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Cindy Sherman – L’immagine allo specchio e il trionfo della merce

di Pino Bertelli

La fotografia possiede già il sogno di un tempo in cui l’utopia del pane (tra compagni si spezza non si taglia…) è sulla tavola di tutti, non ha che da possederne la coscienza per viverlo fino in fondo”.

Anonimo toscano

I. Non c’è altro Dio all’infuori di me o il trionfo della merce

La fotografia non è immaginabile senza il romanzo autobiografico che la accorda. Tutto cade in fotografia perché niente è vero nella vita reale, forse. Nella desolazione espressiva della “fotografia d’arte”, la realtà dell’immaginario muore nell’autoreferenziale e ai vertici del mercato globale il dogma è questo: non c’è altro Dio all’infuori di me! Il meraviglioso sistema del mercimonio delle immagini (di qualsiasi tipologia d’immagine o “segno”, internet incluso…), raccoglie consensi ampi e consente a turbe di fanatici dell’aura fotografica di calpestare l’incanto del vero e smerciare il banale come forma d’arte. André Adolphe Eugène Disdéri è rivisitato e innalzato nel prontuario del sapere fotografico e Gaspard-Félix Tournachon, detto Nadar, dimenticato e lasciato a marcire nei sottoscala della storia. Proprio lui, quello che aveva detto: “La fotografia è una scoperta meravigliosa, una scienza che avvince le intelligenze più elette, un’arte che aguzza gli spiriti più sagaci — e la cui applicazione è alla portata dell’ultimo degli imbecilli… Quello che non s’impara… è il senso della luce” 1. La fotografia è fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni.

La fotografia dello specchio di Cindy Sherman, in tutta la sua elegia del (proprio) corpo, sembra dire che ognuno è dannato e a questa società della catastrofe può sopravvivere o morire solo nell’immagine di sé, esplorando il proprio corpo. Tuttavia, nel fondo di questo esasperato narcisismo, la Sherman, che fotografa se stessa nello “specchio” della fotocamera, esprime anche l’apoteosi della propria guitteria e così legittima il secolo dell’apparenza e dell’economia cannibalesca della politica innervata nelle democrazie dello spettacolo. Senza scomodare Freud, Jung, Lacan o il reverendo Lewis Carroll, che di specchi dell’anima s’intendono molto… la mercificazione dei corpi defrauda, senza accezioni, l’uomo, la donna, l’umanità intera della propria identità e lo specchio/immagine di sé soltanto, diviene una nuova religione e trasfigura ogni soggetto in merce.

Cindy Sherman nasce nel 1954 a Glen Ridge, nel New Jersey, e cresce nelle periferie di New York, a Long Island, dicono le sue note biografiche. Studia arte alla SUNY (State University of New York) a Buffalo ed è respinta all’esame di fotografia per insufficienze tecniche nelle fasi di camera oscura. Tutto ciò però non è male, dimostra una certa intelligenza della ragazza… la fotografia non si insegna, si può solo fare, e sono poche le cose che spingono qualcuno verso la fotografia… o la voglia sfrenata di fare i soldi, finire in televisione e frequentare le puttane della “buona società” o, a seconda delle passioni e turbolenze generazionali, per evitare di finire in galera. Il trionfo della barbarie o della merce viene dopo. Quando ciascuno comprende che la fotografia è la continuazione della politica con altri mezzi e si fa complice della morale di padroni che impera nel mondo.

In un primo momento, la Sherman si dedica alla pittura, lavora su immagini di giornali, riviste, fotografie… si accorge presto che la cultura popolare dei mass-media è fonte di curiosità e interesse, e che non è poi tanto difficile essere compresi da galleristi e pubblico. Scopre così l’autoespressione e dicono che nei suoi autoritratti riesce a far coincidere l’arte concettuale con la fotografia personale. La giovane fotografa ha le idee chiare: “Quando andavo a scuola stavo cominciando a essere disgustata dalla considerazione religiosa e sacrale dell’arte, e volevo fare qualcosa… che chiunque per strada potesse apprezzare”. Bello! Sembra perfino vero! Nel 1975 scatta la prima delle sue Serie. Si autoritratta in diversi personaggi (clown o bambina, fa lo stesso) e suscita subito un certo interesse nell’ambiente artistico. L’anno successivo si laurea e si trasferisce a New York. Nel 1981 espone nella galleria Kitchen e intanto lavora a quelle auto-immagini (Untitled Film Stills) che la renderanno famosa ovunque. Da allora il successo è travolgente. Lei è sempre interprete di se stessa, anche se i ruoli mutano. La noia è profonda, il consenso dilagante.

