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Claude Cahun – Sulla grazia della fotografia lesbica

di Pino Bertelli

Sono posseduta dall’amore e non ho scelte… Sono in alto mare, ignorante e sbalordita come la prima volta che mi imbattei nell’algebra… Mettimi come un sigillo nel tuo cuore, perché l’amore è forte come la morte… L’immaginazione dei genitori crea cornici, entro le quali i figli di rado accettano di crescere”.

Elisabeth Smart

I. Sulla fotografia androgina e il corpo che parla

Il solo dovere che noi abbiamo verso la storia della fotografia, è quello di riscriverla. Quando le idee della fotografia si diffondono nel cielo del mercimonio o emergono dal dolore della terra, è necessario che etica ed estetica abbiano una certa consistenza: la fotografia è ciò che disvela, mai ciò che celebra. Ogni fotografia racchiude un contenuto sensibile o una menzogna. Ogni fotografia dice di più di quanto non esprima. Ogni fotografia rivela ciò che dice e ci mostra quello che ci nasconde dentro, anche. È necessario che il linguaggio fotografico ritorni dal suo esilio e cessi di essere servo del pensiero dominante. La fotografia è creatrice di realtà e di bellezza e ovunque posa le sue ali schiude il regno della libertà alla poesia. I fotografi hanno tentato di interpretare il mondo, si tratta ora di cambiarlo.

Se vuoi conoscere un fotografo, devi prima conoscere la sua infanzia. L’ostilità verso ogni utopia crea un sistema di norme che vuole imporre ai dominati. L’utopia nega la storia, come nega le fedi, i saperi, le ideologie… alle declamazioni dei funesti demiurghi oppone la rivolta degli spiriti nobili e sa fare a meno dei geni e dei tenutari dei codici imposti. I sudditi meritano la gogna che li strangola. Dove le virtù sociali sono conclamate, i Fratelli e le Sorelle del Libero Spirito dissipano la loro scelleratezza. Là dove incomincia la disobbedienza, lo sguardo si infiamma e trova la fotografia nell’agorà, nel bordello o nel sangue innocente della guerra… l’indignazione è il suo stato naturale. La fotografia è una lacerazione dell’esistenza che la riabilita e l’umanizza. Senza la fotografia di Diane Arbus non si può vivere. Il mirabile fotografico uccide. Là dove la Fotografia riafferra la vita, illumina il mondo.

La scrittura fotografica, androgina, di Claude Cahun, non teme di esprimere l’amore al tempo dell’amore lesbico negato… non è poi, oggi, al di là dei discorsi e delle legittimità politiche e culturali acquisiti sul campo dal movimento lesbico, che l’omosessualità femminile sia così compresa come sembra… la gerarchizzazione dei piaceri vorrebbe impedire i turbamenti della sessualità e sono pochi i cervelli illuminati, specie quelli maschili, che pensano e praticano la deriva dei piaceri, scatenano passioni e desideri ovunque incontrano il godimento di sé. L’amore lesbico, più di ogni altro, forse, esprime un rizoma a/convenzionale della grazia e posa sull’armonia dei corpi in amore il diritto di cittadinanza della diversità. La forza Dionisiaca dell’omosessualità (femminile e maschile) spaventa e desiderare l’eguale a te (al tuo stesso sesso) è dunque il peccato supremo.

Sognare un immaginario a misura di tutte le diversità possibili significa accollarsi il disprezzo di epoche oscure, mai tramontate definitivamente, allevate alla scuola della denigrazione dai padri della Chiesa e dai legislatori dello Stato. Il reale androgino è l’athanor dei sentimenti struccati… “l’androgino è il corpo ideale, senza fratture, senza inclinazioni, senza difetti” (Michel Onfray). L’amore lesbico afferma la libertà della salute sessuale e quando è vissuto nel sangue dei giorni acquista un’eccezionale carica di verità. L’amore lesbico, come ogni forma di amore autentico, è il tentativo di vivere ciò che il corpo esige. Il corpo parla. È il solo modo di interpretare il mondo e di cambiarlo alla radice. Dove regna la filosofia Dionisiaca, crollano i simulacri. Vi è più ragione in un corpo in amore che nelle tavole comandamentali di ogni ordinamento sociale. Non si nasce impunemente omosessuali, lesbiche o folli… lo straordinario non ha bisogno di commenti… la mediocrità della saggezza è una gogna alla quale nessuna diversità sfugge… in amore ogni regola equivale a una lordura e ogni assoluzione è un attentato alla purezza… non c’è niente di più pericoloso e sovversivo quanto prendersi delle libertà con la libertà di amare… la scoperta del Meraviglioso è tutta qui.

