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BURKINA FASO: Viaggio nel paese degli uomini integri. [Francesco Malavolta]

Il Burkina Faso è un Paese dell’Africa occidentale a basso reddito senza sbocchi sul mare e incastonato fra Mali e Niger a nord, Costa d’Avorio, Togo, Benin e Ghana a sud. Negli ultimi 20 anni ha soferto profondamente gli efetti del cambiamento climatico fra carestie e siccità insieme a una notevole instabilità politica da quando ha dichiarato la propria indipendenza nel 1960. Questa instabilità si è acuita recentemente, soprattutto lungo la frontiera col Mali dove si moltiplicano incursioni armate e nuovi arrivi di profughi che si aggiungono a quelli già presenti nel Paese. Secondo i dati UNHCR, almeno 24.000 rifugiati maliani sarebbero presenti in Burkina Faso da cui, a loro volta, sono partiti in circa 7.000 per trovare riparo proprio in Mali. Sebbene gli attacchi terroristici siano iniziati già nel 2015, il punto di svolta si è avuto il 15 gennaio 2016 quando gli attacchi agli hotel Splendid e Ybi e al bar-ristorante Cappuccino hanno preso di mira luoghi noti per essere frequentati da occidentali e seguito uno schema identico a un precedente attacco in Mali al Radisson Blu e a uno successivo in Costa d’Avorio.

Percorrendo da nord a sud il Paese degli Uomini Integri, come Thomas Sankara ribattezzò l’Alto Volta all’indomani del colpo di stato del 4 agosto 1983, il paesaggio cambia drasticamente. Partendo da Ouagadougou, la capitale, lungo la nazionale numero tre che conduce al Niger e al Mali, il paesaggio diventa desertico.

In direzione di Kaya, domina la terra rossa, intervallata da fasce gialle e punteggiata da baobab spogli e arbusti secchi. Dicembre è la stagione secca, quella immediatamente successiva al raccolto di ottobre che nel 2018 è stato particolarmente generoso nelle aree di Kaya e Tougouri. Così, gli abitanti di questa zona sono momentaneamente al riparo dal rischio malnutrizione, come confermano agronomi e responsabili sanitari. “Ad oggi, 15 dicembre 2018, solo quattro mamme e sei bambini sono ricoverati nella nostra struttura per problemi di malnutrizione.

A loro si aggiungono i pazienti fuori pericolo che, una volta ogni 15 giorni, vengono per i controlli ambulatoriali e per ricevere le medicine”, spiega suor Hélène del CSPS (Centre de Santé et Promotion Sociale) di Tougouri, nella provincia di Namentenga nel centro-nord.

I mesi più dificili sono sempre a partire da aprile o maggio quando solitamente si sono esaurite le scorte alimentari del raccolto precedente e si deve attendere molto per il prossimo”, continua prima di spiegare come la struttura sanitaria sia arrivata ad ospitare fno a 14 madri e 20 bambini nei momenti di maggior necessità.

Secondo gli ultimi dati anagrafci disponibili, abitano nel paese circa 18.6 milioni di persone, fra cui almeno sette milioni vivono in povertà, mentre l’aspettativa di vita è di circa 60 anni. L’economia si fonda per l’80% sull’agricoltura che produce circa 2/3 del PIL nazionale e proprio qui sta il grande paradosso della malnutrizione.

Nonostante la maggior parte della popolazione lavori nel settore agricolo, non ha adeguato accesso alle risorse alimentari o non sa usarle correttamente. Inoltre, per sua natura, l’agricoltura ha tempi lunghi e guadagni ridotti nel breve periodo che scoraggiano i più poveri a favore delle miniere d’oro. Il Burkina Faso, infatti, è ricchissimo di questo minerale prezioso che diventa sempre più dificile da trovare soprattutto dove sorgono scavi informali che non si avvalgono di mezzi all’avanguardia. In un accampamento informale di cercatori d’oro nell’area di Gouengo, vicino Yalgo nella provincia Namentenga,

Omar, 40 anni, si rammarica che “fino a due anni fa guadagnavi meglio e trovavi più oro. Adesso le cose stanno peggiorando”. Tuttavia, si dice profondamente soddisfatto per questo lavoro che gli dà la libertà di tornare dalla sua famiglia quando vuole e mandare a scuola i suoi dieci fgli. Dato che le tre mogli di Omar non lavorano, i suoi guadagni sono l’unica fonte di sostentamento e alla durezza del lavoro si sopravvive “grazie alla fede e al forte spirito di comunità che ci unisce qui alla miniera”. Un altro uomo vuol dire la sua. Si chiama anche lui Omar e ha 32 anniIo sono l’unico della mia famiglia a fare questo lavoro. Ho cominciato 14 anni fa e mi sposto spesso da un villaggio all’altro”. Intorno a loro, si accalcano bambini di ogni età, anche di otto o nove anni, interamente coperti di polvere bianca, che trovano qui una facile fonte di guadagno.

