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Commentari sulla macchina/cinema nello spettacolo dell’Apocalisse

di Pino Bertelli

Francesco caro,
 
siccome sta avanzando la Variante Aurelia del Covid-19… e lo stupidario televisivo sembra essere deputato a risolvere le solitudini degli utenti… famiglie intere discutono se prendere o non prendere il vaccino che le sante multinazionali stanno producendo a milioni di dosi… e nessuno ne può fare a meno… i miliardi di dollari che incassano i possessori del brevetto non si contano più e alla fine renderanno più degli affari delle guerre, droghe e spazzatura maneggiati nell’ultimo secolo… 
qualcuno di Wall Street ha pensato di sotterrarli in bidoni del latte sotto le nevi della Groenlandia… altri di sterminare le ultime tribù incontaminate dell’Amazzonia e di nasconderli nel folto delle foreste circondate di militari con la bomba atomica… un addetto alle pulizie della Banca Mondiale ha proposto di spararli sulla luna, quando è piena… un ragazzetto che giocava in un vicolo con la palla di cenci in una bidonville ha detto: “Ma perché non liberano il brevetto, così tutte le persone del mondo potranno essere vaccinate?”… è stato subito messo in un  riformatorio per disagiati mentali! Un barbone un po’ avvinazzato, con un passato di studi classici, per questo si è fatto barbone! ricorda che Albert Bruce Sabin, un polacco naturalizzato statunitense, scoprì il vaccino contro la poliomelite e si rifiutò di brevettarlo e diffonderlo a prezzi che suggerivano le case farmaceutiche… “È il mio regalo a tutti i bambini del mondo“, disse Sabin… con la zolletta di zucchero inzuppata di vaccino Sabin si salvarono centinaia di milioni di bambini in tutto il mondo...  “Niente è peggio di un ricco che diventa più ricco sul dolore di interi popoli!”, disse il barbone e si coprì con i cartoni. Ma questa è un’altra storia!
Amico caro… ho recuperato così un Commentario sulla macchina/cinema nello spettacolo dell’Apocalisse che attraversiamo in bella uniformità… magari può essere utile per sconfiggere le statistiche sui vaccini, sui sommersi e sui salvati dei telegiornali… non lo so proprio… e poi con la nuova  Variante Aurelia del Covid-19   che non si ferma nemmeno davanti ai caselli delle autostrade, alle chiacchiere dei politici o alle preghiere del Papa, mi sembra opportuno porre un qualche rimedio alla stupidità mortale dei MasterChef, talk-show, talentshow e servizi speciali con tende, siringhe ed esperti… che impediscono anche di fare l’amore nel pomeriggio… che fa bene al cuore… insomma, amico caro… il cinema ci salverà o ci affonderà, si tratta di affrontare tutte le Varianti Covid-19  a venire…  il sorriso negli occhi e le passioni culturali più estreme ci apriranno la strada… lo dice uno (come me) che ha avuto il Covid-19 e ci si è ubriacato sopra…  il vento che viene dagli dèi è sempre malato di protagonismo e utilitarismo e ciascuno, specie quelli senza talento, s’inventano uno stile che non potranno mai avere!… che siano medici, professori, filosofi, politici, preti, fotografi o artisti in attesa di essere imbalsamati dal mercato… piccola gente che non sa di cosa parla o lo sa bene! Tutta una fioritura di pezzenti che credono che il Buddha sia la marca di un attaccapanni!… 
ci sono pezzi di cielo azzurri e finestre sui tetti che nessuno può sconfiggere amico mio, perché l’amore dell’uomo per l’uomo, prima o poi, mostra il genio di un’altra umanità… anche ieri ho dimenticato di morire!
ti abbraccio con chi ami e chi ti ama, Pinocchio

Agli otto lavoratori anarchici assassinati per lo sciopero del 1° maggio 1886 a Chicago, che rivendicava la giornata lavorativa di otto ore per uomini, donne e bambini…
finì con la morte di sette agenti (uccisi dal fuoco amico) e centinaia di feriti…
vennero impiccati dallo Stato e in seguito riconosciuti innocenti…

“Conrad Veidt (ufficiale nazista):
“Di che nazionalità siete?”.

Humphrey Bogart (Rick Blaine):
“Ubriacone”.

Claude Rains (Louis Renault):
“Allora siete cittadino del mondo”.

Dal film Casablanca (1942) di Michael Curtiz

Viridiana (1961) di Luis Buñuel

Sappiamo bene che questi Commentari saranno conosciuti rapidamente da poche decine di persone… che sono abbastanza in questi tempi in cui la pandemia del Coronavirus sembra esigere il debutto di un sistema di dominio spettacolare che incatena con sempre più pervicacia gli uomini alla sopravvivenza e all’inessenziale… i funzionari del pensiero unico contano soltanto sulla potenza e l’obbedienza… i semi-deficienti e i furbi fanno affari coi morti come coi vivi… niente ci sembra più assurdo che andare a cercare la ragionevolezza dove impera la criminalità imprenditoriale, istituzionale, politica… chi si è macchiato di delitti non aspira alla forca ma alla salvezza divina o dello stato… è quasi sempre utile fucilare una virgola, con gli aggettivi ci pensiamo dopo… ciò che è importante e capire che tutte le belle idee sono sempre nate al di là di un limite.
A guisa di queste riflessioni insolenti sulla vita quotidiana, cercheremo dunque di stare attenti a non istruire troppo chiunque, Guy Debord, diceva, o era una puttana dabbene che mi ha iniziato ad amare in un’altra lingua?… è lei che mi ha detto: “Chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli. Chi non ama le donne il vino e il canto, è solo un matto non un santo.

Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini

Chi è amico di tutti non è amico di nessuno… di fronte agli sciocchi e agli imbecilli c’è un modo solo per rivelare la propria intelligenza: quella di non parlare con loro, di non averci a che fare”… qualche anno dopo mi sono imbattuto in Schopenhauer e ho compreso che quella signora della strada lo leggeva in attesa dei babbei in cerca di una qualche inutile emozione… i forsennati della felicità non lo sanno né lo sapranno mai che la felicità appartiene solo a coloro che bastano a se stessi e fanno dell’allegrezza il principio del piacere interiore e la vera esistenza dell’uomo, della donna… ecco, così… ci costringeremo a scrivere, a un certo grado di qualità, sull’impronta tangibile di un’epoca che sarà stata tutto tranne che intelligente.

La ricotta (1963) di Pier Paolo Pasolini

La macchina/cinema e i mezzi di comunicazione di massa, maneggiano le parole, le immagini, i sogni con l’esuberanza e l’odiosità di accontentare tutti i pubblici… i consumatori, i clienti, gli attoniti… la fabbrica delle illusioni è una derelizione per gli spiriti liberi che solo sulle rovine d’ogni spettacolo si mettono a ridere… e a volte si alzano in piedi ad applaudire lo schermo incendiato di verità, anche… come ci è capitato di vedere qualche anno fa alla fine della proiezione di un film di Gillo Pontecorvo, Ogro (1979)… si trattava dell’attentato all’ammiraglio franchista Luis Carrero Blanco da parte di partigiani dell’ETA (un’organizzazione che lottava con le armi per l’indipendenza dei paesi baschi)… l’auto del capo del governo spagnolo salta in aria oltre il quinto piano di un palazzo e cade sulla terrazza del cortile… il cinema a volte ci riserva momenti d’inaspettata contentezza… non si tratta di portare la rivoluzione nelle strade, ma nelle anime, dice il film… noi che siamo dei provinciali senza tristezza né confessori, ancora speriamo in epoche sincere dove danzare sulla testa dei re era una festa… qualsiasi opera d’arte è viva e vera solo se è una protesta. Il dissidio viene se lo allevi dentro di te, è un esercizio di trasfigurazione… è per questo che il Bolero di Ravel ha avuto un ruolo importante nella nostra vita… perché ci ha fatto sognare tanto il modo indecente di fare l’amore, quanto di far saltare i castelli nell’ora del tè.

Certo, in ogni forma del comunicare ci sono sempre stati i contrabbandieri dell’immaginario liberato e ci hanno insegnato che per aprirsi ad un’altra realtà, bisogna far esplodere le formule, le categorie, i recinti nei quali è confinata la cultura dell’inganno… il cinema dell’inconvenienza ha i suoi lebbrosi maestri e basta entrare nei film universali di — Robert J. Flaherty, Carl T. Dreyer, Friedrich W. Murnau, Sergej M. Ėjzenštejn, Georg W. Pabst, Kenji Mizoguchi, Yasujirō Ozu, Orson Welles, Robert Bresson, Jean Vigo, Jean-Luc Godard, Luis Buñuel, Roberto Rossellini, Jean Renoir, John Cassavetes, Werner Herzog, Pier Paolo Pasolini, Jean-Marie Straub o Guy Debord —… per comprendere che qui il cinema assume lo statuto d’opera d’arte e che si può vedere perfino in una fogna. Li abbiamo visti nel buio delle sale cinematografiche i loro film… magari con una vecchia matta che masturbava la nostra inquieta giovinezza… a abbiamo pianto, riso, ci siamo incazzati e soprattutto hanno schiuso la gioia eretica di un’infanzia interminabile.

Questa è la mia vita (1963) di Jean-Luc Godard

In questi tempi impestati di malattie del corpo e della mente… i cinema sono chiusi ma il consumo dei film è di colpo aumentato nelle televisioni, internet, canali privati, quelli semi-clandestini… la vita ordinaria agonizza nell’isolamento dell’epidemia ma il cinema non cessa di portare conforto ai probi d’ogni mercato ed è più falso di Dio (quello che i fedeli mangiano nell’ostia la domenica)… nel momento che dice d’emanciparsi nella contemporaneità, il cinema (sempre a favore della massa contaminata e bisognosa di distrazioni), si distrugge sempre più nella sterilità spettacolare che lo divora.

Il vaso di Pandora-Lulù (1929) di Georg Wilhelm Pabst

La più colossale impostura linguistica/mediale in atto sta trasformando il dispotismo istituzionale in un’inconsistenza soggettiva e collettiva che non riesce ad evadere dalla propria inerzia e capacità di risposta comunitaria… la frode è che tutti cercano la salvezza nella carcassa della storia (dei potenti) e trovano un po’ di consolazione soltanto nei sommersi e nei salvati dall’Apocalisse.

A ritroso. L’abbiamo scritto altrove e lo ribadiamo qui come prologo alla macchina/cinema nello spettacolo dell’Apocalisse: Gli eventi soggettivi più profondi sono anche i più universali, perché in essi si tocca il fondo originario dell’esistenza… dagli antichi sappiamo che le pandemie (come la peste o quelle legate ai virus, più o meno conosciuti), contengono anche un’inclinazione filosofica o pratica di sopravvivenza… e mostrano quanto sia debole o illusoria la credenza che i produttori e gli utilizzatori della scienza possano tutto contro i patimenti o l’agonia della vita, specie quando la vita di milioni di persone è gestita da un numero ristretto di profittatori, saprofiti o potenziali assassini della condizione umana… e in ogni era hanno trovato sempre un seguito di “zucche pelate” o “zucche vuote” a sostegno dell’oppressione, della dominazione violenta e brutale dei loro padroni.

L’arco (2005) di Kim Ki-Duk

Non si dimenticano le lacrime né le umiliazioni e dal sottosuolo prima o poi usciranno memorie indimenticate e faranno luce dove tutto è il buio dell’apparenza… darei il mio cavallo di legno di bambino per vedere i cattivi giudicati per la loro bontà corrotta… e anche le poesie di Neruda, troppo proletarie per essere vere… e anche tutto il cinema di Sergio Leone, troppo stupido per non piacere a folle inebetite di musica e pistole… una storia è finita quando non è più capace di generare schiavitù.