Tra il 1983 e il 1994 si occupa anche di moda ma non sembra lasciare traccia di grande nobiltà dell’immagine “colta”, ed è forse un merito. Nel 1995 riceve l’ambito riconoscimento da parte del “grande apparato” artistico newyorkese e il MOMA acquista per un milione di dollari le sessantanove fotografie di Untitled Film Stills, che saranno esposte nel suo tempio. Tra gli sponsor c’è anche Madonna, che come sappiamo di mercantilismo della musica se ne intende (Madonna non si può ascoltare senza mettersi dell’ovatta nelle orecchie, come del resto i beniamini della buona borghesia inglese, i Beatles, o gli arrabbiati all’acqua di rose, i Rolling Stones)… il gusto delle sue immagini o i film che ha interpretato non sembrano raggiungere livelli estetici di un qualche interesse (che non sia una beffa economica). Nel ’97 la Sherman dirige Office killer, una commedia horror piuttosto convenzionale, ignorata dal pubblico (che non significa nulla) e accolta con clamore da qualche critico indirizzato (e questo significa molto). La Sherman vive a New York, giustamente consacrata dalla cultura dominante a “epicentro” dei propri affari, lì continua a sfornare la sua arte concettuale e negli ultimi anni sembra essere stata folgorata sulla strada del Surrealismo.

1 Felix Nadar, Quando ero fotografo, Abscondita, 2004

Gli stereotipi allo specchio della Sherman, disseminati in Centerfolds or Horizontals, Pink Robes, Disasters, Sex Pictures o History Portraits… non sono opere che lavorano sulla decostruzione dell’immagine né hanno un valore comunicativo che evolve il linguaggio visuale o contaminano la “ritrattistica classica”, come è stato scritto. Vero niente. Le auto-fotografie della Sherman decantano il perfomante, l’oggetto della fascinazione, la doppia astrazione artista/soggetto e la simulazione riverbera nel simulacro di un mondo a perdere… la differenza tra schermo e immagine contiene la scomparsa di ogni forma d’alterità. L’abisso della fotografia all’improvviso si popola di fantasmi di falsa resistenza e d’insubordinazione celebrata che vogliono debuttare cominciando dal sofà. I fotografi fanno la propria storia e spetta a loro farla consapevolmente. Coloro che vogliono la libertà senza imparare a vivere, come a morire, dimostrano di non meritarla.

Digressione necessaria per comprendere meglio la stupidità della fotografia mercatale. C’è più verità in un atto d’insubordinazione che in tutte le fotografie del mondo, e tutte le fotografie del mondo non valgono un caffè con un amico o un colpo di pistola preso al cuore per la conquista di una società di liberi e uguali. Se la fotografia della stupidità (digitale o analogica è la medesima cosa) non rassomigliasse perfettamente al talento, al progresso, alla speranza o all’arte fotografica per tutti… nessuno vorrebbe essere stupido. Con una fotocamera da esibire nello spettacolo infame, cialtrone, vigliacco che gli stupidi della fotografia (amatoriale o professionale) celebrano perfino al cesso… tutti si sentono artisti e mostrano ad ogni sfogliata dell’industria culturale o elettorale (sempre più penosa) che il confine tra stupidità e vanità è banalizzato per il fatto che solo gli ironici, i cinici o i liberi pensatori hanno il pudore di nasconderlo… insomma dietro un bel fotografo c’è spesso un bello stupido.

Ci sono fotografie che malgrado la loro banalità espressiva raggiungono il riconoscimento mercantile di Christie’s o con la loro ferocia acquisiscono il Premio Pulitzer… una fotografia di Andreas Gursky (Rhein II, stampata nel 1999) è stata battuta da Christie’s a New York per 4,34 milioni di dollari… si tratta di una veduta del fiume Reno, incastonato tra due sponde verdi e il cielo piovoso… l’immagine di Gursky è di una stupidità estetica di non poco conto… il fotogramma di un qualsiasi film western di John Ford o una sola immagine (imperfetta) di donne e uomini in rivolta della Rivoluzione dei gelsomini basta a gettare tutta l’arte di Gursky nella pattumiera e restituire alla storia la verità che le compete. E dire la verità in ogni campo della comunicazione è un atto rivoluzionario.