La fotografia androgina della Cahun è costituita da autoritratti avvolti in un’aura autoriale che nulla o poco hanno a che vedere con l’estetismo da galleria d’arte di Cindy Sherman. Le autoimmagini della Cahun implicano la conoscenza dell’edonismo materialista che si ritaglia in un reale totalmente privo di sacro… l’autoironia diventa liberazione di rabbie, trasgressioni, sregolatezze che si fanno amore di sé e per l’altra/o… l’arte di gioire sul pudore profanato dell’innocenza amorosa… i buoni poeti lo sanno… il corpo è il luogo dell’assassinio delle “belle arti” e solo il corpo abitato porta in sé l’ebbrezza della gioia panica o lo stato di disobbedienza dei conflitti sociali. Il principio del piacere e il principio di realtà che agitano i corpi in libertà non conoscono confini sessuali… siamo la sessualità che il corpo ci detta… la fotografia della Cahun è innanzitutto la confessione di un corpo sognato (ermafrodito, androgino, dandy…) e al contempo l’espressione compiuta di una vitalità che le permette di raggiungere stati sublimi, in fotografia come in amore.

Gli autoritratti della Sherman evidenziano la visione mascherata della macchina desiderante, dispositivi di un’elegia del corpo trasformato, sovente anche asessuato, che esprimono disprezzo o rifiuto del desiderio… in realtà la Sherman non mette in scena se stessa e i vizi e le virtù delle donne (come hanno scritto in molti)… più di ogni cosa le fotografie della Sherman, qualunque sia la lettura, cantano l’accezione del mercato e si richiamano a una demoltiplicazione seriale presa a prestito dall’impero dei media. Lo straordinario non ha bisogno di aureole. La mediocrità sì. L’abuso dell’artista d’avanguardia (ogni avanguardia si è sempre distinta nella storia come retroguardia o cane da guardia del potere) è una forma di autocastrazione… è difficile imbattersi in un uomo o una donna, quando si nascondono sotto l’etichetta dell’artista (compreso o incompreso, fa lo stesso). Sono sempre iscritti (come i drogati del successo) sul libro paga dei padroni dell’immaginario. Di Helmut Newton, Nobuyoshi Araki, Joel-Peter Witkin o Nan Goldin si può fare volentieri a meno, di Tina Modotti, no!

Gli autoritratti della Cahun ci portano dentro lo specchio dell’omosessualità rivendicata, tuttavia non sono opere incentrate sul narcisismo o sul suggerimento di immaginari altri che non siano quelli della frattura radicale con i valori e i costumi dominanti. La nudità del corpo in Anne Brigman, Diane Arbus o Claude Cahun… recupera l’intemperanza delle differenze e la grande poesia visuale di queste contestatrici dell’anima bella maschile, affabula quella “s-definizione dei ruoli e delle identità, quasi come protesta e ribellione alle norme di codificazione dei generi e delle inclinazioni sessuali” (Federica Muzzarelli)(1). Tutto vero. La messa in scena dell’immaginario dal vero (Henri Cartier-Bresson) è un territorio di sogno ad occhi aperti e la verità è sempre in fuga dal reale. Il bizzarro, l’indicibile e il meraviglioso si ritagliano nella fascinazione della disobbedienza estetica, etica, che sconcerta, offende, fa tabula rasa delle conoscenze culturali, religiose, politiche e le loro immagini in rivolta dicono: giù le mani dall’amore! La rivoluzione dell’amore, prima di ogni cosa! Tutto è permesso in amore! Quando mi sono trovato sulle fiumane della grande fotografia androgina di Claude Cahun, mi sono seduto davanti al suo autoritratto — Elle in Barbe Bleue (1929) — e ho pianto. La grande fotografia sa quello che il fotografo ignora.