D’ora in poi, il capitalismo parassitario dovrà fare i conti non solo con le periferie del mondo che stanno chiedendo — con tutti i mezzi utili — la fine delle disuguaglianze… e prima o dopo, burattinai e burattini che governano in questo modo e a questo prezzo finiranno nelle cloache dalle quali sono venuti… ma da adesso in avanti saranno costretti a fare, e noi con loro, attenzione all’imprevisto, all’inconcepibile, al disastro ambientale nel quale è precipitato il pianeta e del quale sono i primi responsabili. Dopo la desertificazione, l’incendio delle foreste pluviali, lo sfruttamento massivo delle risorse minerarie della Terra, le guerre, la fame, la sete, i neocolonialismi, la sovrapproduzione di merci… arrivano le epidemie planetarie, ora un virus, domani altri virus che si spanderanno nel genere umano con così tanta tragedia, terrore e impotenza che nemmeno le carneficine dei conflitti armati hanno mai procurato nelle folle, sempre serventi alle bandiere, agli ideali, alle fedi… si uccide e si viene uccisi perché una minoranza di arricchiti possa essere sempre più ricca e la maggioranza d’impoveriti sempre più povera.

Antonio das mortes (1969) di Glauber Rocha

Sfoderiamo un po’ di mancata saggezza… Pierre Teilhard de Chardin, padre gesuita, teologo, filosofo, paleontologo francese, ha profuso il sentimento umano con la compassione e ha chiamo “umanesimo” l’uomo armonicamente, pienamente evoluto che afferma l’unione fra l’uomo e Dio, fra l’uomo e l’uomo, fra l’uomo e il cosmo… è tra i primi a parlare di difesa della biosfera e ad estendere il monito che solo il sentimento di unità può difendere il mondo dalle aggressioni speculative… il Sant’ Uffizio fece ritirare le opere di Teilhard de Chardin da tutte le biblioteche perché i testi del gesuita « racchiudono tali ambiguità ed anche errori tanto gravi che offendono la dottrina cattolica »… [per cui si imponeva al clero di allertarsi] « per difendere gli spiriti, particolarmente dei giovani, dai pericoli delle opere di P. Theilard de Chardin e dei suoi discepoli ». Avevano visto giusto! Negli scritti del “gesuita proibito” ci sono infatti le confessioni e gli anatemi disseminati (con grazia) contro le imposture o le infamie di universi convenuti… che riproducono un’umanità impoverita nella verità e nella dignità… almeno così l’abbiamo letto noi… perché mentre il boia riflette, riflette anche l’impiccato… e allora tutto ciò che riguarda la decadenza di un civiltà è anche il risultato di una mancanza di civiltà che la condanna all’atarassia… il sopraggiungere di epidemie, cataclismi, sciagure globali… sono il ritorno (o l’avvenire) del saccheggio del pianeta sfruttato nell’eccesso di violenze e sopraffazioni… ciò nonostante sono sempre pochi i fuochi del dissenso che si alzano contro la fede infausta di questo progresso.

Sono nato, ma... (1932) di Yasujiro Ozu

Così mentre il virus miete vittime senza guardare ai ceti… le Borse alzano i dividendi (o li fanno fluttuare come vogliono per meglio determinare l’orientamento dell’economia politica e la sudditanza delle genti)… i telegiornali fanno vedere che si stampano i soldi e tutti ne avranno secondo i bisogni… l’intera “società civile” resta relegata a casa a parlare con il numero dei morti, dei contaminati e dei salvati sul divano… i senzatetto salgono sugli alberi e quando muoiono sporcano tutti i giardini (un vero disastro per i cani). Gli artisti dello Show business (il mondo degli affari che alimenta quello dello spettacolo)… calciatori, attori, registi, cantanti, presentatori, scrittori e intere famiglie di ammiratori… fanno i loro show alle finestre e sui social-network… i bambini dipingono arcobaleni sulle lenzuola e scrivono “Andrà tutto bene”. Niente di male… del resto questo è un Paese dove ha sempre trionfato la soggezione a un qualsiasi Mito, Tiranno o Simulacro, affinché soltanto la Favola della felicità sussista.

I 400 colpi (1959) di François Truffaut

Il ballo in maschera di tutti con tutti si ripercuote di città in città, l’allegria (un po’ smorzata nell’edulcorato o nel mesto d’occasione) sborda dai media e anche le pubblicità s’ammantano di “solidarietà” (?!) in attesa di nuovi clienti all’apertura delle stalle… i giornalisti raccontano il virus con dedizione e impegno, certo… riportano con fedeltà quello che dicono le veline della Protezione civile e del governo e dichiarano lo stato di guerra… usano parole come prima linea, trincea, attacco al cuore del virus… fanno vedere contagiati ingabbiati nei lettini, bare, barelle, ospedali… i più impertinenti realizzano una qualche inchiesta sulla realtà incerta o celata della pandemia… qualcuno s’accorge che dottori, infermieri, vecchietti relegati in “case di riposo” (una sorta di segregazione pianificata secondo schemi non sempre leciti o addirittura criminali) o gruppi familiari contagiati che sono ormai allo stremo… non hanno bisogno solo di mascherine, guanti o tute di carta, ma soprattutto di un’attenzione o di una prevenzione sociale un po’ più illuminata… la Confindustria chiede il proseguo del lavoro (si può tradurre anche in continuazione dello sfruttamento) e un’intera nazione al confino non sa più a che santi (o padroni) rivolgersi (nessuno fa più l’amore e nemmeno le seghe)… l’intero assetto conviviale si riduce a portare a spasso il cane, farsi degli stupidi video e le catene della disciplina si stringono sempre più attorno ai corpi, alle idee, al futuro… il separato combatte il virus, è vero… e il virus esonda nell’umore temporaneo di speranza solo dopo un certo numero di morti… il virus diviene il più grande di tutti gli spettacoli (solo la bomba atomica di Hiroshima e il crollo delle torri gemelle di New York hanno avuto un simile risguardo mediatico) e ciascuno s’inventa inferni o paradisi inconcepibili. La paura nasconde le nostre ferite: c’insegna come sanguinare di nascosto. I resti di dignità li lasciamo alla storia dei vinti, scritta sempre dai pennivendoli dei vincitori.