Rhein II spodesta un’altra fotografia della stupidità celebrata, Untitled #96 dell’artista americana Cindy Sherman, battuta all’asta, sempre da Christie’s, per 3,89 milioni di dollari. L’immagine (48”2×36”) raffigura una ragazzina con la maglietta di colore arancione, una gonna bianca e arancione appena solle- vata sulle cosce (le gambe non si vedono), ha una mano quasi chiusa vicino alla testa (si notano le unghie laccate di rosso) e nell’altra, appoggiata su una gamba, tiene un pezzo di carta (una pagina strappata dall’elenco del telefono)… il pavimento è di mattoncini giallo-oro, la bocca semiaperta e le labbra dipinte con rossetto rosso, lo sguardo perso verso qualcosa lontano… quando i fotografi non hanno niente da dire, non hanno una visione autentica di ciò che fanno, non si parla che di letteratura… è difficile non trattenere il vomito di fronte a tanta stupidità applicata alla fotografia… il mercato dozzinale d’alto bordo che compra l’arte, anche la più infima, è il medesimo che ri/produce un’umanità di Bibbie e cannoni.

Anche la fotografia con la quale Kevin Carter ha vinto il Premio Pulitzer nel 1994, “Stricken child crawling towards a food camp”, scattata in Sudan e che per molti rappresenta il simbolo della carestia e dalle fame nel mondo… a noi sembra invece esprimere una visione “cannibalesca” della verità. È un giorno di marzo del 1993… Carter vede una bambina poco distante dal suo villaggio che sta mo- rendo… un avvoltoio la segue, in attesa di farne il pasto… il fotografo aspetta il momento decisivo e dopo una ventina di minuti scatta l’immagine… poi va sotto un albero a parlare con Dio e pensare a sua figlia (racconta lui)… quando gli fu assegnato il prestigioso Pulitzer e i giornalisti chiesero che fine aveva fatto la bambina, Carter non dette nessuna risposta… il 27 luglio 1994 (scrive una lettera alla figlia e alla moglie, dalla quale si era separato) e si lascia morire con il gas nella sua auto. Aveva detto: “Ero sconvolto vedendo cosa stavano facendo. Ero spaventato per quello che io stavo facendo. Ma poi le persone hanno iniziato a parlare di quelle immagini… così ho pensato che forse le mie azioni non sono state poi così cattive. Essere stato un testimone di qualcosa di così orribile non fu necessariamente un male”. Il mondo perde l’innocenza di una bambina, la fotografia solo uno dei tanti fotografi incensati dal gusto del malsano. Fare una fotografia è un atto etico o non è niente… dipende dal modo di come si fa o si evita di fare una fotografia… fotografare significa disfarsi dei propri rimorsi e dei propri rancori, spargere i propri segreti là dove la verità e la bellezza contiene la giustizia sociale… fotografare è una provocazione, una visione altra della realtà che si situa oltre ciò che è e denuda ciò che sembra essere. La fotografia della violenza contiene il vocabolario della stupidità.

II. L’immagine allo specchio

L’auto/immagine allo specchio della Sherman figura una catenaria di soggetti che ripresentano in forma di “santino” o di quotidianità desacralizzata il tempo dell’illusione… qui i corpi, i territori, gli affetti sono chiamati a confrontarsi con l’arte concettuale del dispositivo fotografico e costruiscono sì nuovi spazi, relazioni, poetiche altre della realtà, tuttavia non producono né intaccano i legami sociali, politici, etici come luoghi del conflitto aperto, ma anzi smaterializzano la potenza dei corpi come tensione espressiva affabulata contro le relazioni di diserzione dal tempo presente. La fotografia dello specchio non “canta” gli uomini e le loro utopie, ma le merci e le loro piccole passioni.

La coscienza dell’artista/spettatore è prigioniera di un universo banalizzato, delimitato dallo specchio/spettacolo dietro il quale è stata deposta la sua esistenza e la sua arte, non conosce più se non lettori fittizi che la intrattengono nell’esposizione mercantile e nella politica della loro riproduzione consumata… lo spettacolo, in tutta la sua estensione omologante, è il segno/specchio della vita quotidiana… in questo senso la produzione artistica della Sherman, mette in scena la falsa via d’uscita di un autismo generalizzato e immagazzinato nei gazebi dell’ordine costituito. Il documentario di Lynn Hershman Leeson, !Women Art Revolution (2010), incensa la Sherman tra le artiste rivoluzionarie del proprio tempo! Figuriamoci! Il sagrato dell’arte d’avanguardia è salvo! Insieme ai dollari dei mercanti! È ridicolo mettere nello stesso avanspettacolo Pascal e Warhol! A parte Epicuro, che aveva in disprezzo sia la folla che la nobiltà, anche quella dell’arte, tutto è spettacolo della menzogna. Ecco un motivo in più per celebrarlo come un santo eretico.