Lo sfruttamento informale dell’oro, detto “orpaillage”, è considerato la seconda occupazione nelle aree rurali dopo l’agricoltura e il governo vorrebbe regolamentarlo alla luce dei dati riportati dall’Istituto Nazionale di Statistica e Demografa. Dalla ricerca del 2017, prima nel suo genere, è emerso che    “la produzione artigianale di oro nel 2016 si aggiri sulle 9.5 tonnellate e generi 232.2 miliardi di FCFA di indotto1

  1. http://wwwwwwinsd.if/s/consensu/nsqunendrsncnsdnrnsed/NrSO/rsnscntpiuxrenduteiedrNrSOitp.

Nel censimento del gennaio 2017, sono stati rilevati 448 siti informali sparsi in 12 regioni su 13 del Burkina Faso che nel 2016 avrebbero dato lavoro a oltre 140.000 persone. Alla luce di questi dati, è chiaro perché il governo intenda regolamentare il settore. Eppure, c’è chi tenta in ogni modo di contrastare questa pratica, incentivando buone prassi agricole e strappando i terreni agricoli alla desertifcazione incombente. Fra loro, c’è Fernando Ouedrago che supervisiona un progetto di agricoltura bio fnalizzata alla sicurezza alimentare nel remoto villaggio di Korsimoro duramente colpito dal cambiamento climatico. “Qui è sempre la stessa storia: quando non piove si disperano, ma appena torna a cadere la pioggia dimenticano quanto hanno soferto per la sua mancanza. Ancora oggi, non si crede veramente al cambiamento climatico”, lamenta Fernando. “Il nostro progetto ha tempi ancora più lunghi perché abbiamo rinunciato a concimi chimici e prodotti ftosanitari per prediligere solo tecniche ecosostenibili. In molti si scoraggiano, abbandonano i terreni e vanno a scavare alla ricerca dell’oro”, si rammarica.

Ma Korsimoro non è l’unico luogo dove sono stati banditi i pesticidi largamente usati in precedenza con gravi conseguenze sulla salute. Nella provincia di Sanmatenga, in un altro villaggio raggiungibile da Kaya dopo chilometri di strade sterrate e polvere rossa, c’è un giardino nato, gestito e pensato per le donne.

Obiettivo del progetto è l’emancipazione femminile i cui benefci si estendono alla comunità intera che così sfda desertifcazione, malnutrizione, povertà endemica e stereotipi di genere. “Per tradizione, le donne burkinabé non hanno diritto a possedere la terra. Qui sono loro a gestire tutto, imparano a pianifcare il lavoro e a ottimizzare i proftti per reinvestire i ricavi sotto la guida di un agronomo”, racconta suor Adéline che si preoccupa soprattutto di quelle donne che, dovendosi occupare della famiglia, hanno poco tempo a disposizione per lavorare. “Ognuna decide quando venire ed è responsabile del suo terreno”, conclude mentre si fanno avanti altre due destinatarie del progetto per illustrare come abbia loro cambiato la vita.

“Innanzitutto, abbiamo adattato tecniche esistenti alle specifche del luogo e così resistiamo al cambiamento climatico con metodi interamente bio”, a parlare è Nam seguita da Zonabo che si concentra sui risultati “Prima ogni appezzamento produceva un sacco o due di miglio, ora si arriva anche a cinque o sei. Così, creiamo eccedenze e costruiamo resilienza”.

Tuttavia, l’esistenza di progetti simili non basta a risolvere la piaga della malnutrizione che sembra quasi essere entrata a far parte del bagaglio culturale del Burkina. La dottoressa Monica Rinaldi, responsabile del settore nutrizione nell’area del Sahel per l’ONG italiana LVIA attiva nel Paese, aferma che “nel Sahel, la parola svezzamento coincide con la parola malnutrizione a dimostrazione di come sia considerata quasi una tappa obbligata della crescita del bambino”. La malnutrizione continua ancora oggi ad essere fra le principali cause di morte fra i bambini sotto i cinque anni e lo scorso novembre l’UNICEF ha lanciato un appello per far fronte ad una situazione gravissima: 1.3 milioni di bambini sono afetti da Malnutrizione Grave Acuta (SAM) nei sei Paesi saheliani dove si registra il record degli ultimi 10 anni.