L’Atalante (1934) di Jean Vigo

La scienza (sovente a fianco del più armato o quantomeno non canta le lacrime degli uomini ma delle loro armi e merci), a forza di subordinare la salute della popolazioni alle leggi del profitto, ha trasformato uomini e animali in esperimenti di mutazione antropologica (Pier Paolo Pasolini, diceva) e con la conseguente distruzione della natura siamo entrati in un ciclo di distruzione dell’umanità… i deserti avanzano, i ghiacci si sciolgono, i cataclismi aumentano… l’urbanizzazione delle grandi città provoca l’immiserimento di milioni di persone… guerre e terrorismi sono diretti o allevati dai “servizi segreti” e mercanti d’armi (prodotte dalle grandi nazioni “civili” e dai regimi comunisti)… i soldi hanno il colore del sangue e se vengono ammazzate migliaia di persone che importa? La miseria dei poveri non conta, i profitti dei ricchi sì. I linguaggi del “valore d’uso” dominanti sono “chiacchiere” ben assestate nel cervello dei dominati, ma solo dai creatori di bellezza, verità, giustizia e del bene comune può venire la necessità di un cambiamento sociale: solo dalla liquidazione pura e semplice degli dèi può rinascere una civiltà.

La macchina/cinema nello spettacolo dell’Apocalisse, più di sempre, non genera nessuna libertà, ma riproduce l’illusione della libertà… la volgarità è contagiosa, la grazia mai, figurati il pensiero dell’uomo in rivolta… meglio fare film senza carattere che sopprimono l’eresia, che non vanno contro i dogmi o il corso delle cose, che manifestare una qualche disapprovazione dell’ordine costituito… è “spregevole chiunque aderisca alla propria celebrità, chiunque non ne sia umiliato ed esacerbato” (E.M. Cioran)… un uomo d’ingegno non tradisce il proprio talento, cioè, lo ruba, lo plagia, lo inventa… non è questa la definizione dell’Anarca che brucia l’arte sul sagrato dell’ironia?… che è l’arma dei “quasi adatti” o delle anime ferite… anche quella dell’assassinio delle buone intenzioni… non abbiamo mai avuto interesse per le cause votate alla santificazione di un mito… le nostre simpatie sono sempre andate a cause corsare che schiantavano il brulotto contro la nave del re… siamo sempre stati dalla parte dei perdenti e in questo non abbiamo perso mai… l’essenziale non si trova nelle arti, nei politici o nei governi, si trova nella strada (come l’amore o la fierezza) e lì vive o muore.

Nosferatu il vampiro (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau

L’oligarchia mercatale è a lavoro… il totalitarismo tecnologico si occupa di sorvegliare e punire (dicendo il contrario), e proprio a partire dai momenti di crisi (come dicono i politologi dei salotti televisivi), gli specialisti dell’informazione disciplinata e controllata (se occorre anche col fucile, come nei regimi comunisti, ma non solo), sono richiesti dai ciechi e sordomuti della partitocrazia per inaugurare nuove custodie (ed espropri) dell’interesse pubblico e nuove rapine a favore dell’interesse privato… la pandemia muterà (non sappiamo per quanto o per sempre) entusiasmi e consolazioni… alla fine del deconfinamento si capirà meglio che nessuno è padrone del suo destino fino quando le iene dell’economia politica avranno l’opportunità di massacrare il mondo. “Quando si ammira appassionatamente qualcuno, bisognerebbe fargli il favore di assassinarlo” (E.M. Cioran), non per l’esagerazione dei suoi sentimenti truccati d’irresponsabilità, ma per lo spargimento d’imbecillità che permette a chiunque di fare dell’approvazione il purgatorio di tutte le schifezze parlamentari… la nostra sola indulgenza va agli ubriachi, ai folli, i dissoluti, ai ribelli, gli illetterati, a tutti quei cani perduti senza collare che non potremmo mai cancellare dalla faccia della terra, senza ucciderli.

La passione di Giovanna d'Arco (1922) di Carl Theodor Dreyer

I cani da guardia del potere sono sempre gli stessi e sin da quando l’uomo si è alzato in piedi e ha detto sì, mettono i loro saperi, fucili e patiboli al servizio del terribile (che può mutare solo con la deposizione dei carcerieri dell’intelligenza viva). Siccome abbiamo una mancanza d’attitudine a servire come ad essere serviti, e siamo attenti a leggere nelle sottoscritture di proclami impeccabili dei governi sul Coronavirus, e ascoltiamo gazzettieri a tutto campo che insegnano come porvi rimedio… ci sembra di scorgere una certa emancipazione della corruzione, anche… quando si discute il problema senza conoscerlo si fa certo una bella figura… ma quando ci parlano di ascoltare le persone che “contano”, sentiamo di trovarci in presenza di un cretino, diceva… le distanze fra parola e azione, condivisione e giustizia, fraternità e amore sono difficili da mettere insieme, specie per chi non li ha mai praticate… non è difficile essere in sintonia con un’atmosfera conviviale da fessi… basta lodare le qualità dei potenti, mai i difetti… basta scendere in basso più possibile ed esaurire gli ultimi respiri di rivolta in una bella cucina firmata da uno scemo vestito da chef (mi pare si chiami Carlo Gracco, i suoi omonimi non sono meno imbecilli, andrebbero destinati alla disinfestazione)… abbiamo una certa predilezione solo per coloro che sono stati espulsi, emarginati, suicidati dalla società… non sappiamo bene perché, ma siamo sicuri che nelle loro vite c’è davvero la bellezza (senza fama) dei maestri cantori della libertà.

