione del sacro, la dissezione della cruda miseria come assassinio delle “belle promesse” dispensate dagli incensari della politica. La bellezza della fotografia sorge dall’ostinazione… è più facile intendersi con un freak che con l’opposto di un mostro… occorre una certa dose d’insolenza o sfrontatezza per non morire (ridendo) di fronte all’enorme produzione d’imbecillità della fotografia circuitata in gallerie, musei o sagre dell’arte estiva per turisti annoiati… il sorriso canzonatorio ci difende e ci libera da questo universo demente che si rifugia nell’eufemismo.

La fotografia antropologica (o di ricerca) della Arnold si lega a una filosofia radicale della diserzione che fuoriesce nei libri In Cina (1980) o In America (1983) e riproposta come strumento di conoscenza profonda del linguaggio fotografico in Eve Arnold’s People (2009). A differenza di molti fotografi del miserabilismo accreditati dalla storiografia ufficiale e abilitati allo studio nelle università (i maggiori si situano tra la disperazione e il compiacimento)… la scrittura del reale della Arnold riesce a svelare la verità della sua raffigurazione e mostrare il disprezzo per la fotografia (merce) edulcorata. Il carattere delle sue fotografie (sovente anche quelle più elementari) sono rivestite di un fascino estraniante e nulla hanno a che fare con l’introspezione simbolica o con l’immediatezza cronachistica. Le immagini della Arnold portano la cattività del mondo nella loro tessitura e la gioia contenuta che rivelano è tutta fuori dell’apparenza… è un atto figurativo, un evento etico strappato alle macerie della realtà.
La fotografia della gioia è una dissoluzione della realtà e il caos di questa repellenza del mondo può essere rappresentato meravigliosamente dall’evasione (non dalla fuga) da questo mondo… la fotografia della gioia non è altro che un mezzo per interpretare/figurare, attraverso il disordine delle idee, il disordine del mondo. La fotografia falsificata è stata inventata dal nemico… la sua veridicità è ingannevole… il valore autentico della fotografia si decide alla fine, quando artisti e padroni banchettano alla tavola dei giusti e lasciano cadere le briciole di pane per i cani, i lebbrosi e gli affamati… gli eretici finiscono nella storia della Chiesa scorticati vivi o dati in pasto al pubblico ludibrio… non è mai la fotografia ciò che vale, ma quello che dice.
Il furore creativo delle immagini della Arnold smaschera il visibile della omogeneità sociale e di contro mette in relazione la realtà del suo tempo con la storia che l’affossa. La sua poetica del disamore per l’estetica accademica rende ridicole le composizioni classiche e le affermazioni artistiche da bottegai della fotografia mercantile… la brutalità, la mediocrità o l’infamia dell’esistenza non le sono proprie e le ripugna anche la sottomissione del vero alle richieste del sistema dell’intolleranza. Sa che al servizio di tutti i poteri, colpevole è non ciò che è mostrato, ma come lo si mostra. Al culmine della disumanità si trovano sempre gli apostoli di “buone novelle” e i boia dello spettacolo dei supplizi… la fotografia del reale disvelato distrugge o fortifica l’individuo… la fotografia incensata e prostituita alle gogne del più forte la rende stupida… non si abita la fotografia come si abita una lingua… la fotografia non ha nessuna patria e la fotografia più grande designa ciò che viene dopo… “Vi è del ciarlatano in chiunque trionfi in qualsiasi campo” (E.M. Cioran)7. L’irresoluzione della fotografia è un cammino di perdizione e la sola fotografia compiuta è quella che ha spezzato il destino spettacolare/domestico del mondo. 

3 Tiziana de Novellis, Il Larice di Daurija. Dalla Kolyma ai Laogai, La camera verde, 2008. Il numero preciso dei campi di lavoro forzato e dei detenuti è considerato segreto di Stato, pertanto imprecisabile. Inoltre, i campi vengono regolarmente chiusi o spostati in funzione delle necessità economico-

produttive. La Laogai Research Foundation ne ha censito 1.100 sparsi su tutto il territorio nazionale, con circa 4-6 milioni di persone internate. Complessivamente, l’associazione stima che, dalla loro istituzione ad oggi, circa 50 milioni di persone vi siano state rinchiuse. Ciò significa che, mediamente, ogni famiglia cinese conosca almeno una persona che sia stata condannata ai lavori forzati

4 Gaston Bachelard, Poetica della rêverie, Dedalo 1972

5 www.magnumphotos.com

6 Citazione a memoria

7 E.M. Cioran, Sommario di decomposizione, Adelphi, 1996

Articolo tratto da:

LA FOTOGRAFIA RIBELLE

Edito da NdA Press ©2017

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