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Ap/punti di vista: “Che cosa è la semiotica della fotografia”

di Paolo Ranzani

di DARIO MANGANO Edito da Carrocci editore (Le bussole)

Ultimamente si sente sempre di più usare la metafora del “linguaggio fotografico” e si tende a pensare alla fotografia come ad un testo, una parola che non deve necessariamente farci pensare a un libro, ma ad una tela fatta da tanti fili, complessa e strutturata al suo interno.

Il problema non è l’adeguamento della fotografia alla realtà ma la relazione che si istituisce tra le due, che produce effetti su entrambe. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: da quando abbiamo imparato a fotografare è cambiato il modo in cui percepiamo il mondo che ci circonda. Ma la fotografia può essere considerata un linguaggio? Forse messa così è una visione romantica che ci piace raccontare ma risulta anche essere una forma semplicistica.  Una fotografia, una immagine visiva è una forma molto complessa di segni, tracce, contenuti, significati, quindi forse sarebbe più opportuno iniziare ad ampliare l’idea e usare la parola al plurale: LINGUAGGI.

Già il fatto di poter fermare la realtà e quindi di sovvertire il senso mutevole che la realtà ha con se ci porta una contraddizioni in termini, essa non può restare “la realtà”.

Il senso del testimoniare è solo una delle possibilità aperte dal nostro decidere, chi – cosa – come – quando – in che modo.

Cartier-Bresson diceva che l’istante decisivo è “il riconoscimento immediato, nella frazione di un secondo, del significato di un fatto e, contemporaneamente, della rigorosa organizzazione della forma che esprime quel fatto”.   

Li vedete già i molteplici livelli che si scompongono?

Per approfondire l’argomento è necessario entrare nei meandri della Semiotica applicata alla Fotografia.  

Userò le parole dello stesso prof. Dario Mangano: “La semiotica studia i sistemi di significazione, il loro funzionamento e dunque il modo in cui il senso si produce e trasforma. Rispetto alla fotografia, allora, lo scopo non è dire cosa essa significhi – in generale o in particolare, facendo riferimento a uno specifico scatto – ma come lo faccia. Quali meccanismi, cioè, si mettono in moto quando guardiamo una fotografia, e cosa succede quando invece siamo noi a farne una. Perché ogni volta, consapevoli o meno che ne siamo, articoliamo una materia espressiva, e questa operazione avviene all’interno di un quadro di riferimento condiviso senza il quale, banalmente, non ci capiremmo. E invece, non solo capiamo benissimo le fotografie, ma le usiamo continuamente per esprimerci: per denunciare, affascinare, ricordare, colpire, sedurre, riflettere, e qualche volta perfino per dimenticare.”

Un altra constatazione che amiamo fare in questa epoca e cercare di capire il valore della fotografia, di certo sappiamo che è decisamente cambiato, non solo in termini di percezione ma anche di uso programmato dell’immagine. Prendiamo ad esempio i Selfie.

Oltre al fatto di aver capito che è divertente e che facilita la possibilità di vedersi mentre si scatta, il punto fondamentale è che ormai sappiamo il percorso che farà quell’immagine, essa non resterà in un album, non finirà in un laboratorio, ma a tempo zero sarà diffusa, lanciato nello spazio dei byte e visionata da un considerevole numero di persone, come lo sappiamo noi lo sanno ad esempio anche i politici, e non è un caso che alcuni di loro incoraggino a fare i selfie e che metodicamente e pazientemente si dedicano a sorridere a migliaia di click fianco a fianco al possessore dello smartphone, sanno benissimo che quella loro faccia sarà propagata infinite volte, una propaganda pazzesca e impensabile fino a pochi anni fa.

Questi e altri stimoli li possiamo trovare nelle straordinarie pagine di questo libro che cambierà ancora di più la nostra percezione del mondo fotografato e fotografabile ma anche il modo in cui pensiamo noi stessi e le relazioni interpersonali che intratteniamo.

Ammesso e non concesso che un’immagine valga più di mille parole…. mille immagini quanto valgono?

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