L'uomo di Aran (1934) di Robert J. Flaherty

Le sale splendenti della macchina/cinema sono ovunque chiuse… c’è voluto un virus per veder franare questi bordelli-multisale che di bello hanno solo i gabinetti… però, va detto, le poltrone sono comode… c’è il posto per la Coca-Cola, i pop-corn, le caramelle al veleno… puoi allungare anche le gambe e sputare le bucce dei semi in testa a qualcuno che s’infervora per l’ultimo film di Quentin Tarantino… e ci si può fare l’amore con passione, se non ci fossero gli effetti speciali in ogni cazzo di film… che ci obbligano a cercare una definizione anche nella scelta del preservativo (meglio niente, è più selvatico l’amore, ma come si fa a venire in un “gommino” senza rimpianti?)… non si può fare a meno di provare un certo disprezzo per un film pieno di frastuoni che interrompe una vampata di gioia.

Ombre rosse (1939) di John Ford

Il capitalismo finanziario però sta da tempo diversificando la produzione, fabbricazione, circuitazione dei film su altri mercati come Amazon, Netflix, Sky e altre piattaforme digitali… i padroni dell’immaginario stanno allestendo un’estetica del cinema-televisione che orienta la ricezione nel prodotto, sempre uguale, secondo le richieste delle giungla televisiva… l’attorialità, la fotografia, la scenografia, la regia sono così seriali che un film vale l’altro… poco importa la storia che raccontano o l’insolenza creativa che potrebbero mettervi… i film sono costruiti per finire in televisione e a modici prezzi o interrotti dalla pubblicità che ne detta il valore… sono alla base di tutte le imprese commerciali (dai giocattoli ai cannoni, dai farmaci alle assicurazioni, dalle banche alle fabbriche) dell’egemonia del profitto. Al culmine dei no-stri rancori c’è comunque il sorriso e una torcia, ma solo per mostrare all’insignificante che non può regnare impunemente sulla stupidità.

Basterebbe leggere Diario dell’anno della peste di Daniel Defoe (scritto in maniera esemplare sulla scorta dei propri ricordi di ragazzo e riferimenti storici, documentali), per comprendere che la “cronaca” della grande peste che colpì Londra tra il 1664 e il 1666 (uccise oltre centomila tra uomini, donne e bambini, un quinto dell’intera popolazione) è uno dei tanti avvisi che il pianeta ferito e l’umanità impoverita hanno lasciato nella storia della modernità… il fatto è che ai costruttori (chi lavora) non tocca niente della ricchezza che producono, i padroni (gli sciacalli) si prendono tutto. Ecco, così… si tratta di riempire questo abisso di disparità con tutto quanto possa cambiare queste vergogne… finché resterà in piedi un solo padrone, il compito degli sfruttati, degli oppressi, dei violentati non sarà finito.

Rapacità (1924) di Erich von Stroheim

Lo spettacolare integrato della macchina/cinema è parte degli apparati mediali che dicono tutto sui comportamenti del pubblico e niente sul loro uso… siccome la storia del cinema, come quella del terrorismo, è scritta dallo Stato, quindi è “educativa”, qualcuno diceva… la modernizzazione della repressione dovrebbe riscuotere un qualche successo… tutto ciò che non è mai represso è in realtà sempre permesso… un po’ camuffato da scandali spettacolari ma dopo la scomparsa dai giornali, dalle tv e dalle Rete… tutto resta come prima… gli uomini assomigliano al tempo delle loro genuflessioni… quali che siano… importante è essere parte di una società perfettamente governata… criticabile (da chi?, forse dagli stessi che ne fanno parte e sono anche i persuasori occulti della domesticazione sociale?)… una società fluida, vaneggiante, infusa di successi quanto di fallimenti… elevata al culto del lavoro (a profitto solo dei nuovi padroni)… una società non trasformabile, non riformabile, non rivoluzionaria… aggrappata all’accumulo, al possesso nelle mani di pochi… e ci pensano la polizia, i tecnici, gli esperti, gli avvocati, i giornalisti, i letterati, i docenti, perfino i nani nei circhi della Borsa… a castrare la verità, e il loro valore consiste nel lasciare le cose come stanno.

La cagna (1931) di Jean Renoir

Davanti a un tribunale degli angeli questi figli di puttana sarebbero condannati al taglio delle ali — ma non le hanno mai avute, ci dicono… allora passiamo alla testa, ci suggeriscono —… no, no… noi non siamo di quella gente e non facciamo queste cose, forse basta uno sputo in faccia, una pedata nel culo o l’indifferenza… trattati come meritano questi appestati di potere muoiono di paura sul ciglio di una discarica o li trovano impiccati con le cravatte firmate all’attaccapanni dei loro uffici… qualcuno riesce a fuggire (ma non per molto) nelle campagne da dove è venuto e si ritrova a spalare la merda, ma non sa fare nemmeno quello… disonorare la povertà gli riusciva meglio.

Dovunque regni lo spettacolo del potere, le sole asperità ammesse sono quelle che lo celebrano… l’espansione tecnologica lo dice: il mercato globale non può essere criticato da nessuno, in quanto è il sistema generalizzato e anche l’omertà che accomuna uomini e nazioni nella “felicità” realizzata… governata (come nessun’altra mai) tra il cinismo e l’elegia mercatale, ed esegue le sue sentenze sommarie attraverso la psicologia di massa della sottomissione. Con una certa insolenza da disturbati mentali, abbiamo sempre pensato che la psicologia è anche la malattia, se liquidiamo lo psicologo, cancelliamo anche la malattia… del resto, come il sociologo, ha preso il posto del prete… il sapere, l’aspersorio e il fucile sono sempre andati d’accordo.