Le esibizioni iconografiche della Sherman, certo gustose, ironiche e qualche volta graffianti… non importa se in bianco e nero o colorate… contengono senza dubbio un certo fascino dell’inconsueto ma sono molto distanti dalle stagioni irriverenti e libertarie dell’opera Surrealista nel suo insieme… le fotografie/specchio della Sherman hanno poco a che fare anche con gli strappi del profondo della psicoanalisi (come qualcuno ha creduto di vedere) e vanno ad istituire invece una sorta di album di famiglia che sfocia nel grottesco o nella commedia di costume. Così la sposa, la bambola, la diva, la serva o la signora dabbene… restano icone ben fatte e fortemente connotate nell’arte di straniamento della fotografa che sostituisce il reale con forme fantastiche e diviene idealizzazione della “diversità” e teoria generale del consenso (Verga, Brecht, Šklovskij o i formalisti russi sono un’altra cosa)… il carattere del feticismo, ricordiamolo, è lo spettacolo dei “segni” che cementa ogni forma di vivenza nei rapporti di produzione mercantili. “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini” (Guy Debord). Lo spettacolo imperante è allo stesso tempo il risultato e il progetto dei modi di produzione, consumazione e soggezione della società esistente.

Il cuore messo a nudo della fotografia non nasce dai fiori del male di Charles Baudelaire, come si potrebbe sospettare, o dal maldestro contrabbando di fucili di Jean-Nicolas-Arthur Rimbaud, come qualcuno avrebbe l’ardire di pensare e inoltre sostenere che la “stagione all’inferno” della fotografia sia ormai cosa da lebbrosi dell’immagine sociale. C’è una mistica fotografica del mercantile e una fiorente attività sinistrorsa delle scritture fotografiche che continuano a fondare il loro successo e consenso sui miti valoriali di sangue vestiti: Lavoro-Famiglia-Patria. In molti si oppongono a quella minoranza di poeti senza livrea che lavorano sull’orlo degli inferni sociali e chiedono il rispetto dei diritti umani, l’uguaglianza dei godimenti e fanno del genio collerico della disobbedienza il reincanto del mondo e il viatico per la ricerca della felicità.

Per chi come noi è stato allevato nella pubblica via, ogni forma di autorità è intollerabile, ogni sorta di sottomissione insostenibile, ogni servitù volontaria impraticabile… in questo senso ci è impossibile amare tutti gli incantesimi espressivi del narcisismo… non siamo abbacinati dalle opere truccate al bello dell’artista impegnato né siamo dei coglioni che credono alla politica dell’impostura che fa del parlamento un bordello senza muri, dove ciascuno fa professione d’inganno e di abuso contro i loro elettori… il prete poi, che fa della conversione una vera e propria opera di predazione dei poveri più poveri della terra, ci è più estraneo del boia di Londra… lui almeno sapeva impiccare ladri, puttane e poeti del libero spirito con quel filo di classe che si addice agli aguzzini che hanno studiato almeno un po’ nei collegi dei salesiani o nei giardini dei re… dalle scuole pubbliche ci escono solo poveri, emarginati e ribelli… tutta gente che non tiene in grande considerazione né Dio né il Padrone. Immaginare la bellezza aurorale delle costellazioni non ha cambiato certo il nascere e morire delle stelle, né ha svelato il mistero del nero nel quale sprofondano… ciò che ha mutato lo stato di cose esistenti è stato il modo di leggere il cielo di notte e comprendere che la bellezza e il profumo del biancospino possono influenzare il destino delle costellazioni… questo per dire che nella galassia della fotografia non c’è stato un inverno senza aver visto cadere un mito, né una primavera in cui non siano nate altre folgoranti meteore, né un movimento di dissidenti a tutto che non sia stato soppresso per mancanza di coraggio… il tempo dei poeti dello stupore e della meraviglia è sorto con la nascita della fotografia, anche… il tempo degli schiavi e dei padroni con la sacralità dell’arte trasmutata in merce, lo stesso tempo.

La grande fotografia, la fotografia degli immortali, muove le montagne dell’indifferenza, qualche volta le conquista e rende migliore l’umanità.

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