Anche in Burkina Faso si è registrato un incremento del 50% rispetto al 2017, eppure basterebbe poco per evitarla e scongiurarne gli efetti che pesano concretamente non solo sulla salute dei singoli, ma sullo sviluppo di una intera nazione. I dati della Banca Mondiale tratteggiano uno scenario allarmante: il 36% dei bambini sotto i cinque anni sono sottosviluppati, 19% rachitici e 32% sottopeso, mentre il 16% dei neonati pesa meno di 2500g alla nascita. Il documento precisa inoltre che “la maggior parte dei danni irreversibili si verifcano durante la gestazione e nei primi 24 mesi di vita” e che afrontare il problema della denutrizione ha ripercussioni positive tanto che i ritorni sugli investimenti sono “dalle 8 alle 30 volte superiori”. La malnutrizione, infatti, pregiudica lo sviluppo psicofsico e le capacità intellettive di chi ne sofre, compromettendo lo sviluppo economico di tutto il Paese. L’unica nota positiva sta nel fatto che il governo sia sempre più attento alla questione, prima taciuta e sottovalutata, e la sinergia fra ONG sul campo e funzionari statali (agents de santé) sta dando “buoni risultati che soli non avremmo mai”. A parlare è Casimir Soanga, coordinatore medico nell’area di Léo, a sud del Paese, quasi al confne col Ghana, dove il principale ostacolo alla sensibilizzazione su temi quali salute materna e infantile, pianifcazione familiare e pratiche alimentari è la mancanza strutturale di fondi. Unitamente alle grandi distanze che separano i villaggi, i pochi fondi a disposizione compromettono l’eficacia dei programmi e delle attività. Gli stipendi bassi scoraggiano i lavoratori e le lavoratrici che spesso lasciano l’impiego dopo poco ed è dificile acquistare i kit per le dimostrazioni in cui si insegna alle donne come usare le materie prime a disposizione. “L’importante è far capire a tutti che la povertà non è una condanna a morte”, continua Casimir, anticipando Traoré Soulemain, responsabile del Centre de Santé et Promotion Sociale (CSPS) di Léo, che afronta anche la questione del budget “la prevenzione serve a evitare malattie future e costi inutili, riducendo le spese sanitarie complessive”. Parlando col personale sanitario e le animatrici, emerge dunque che la malnutrizione uccide grazie ad un fatale mix di ignoranza, mancanza di risorse e accesso inadeguato agli alimenti ulteriormente aggravato dall’insicurezza dilagante nel Paese.

Il 31 dicembre, in varie regioni, è stato dichiarato lo stato d’emergenza a seguito di un’escalation di violenze e di un’imboscata che ha ucciso dieci militari a nord-ovest di Ouagadougou. Subito dopo, è toccato a Yirgou dove le vittime sono state 46 e a Gasseliki dove sono morti in 12 prima che i terroristi lasciassero il villaggio incendiando un granaio e delle attività commerciali. Sulla questione della sicurezza interna, si è espresso anche Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, che ha condannato l’accaduto e assicurato il sostegno necessario per fronteggiare l’emergenza e procedere alle necessarie riforme. La situazione è divenuta così instabile che il 19 gennaio il primo ministro Paul Kaba Thiéba ha rassegnato le dimissioni, accettate dal Presidente Kaboré, a condizione che i ministri uscenti continuino a gestire le questioni pendenti fno alla formazione di un nuovo governo.. La vera rivoluzione oggi consisterebbe nel dare ai burkinabè le informazioni adeguate per essere indipendenti e nutrirsi correttamente

Ed è alla luce di questa consapevolezza che la diminuzione dei fondi destinati dalla comunità internazionale ai progetti di sicurezza alimentare nel Sahel risulta ancora più grave ed in linea coi preoccupanti dati del Global Nutrition Report 2018, secondo cui “verosimilmente nessun Paese africano raggiungerà tutti gli obiettivi relativi alla nutrizione dell’OMS”. Nel 2018 sembra incredibile che si possa morire di fame semplicemente perché non si sa cosa mangiare e, ancora peggio, che a questo si potrebbe porre rimedio con mezzi e personale adeguato. La povertà potrà anche non essere una condanna a morte, ma l’ignoranza e l’indifferenza lo sono di sicuro.

 

 Fotografie: Francesco Malavolta

Articolo: Maria Grazia Patania e Francesco Malavolta

Dati aggiornati a gennaio 2019

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