Quarto potere (1941) di Orson Welles

La macchina/cinema nello spettacolo dell’apocalisse scolarizza l’entusiasmo a tutto… la radi-ce psicologia dell’adesione non vuole contraddizioni… cretini e militanti si ritrovano uniti nell’uso intensivo dello spettacolare e ogni linguaggio serve non tanto a parlare ma a mostrarsi amico della retorica bugiarda… la cancellazione della personalità accompagna sempre le condizioni dell’esistenza e come dice Guy Debord: “L’individuo dovrà perennemente rinnegare se stesso, se tiene ad essere un po’ considerato in tale società”. La plebe degli spettatori si sottomette alle logiche e alle leggi dei mercati, l’americanizzazione del mondo passa dalle imprese d’istupidimento di Hollywood e attraverso le serie-tv, televisioni, internet… immagazzinano film, telefilm, sceneggiati, concerti, supereroi, fumetti mercificati fino all’ossessione del sempre uguale… diffusi tra cataste di pubblicità vergognose, determinano il dominio spettacolare. E poi ci sono i festival e tutta la cricca (specie di sinistra, quella al “caviale”) di giornalisti, critici, produttori, registi, attori e perfino i trovarobe… che sostengono la ragione mercantile della macchina/cinema… certo, non c’è niente di più prestigioso e corroborante di un bel lieto fine, se il mondo è quello che è… l’arte non c’entra e nemmeno il filare di scimuniti che fanno le star, importa molto… la lebbra del successo è nella spettacolarità dei linguaggi imperanti e il cinematografo, sin dall’invenzione dei fratelli Lumière e dall’avvento del primo film, L’uscita dalle officine Lumière (1895), in massima parte, è stato uno strumento che ha cambiato la percezione, quindi i comportamenti delle folle.

La società dello spettacolo (1967) di Guy Debord

Anche sul patibolo il falso e il vero è solo una questione di sfumature… ciò che conta è il rituale dell’impiccagione… gli innocenti e i ribelli hanno sempre torto. In apertura di un film western di Raoul Walsh (un personaggio un po’ destrorso), Gli implacabili (1955), con Clark Gable e Jane Russell (completamente fuori ruolo… le puttane redente vanno sapute fare, come Marilyn Monroe in La magnifica preda (1954) di Otto Preminger), c’è una frase che la dice tutta su cinema e sul mondo… Gable e il fratello (Cameron Mitchell) cavalcano a fianco, vedono un uomo impiccato ad un albero e Gable dice: “Ecco siamo arrivati nella civiltà”. Sommuovere la filosofia di vita di una società significa risvegliare la libertà che è più o meno affogata nella coscienza di ognuno o farne un utensile che anticipa lo sterminio della chiacchiera. Tutto ciò che fa l’uomo, lo fa soltanto perché ha cessato o si è dimentico la giustizia che è un tempo prometteva nuove primavere di bellezza.

Volti (1968) di John Cassavetes

Nel cinema dei simulacri l’insuccesso brucia, divora, annienta… perché non ci si può confessare che alla luce incatenata dei fantasmi dello schermo. Effetti speciali, 3D, saghe e serie per famiglie, racconti di una gioventù spensierata o superficialmente deviante… i fabbricanti di film hanno diviso i prodotti nel numero di spettatori che li richiedono… così in ogni film ci dev’essere, l’omosessuale, il nero, la lesbica, il politico corrotto, l’avvocato onesto (povero) e quello disonesto (ricco) e la dove l’umanità è essenzialmente corrotta, i poeti, ribelli, i partigiani non vincono mai (i terroristi invece s’accontentano di una marginalità sempre filtrata dai servizi segreti dei Paesi forti e dei regimi comunisti, tutta roba che solletica solo l’infatuati delle guerre e della discriminazione razziale). Godono del privilegio di potenti soltanto coloro che fino ad adesso non hanno conosciuto il taglio della gola… ed è il sogno mai raggiunto (mai impossibile) dei dannati della terra.

Volti (1968) di John Cassavetes

Più che altro la costruzione filmica deve sottostare alle esigenze della ricezione televisiva… tre, quattro telecamere registrano in fretta gli attori che passano da un set all’altro, i tagli dell’inquadratura sono spezzati secondo l’ordinamento — primissimo piano, dettaglio, mezza figura e poco altro d’intuitivo —… la fotografia è standardizzata e ricolorata in post-produzione, i movimenti di macchina ordinari o inutilmente “volanti”, il montaggio scorciato come le pubblicità (chi produce saponi, stracci firmati o fucili paga bene)… e basta vedere una cazzata lunga tre ore e passa come The Irishman (2019) di Martin Scorsese… che ci alza la voglia di dare fuoco a tutto, perfino alla banca dello Stato Vaticano che sa come trattare con i mercanti d’armi. The Irishman, va detto, tratta pure di una cosa interessante, la mafia in America, vista sempre con simpatia già prima de Il padrino di Francis Ford Coppola… la prolissità, i pretesti, la stupidità eretti a sistema non c’è dubbio che trovino il consenso, ma il cattivo cinema, come la cattiva letteratura, non cessa di uccidere a volontà l’intelligenza arresa.

Per comprendere che il metodo coercitivo dirige e spiega il gioco… occorre capire che tutti i film (o quasi) sono l’unico e medesimo prodotto… c’è molto ricamo ma niente genio… ecco perché abbiamo nostalgia del diluvio! La realtà così spettacolarizzata resta nascosta e l’enunciazione s’ingoia l’enunciato… va detto che ogni tanto dallo stupidario-video escono opere (indipendenti) come Roma (2018) di Alfonso Cuarón, ma l’intero palinsesto filmico è deputato alla visione di circoli concentrici della creatività castrata che portano sempre a ripetere i codici dell’immaginario calpestato o ridicolizzato fino a strozzare una qualche insubordinazione che porta alla vitalità del libero pensiero. Le malattie dell’arte hanno radici profonde e quando si ha coscienza di non vendersi a nessuno, nessuno ti vuole comprare.