II. Sulla grazia della fotografia lesbica di Claude Cahun

Per amore, solo per amore della grazia della quale è feconda la fotografia lesbica di Claude Cahun, mi sono imbattuto in quella filosofia della frattura (non solo fotografica) che si disfa di rimorsi e di rancori contro i possessori di conclusioni che sulle ghigliottine dell’enfasi fanno colazione con i boia di novelle inquisizioni. Lucy Schwob (Claude Cahun) nasce a Nantes nel 1894, tra gli agi di una famiglia della “buona borghesia” ebraica. I suoi 400 lavori (in massima parte autoritratti) rappresentano la bellezza e l’indignazione di un’artista fuori dai ranghi… le sue opere non si conciliano con l’esercizio del potere ma innalzano l’immagine fotografica a rispetto della donna e, sotto un certo taglio, anche degli uomini un po’ speciali, credo. La Cahun resta spaventata davanti alla prostituzione del talento e la sua rivolta non è declamatoria, ma utopica.

Il nonno della Cahun, George Isac è amico di Flaubert, lo zio Marcel è uno scrittore di talento, il padre dirige il quotidiano La Phare de la Loire, ha un fratello (George) e la madre (Marie Courbebaisse) finisce presto in un manicomio e lì morirà. L’incontro con Marcel Moore (Suzanne Malherbe) è di quelli folgoranti. Erano sorellastre. Marcel era figlia della seconda moglie di Maurice Schwob. Fu subito amore. Nello splendido saggio della Muzzarelli (citato prima) su questa fotografa del dissidio si legge: “Le due amanti-sorelle condivideranno tutte le esperienze artistiche e anche le difficoltà che la vita le costringerà ad affrontare, vivendo una passione estremamente gelosa e possessiva”. Il loro rapporto d’amore sarà lungo e fruttuoso e insieme ad altre coppie omosessuali del primo Novecento (Gertrude Stein — Alice B. Toklas, Marguerite Yourcenar — Grace Frick, Virginia Woolf — Vita Sackville-West) lasceranno in eredità alla filosofia edonista/lesbica, un’etica libertaria con la quale scardinare secoli di sottomissioni e violenze contro le donne.

All’avvento dell’occupazione nazista, Claude e Marcel si ritirano nell’isola di Jersey (davanti alle coste della Normandia, un tempo rifugio di corsari) e fino alla fine della loro esistenza resteranno ostiche a tutte le promesse della politica istituzionale. Lavorano in simbiosi a fotomontaggi, fotografie, scritti… i fotomontaggi, derivati dalla lezione dadaista, provocatoria di John Heartfield, insieme alla traduzione in tedesco di testi disfattisti, diffusi in clandestinità, sono usati come strumenti di sabotaggio e sovversione dei falsi miti della Germania hitleriana. La casa delle donne venne saccheggiata dalla Gestapo (una parte del loro archivio, le immagini più imbarazzanti, forse, sono distrutte)… Claude e Marcel furono sbattute in carcere e condannate a morte… resteranno recluse dal 25 luglio 1944 a l’8 maggio 1945. Maldestramente, tentarono anche il suicidio. Claude Cahun muore a Jersey l’8 dicembre 1954, Marcel Moore si toglierà la vita (con i barbiturici) il 19 febbraio 1972. Ci piace pensare che si sono ritrovate in un campo di rose di maggio e si sono dette: “Ecco il letto dove l’amore così spesso ci liberava” (Elisabeth Smart).