L'angelo azzurro (1930) di Josef von Sternberg

Un’annotazione a margine. I più acuti tra i pionieri del cinematografo, avevano presto compreso che tutto ciò che la struttura di un film impedisce, è anche tutto ciò che la fabbrica delle illusioni permette. Forse è per questo che uno dei grandi poeti dello schermo, Georges Mèliès, dopo una lunga serie di film molto personali (riscoperti poi dai surrealisti) è finito a vendere giocattoli nella metropolitana di Parigi ed è morto povero. Méliès non aveva capito come funzionava la mercificazione del cinema… si ostinava a vendere le copie dei suoi film una per una e non percepiva nessun diritto d’autore per le singole proiezioni… così mentre le sue pellicole avevano un qualche successo in Europa (e in America), doveva sfornare sempre nuovi film per stare al passo coi tempi e venne estromesso del mercato cinematografico. Diversamente, Charlie Chaplin (Charlot), il vagabondo che piaceva a tutti, perfino alla polizia… è morto milionario in Svizzera. Charlot è stato immenso, vero, ma la morale ultima d’ogni sua opera era il raggiungimento di una vita piccolo-borghese (che non afferra quasi mai, solo perché i perdenti, i cani e i bambini funzionano bene al cinema e fanno vendere i biglietti). In Tempi moderni (1936), dopo essere finito in un manicomio per un esaurimento nervoso dovuto alla catena di montaggio… Charlot si trova nel mezzo di una manifestazione di disoccupati… raccoglie una bandiera di segnalazione stradale (rossa?) e viene arrestato perché ritenuto capo dei dimostranti… in galera contribuisce a reprimere la rivolta dei carcerati (ha ingerito una sostanza stupefacente?!) e viene graziato con un attestato di felice collaborazione con la direzione del carcere… infine salverà la monella dalle autorità che la volevano mettere in un orfanotrofio e s’incammineranno sulla strada che li porterà all’eternità… una delle più belle chiusure della storia del cinema.

Au hasard Balthazar (1966) di Robert Bresson

Nel cortometraggio Il pellegrino (1923) Chaplin è meno sentimentale… dopo una serie di simpatiche vicissitudini nelle quali Charlot evade da Sing Sing, si veste da pellegrino e dopo la solita opera buona verso una fanciulla… il vagabondo fugge dallo sceriffo che lo voleva riportare in galera… quando arriva alla frontiera americana e di fronte alla rivoluzione esplosa in Messico che avanza, decide di scappare sul confine… né di qua né di là e dove? Forse verso il conto in banca. Charlot è stato un maestro (di attorialità e di regia), tra i pochi giganti del cinema d’autore, certo… tuttavia quando incontrava un regista di una certa fama (ad esempio Federico Fellini), diceva: “Quanti dollari ha incassato il tuo ultimo film?”. Aveva capito tutto di come vanno le cose in quella “fabbrica di salsicce” (Erich Von Stroheim, un esiliato della macchina/cinema, diceva). La poetica sublime c’entra, più importante però e fare soldi! Far sognare al pubblico che in fondo la realtà è un’altra, quella dei rassegnati, degli incolti o dei calunniatori che educano il volgo a una servitù millenaria.

Fermata d'autobus (1956) di Joshua Logan

Nel 1952 un pugno di giovani arrabbiati dell’Internazionale Lettrista si presentarono alla conferenza stampa di Chaplin per Luci della ribalta e invitarono mister Chaplin ad andarsene a casa… nei volantini che gettarono tra la gente dicevano che Chaplin era “un ricattatore emotivo, un maestro della disgrazia, di essere colui che porge l’altra guancia, mentre l’unica cosa da realizzare era la rivoluzione”… si chiamavano — Guy-Ernst Debord, Serge Berna, Jean-L. Brau, Gil J. Wolman… i teppisti dell’Internazionale situazionista erano già lì —. Alcuni di loro fecero anche il cinema (Debord, Wolman, specialmente) ma lo usarono come un’arma di desacralizzazione degli dèi che attraverso il cinema costruivano la felicità o l’infelicità nell’impotenza strutturale. Un aneddoto simpatico. Mentre Chaplin stava trafficando nella cucina della sua villa con Buster Keaton (il più grande tra i comici del muto, che è riuscito a fare il cinema di poesia tra i più alti mai realizzati), Charlot disse (all’incirca): “Buster sai qual è il mio desiderio più profondo che vorrei si avverasse? Vorrei che tutti i bambini del mondo avessero una casa e potessero mangiare tutti i giorni”. Buster, lo guardò (sembra mentre scolava la pasta) e rispose: “Charlie, e chi vuoi che non lo voglia?”.

Mogambo (1953) di John Ford

La miseria degli ultimi non è ereditaria, è imposta dalle regole dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo… dissotterrare la povertà degli indifesi non basta, bisogna anche indirizzarla contro i responsabili di tanta violenza. E questo vale anche per Totò, levati 4/5 film del principe De Curtis (con Rossellini, Pasolini, Lattuada, Monicelli, De Sica), restano una caterva d’interpretazioni farcite di banalità ripetute fino al limite del sopportabile… con buona pace di quanti hanno visto nella maschera di questo guitto (con la cimice fascista sul petto), un’autenticità da commedia dell’arte che non c’era… spesso più si è sofferto la fame, più si rivendica un posto in società… quella che fa schifo.

Un tram che si chiama Desiderio (1951) di Elia Kazan

Dopo gli anni in cui lo spettacolare concentrato e quello diffuso, smascherato, boicottato, saccheggiato dai situazionisti ancor prima del Maggio ’68… che ha dato inizio alla rivoluzione della gioia finita nel piombo degli anni ’70… è giunta l’epoca dello spettacolare integrato… che “si manifesta al tempo stesso come concentrato e come diffuso, e dall’inizio di questa fruttuosa unificazione ha saputo sfruttare maggiormente entrambe le qualità” (Guy De- bord)… quando l’onnipotenza dell’economia è diventata contemporanea al neocolonialismo, non si chiede alla scienza, alla cultura, alla filosofia o alle lotte operaie di capire il mondo o di trasformare qualcosa… attraverso l’operato dei governi, dei politici, dei tecnici, degli esperti, degli specialisti della menzogna e dell’inquisizione, si chiede di giustificare o di sedare qualsiasi dissidio… il protettorato dell’infamia si erge, in tutta la sua destrezza, su tutto ciò che è istituito… e l’informazione negata o la disinformazione deplorevole è il cattivo uso della verità. L’influenza spettacolare infatti ha contrassegnato la quasi totalità dei gusti e dei comportamenti e lo spettacolo si è mischiato al fondo di ogni realtà, irradiandola nella ragione mercantile. La falsificazione degli statuti mediali (in ogni anfratto della vita quotidiana) è anche il divenire della falsificazione del mondo.

James Dean

Nella società spettacolare attuale… devastata da catastrofi ecologiche, guerre, delocalizzazione delle fabbriche, migrazioni assassine… pandemie (come il Coronavirus) stanno modificando le attitudini dei popoli… i governi diventano sempre più centralizzati e tecnici, esperti, specialisti, avvocati, psichiatri, filosofi, docenti, artisti, giornalisti, operai sindacalizzati… sono la spina dorsale dell’intimidazione, della passività, dell’ignoranza che autentificano il falso e lo sostituiscono con il conveniente (o il servile) che tende a limitare il vero dovunque… gli uomini della civiltà spettacolare sono governati senza che chi li governa abbia alcuna conoscenza dell’arte di vivere nel rispetto dei diritti umani… la “socialità dello schermo” o della macchina/cinema, “sostituisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà” (Feuerbach)… gli uomini vivono e muoiono alla confluenza di una quantità di parole, preghiere, immagini che rendono obbligatorio l’incomprensibile… dove non c’è mai una conclusione, semmai una realtà nascosta e manipolata che dirige e spiega l’idiozia… la pochezza e il grottesco prendono importanza… i dominatori sono lucidi… per quanto feroci… la loro gestione dell’immaginario collettivo contiene disastri ecologici, flagelli bancari, guerre continue, terrorismi, delazioni, criminalità… che gestiscono attraverso i grandi mezzi di comunicazione… e queste sono le migliori condizioni dove le mafie si radicano all’interno della società moderna. Sulla soglia della libertà si fanno i conti… si può anche avere pietà di gente che fa commercio d’indulgenze e fa della vanità e della presunzione scaglie di gloria atemporali o seviziate nell’insignificante, ma qualcuno ha detto che è sempre lo stile (o lo stiletto?) ha procurare un’emozione o una buffonata… una sola frase impeccabile o un punto esclamativo che trafigge la pagina (come la mia parola è no!), sconfigge la corruzione del divenire.

La corazzata Potëmkin (1925) di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn

La macchina/cinema è uno dei maggiori dispositivi (insieme alla televisione, l’editoria, la musica, la politica, la docenza dei saperi) di costruzione dell’analfabetismo culturale della nostra epoca… modello di ciò che l’industria dello spettacolo pensa e che gli spettatori vogliono… l’autorità spettacolare della società postindustriale (che è la concentrazione dei capitali, della produzione, della distribuzione e del consumo indotto)… e le nuove pesti lo richiedono… si assume l’onere di nuovi legami sociali di dipendenza e protezione al contempo… e allora si allestiscono i parametri di controllo o disciplinari per adeguare il rinnovamento tecnologico e adeguarlo a nuove organizzazioni per una produzione circolare dell’isolamento… la malattia collettiva è circuitata da tutti i media a un tal grado di paura da divenire immagine del disastro di un capitalismo (senza colpa) che continua la sua marcia di morti annunciate… in cambio dispensa risorse economiche, inventa nuovi lavori, educa gli indifesi a obblighi sociali di nuovo conio… la forza di sorveglianza, di protezione e d’intervento repressivo dice che tutto ciò che si può fare dev’essere fatto purché non frani il sistema dei proprietari della società.

Disobedience (2017) di Sebastián Lelio

La macchina/cinema dell’apocalisse nel trapasso di pandemie attuali e a venire, s’appresta a consolidare l’idea che mantenere un rapporto sociale tra le persone significa obbligarle alla palingenesi tecnologica dell’insignificanza, non tanto per rendere ancora più stupida la stu- pidità generale, quanto per soffocare la critica radicale che non si arrende, e anche senza sparare alle gambe, lavora in clandestinità per il rovesciamento dell’illegalità statuale… a proposito di quanti non hanno mai abbandonato la grammatica del sampietrino, si potrà dire che ciò che spesso ci ha impedito di limitarci ad una sola attività illegale è il fatto che ne abbiamo avute più d’una, diceva… e dobbiamo dire anche che malgrado non tutti hanno apprezzato certe finezze o azioni concluse di quei belli ragazzi/ragazze in rivolta, qualche volta il loro lavoro è stato eccellente.
Chi non ha troppe utopie da conquistare non può avere nessun talento. Quando a mia nonna partigiana (portava solo pane e fucili a quelli alla macchia) chiesero cos’è la felicità e la rivoluzione, rispose: “Andare lungo le spiagge d’inverno a fare l’amore come viene o mangiare il cocomero coi bambini e i vagabondi, è questa la felicità… la rivoluzione porta il bel tempo!”. Quando si versano le lacrime per la libertà, quando si piange sulla miseria secolare degli ultimi, quando anche ieri si dimentica di morire per un amore senza tempo e l’insurrezione dell’intelligenza diventa pane da spezzare con chi non ne ha, è segno che si è capito. E comunque vada, senza nessun rimpianto.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 30 volte aprile 2020

“La fotografia è verità, e il cinema è verità ventiquattro volte al secondo”. Jean-Luc Godard

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