Molti degli autoritratti della Chaun sono stati presi con una Kodak Pocket Camera… amata (senza troppi clamori) dai surrealisti, la Cahun partecipò a due esposizioni d’arte collettiva del gruppo surrealista (a Londra e a Parigi), ma è la frequentazione di utopisti dell’eresia come Georges Bataille, Antonin Artaud o Marcel Duchamp che le faranno comprendere l’importanza del corpo “ignudo” (corpo in azione) come alterità del corpo sociale… ebrea, lesbica, comunista… la Cahun si fa maschera, bambola, angelo, demone, farfalla portatrice del “terzo sesso” e evita qualsiasi classificazione culturale… il suo corpo era anche la sua fotografia… a ragione, Federica Muzzarelli affranca l’opera della Cahun al cinema visionario di Maya Deren, ma non è poi così azzardato affiancare la filosofia eversiva della Cahun agli scritti comunardi di Ulrike M. Meinhof, alla bellezza scritturale a/pornografica (senza filtri o censure pregiudiziali) di Jana Černá o al cinema di resistenza di Danièle Huillet (con Jean-Marie Straub)… il brutto non offende tanto Dio, quanto l’uomo/donna che fa del proprio gioire la risposta a tutte le forme di tirannia… l’innocenza è l’altra faccia del peccato e non ci può essere nessuna salvezza se non c’è perdizione di sé.

La surrealtà della fotografia della Cahun porta luce in un’epoca buia… le metamorfosi dei suoi autoritratti segnano un’epifania del diverso o una malinconia del ludico e, senza sorridere mai, l’artista (o il suo doppio) prende atto della sua soggettività e rivendica il diritto di vivere e morire liberamente… Marie de Gournay, Sylvia Plath, Frida Kahlo, Leonora Carrington, Tina Modotti, Diane Arbus o Susan Sontag… su sentieri espressivi differenti, hanno mostrato — come la Cahun — che il pensiero libertino e libertario è stato il solo che ha infranto la tradizione (spregiativa) cristiana e statuale, legittimato il soddisfacimento della diversità (della sessualità) e fatto della voluttà la critica radicale all’intera società.

A leggere con attenzione le autoimmagini della Cahun possiamo cogliere alcuni ritratti straordinari, ignorati, sconosciuti o cestinati da molti assemblatori della storiografia fotografica. In Autoritratto (1920) la Cahun si fotografa davanti a un telo scuro, di spalle, con la faccia da uccello rapace che guarda da un lato… ha una canottiera nera, i capelli rasati e una pelle lunare, bianca… il corpo diventa parola, immagine, sogno… l’immaginario androgino, incestuoso, disperso in una notevole ricercatezza formale, anche, riflette il sale amaro dell’ironia, più ancora, accorcia la distanza tra etica ed estetica e conia una sua giustizia e una sua bellezza (che, come sappiamo, per i greci erano intimamente legate alla virtù e all’eccellenza).

Il travestimento le riesce bene e Elle in Barbe Bleue (ca. 1929) è senza dubbio un’opera eccezionale. La fotografa indossa un abitino da educanda e mostra il peccato di essere donna… una treccia di capelli sulla testa allude a una corona, le mani strette dietro la schiena e il corpo un po’ inclinato verso la sua destra, suscitano pensieri empi o alludono a una “allegrezza” dimenticata. In questa immagine la Cahun ci fa conoscere, come pochi altri fotografi, lo smaliziato, il tragico, il solitario… e deplora l’inesistenza di una vita sessuale unica.

Autoritratto in “Bifur” (1929-30) è una forzatura del corpo… una penetrazione dell’anima… una profanazione iconoclasta dell’ombra e della luce… la Cahun è immersa in un telo scuro, avvolta nel buio… ha un abito nero che lascia vedere le spalle bianche, la faccia è bianca, la testa rasata e lo sguardo lievemente abbassato alla maniera delle figure sacre… l’immagine è deformata fino a cancellare l’impronta fotografica e fa emergere una figurazione dell’indistinto o del chiaro, forse… c’è un elogio della riservatezza e al contempo uno schiaffo alla “pubblica morale” in questa fotografia, più di ogni cosa c’è l’esilio dell’ignoranza umana. Il corpo della Cahun non ha capelli, ciglia e sopracciglia… si taglia via da ogni artificio estetico incline a raccogliere consensi e al verosimile sostituisce il vero possibile. La ragione si emancipa sul disvelamento dei costumi e dove la genealogia della sessualità vive la dolcezza, la tenerezza e il florilegio delle differenze.

L’ironia e il sarcasmo non mancano alla Cahun. In Autoritratto (1927) è tutta vestita. È ben pettinata, con due vezzose ciocche di capelli sulla fronte… truccata con cura… si è dipinta col rossetto dei cuoricini sulle guance e le labbra a cuore… indossa una gonna nera, la sciarpa grigia, il maglione grigio con una bocca disegnata e la scritta: “I am in training don’t kiss me”(Io sono in formazione non baciarmi), forse… due cerchi neri sono sistemati al posto dei seni… un cuoricino fatto a lapis su una calza grigia… il corpo liquida l’istinto dei piaceri a spettacolo e mette in scena la detestazione della vita ordinaria… qui la Cahun insegna a ritrovare la via della grazia (non della legge) e della predestinazione (la libertà sessuale) e fare del desiderio più estremo, la risoluzione del piacere.

Ci sono autoritratti di una bellezza fulminante, eretica, insolente (non solo per l’epoca)… in Autoritratto (1928) la Cahun si fotografa a fianco di un telo scuro, vestita da uomo. Elegante, in un abito nero, la sciarpa bianca, un fazzoletto bianco nel taschino, la faccia bianca, la testa rasata, una mano appoggiata sul fianco e l’altra stretta in un pugno, leggera… guarda in macchina, fiera della propria diversità… sembra sfidare le convenzioni del giusto e dell’ingiusto e fare delle cattive virtù della sessualità liberata un’ascesi del dispendio e dell’eresia realizzati. La contro-morale della Cahun coglie al volo la ribellione di Rimbaud, Wilde, Whitman… e infonde alla sua fotografia l’insurrezione dell’Eros: non nasconde né la sua origine né la sua definizione e il corpo diventa il segno della sessualità praticata senza complessi. La sessualità libertaria infonde l’abolizione di ogni forma di violenza e si evolve come critica radicale dell’ingiustizia.

Ancora un’immagine di notevole compiutezza espressiva, Autoritratto (1927). Qui la Cahun è vestita di nero, su uno sfondo nero… la faccia bianca, i capelli corti… le mani sono incrociate e stringono una lente/specchio dove c’è qualcosa riflesso… una stanza, un tavolo, una finestra, un’ombra?… la Cahun è stupenda, bellissima, né uomo né donna né bambina o forse tutte e tre le cose… guarda in macchina, sicura della sua bellezza androgina… libera ogni colpa nella grazia e fa di ogni peccato il rifiuto di obbedienza a qualunque autorità. In questa autoimmagine della Cahun (come in tutta la sua opera) si coglie la battaglia dei “quasi adatti” contro la repressione della vita organizzata dalla Chiesa, dallo Stato e dalle ideologie… la Cahun e tutti i libertini e i libertari vessati, violentati, massacrati per aver cercato di liberare l’uomo, la donna, dai ceppi della storia… vogliono la libertà dei piaceri, dei desideri e la liberazione dei corpi… l’innocenza primitiva o rinnovata dell’intera umanità è nella comunità libertina e libertaria che viene.

Le fotografie androgine della Cahun, come le cattive cause, esigono temperamento o genialità… sono sorrette dalla coscienza dell’utopia che ignora ciò che molti intendono per linguaggio fotografico e lavorate su quello che è importante sapere. Quando il mistero è violato, ogni ordine crolla. La Cahun mostra se stessa e nello specchio della propria congiura contro l’ordinamento oppressivo, grida che ogni imbavagliamento della sessualità è un atto di demenza. Non è indecente donare i propri segreti, le proprie creazioni, la propria ombra… le ferite dell’esistenza nascono dall’incapacità di non vedere gli dèi come pagliacci… la maggior parte dei santi, dei papi, dei politici, dei generali, dei banchieri, degli artisti… è riconducibile al crimine di lesa bellezza… per fortuna, ci sono vite e opere (come quella della Cahun) che ci salvano dal nulla. Non c’è storia che non sia quella di anime in rivolta.

Note:

1- Federica Muzzarelli, Il corpo e l’azione. Donne e fotografia tra otto e novecento, Atlante, 2007

Articolo tratto da “La fotografia ribelle” di Pino Bertelli
Edito da NdA press © 2017

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