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Andrè Adolphe Eugène Disdéri. Sulla fotografia della “bella” borghesia.

di Pino Bertelli

Dedicatoria
ai perduti amanti del gelato artigianale, quando i gusti erano pochi ma buoni, i coni sapevano di biscotto e i colori dei gelati s’ingoiavano la speranza negli occhi e la bellezza nel cuore di un mondo dove ogni bambino non doveva più piangere né rubare per avere il suo gelato…

Bomba anarchica. Fate una crema con 2 litri di latte freschissimo, bucce sottili di limone e di arancio, Gr. 300 di zucchero e 12 rossi d’uovo. Crema ben tirata, appena ritirata dal fuoco versatela in un recipiente dove avrete messo un quinto di zucchero bruciato nerissimo, dovendo l’esterno di questo gelato riuscire molto scuro, colore preferito dal partito. Fatto ciò passatelo allo staccio n. 3 e quando è freddo gelate come al solito. – Con questa pasta nerissima dovete foderare la bomba in abbondanza. All’interno lo riempirete a strisce con pasta rossa, bianca, bleu come volete e quindi mettete al forno per parecchio tempo. – Questa bomba una volta fuori dallo stampo va guernita con un pugnale di lama bianca con un manico rosso fatti antecedentemente con gelato. Se saprete attenervi alle mie istruzioni vi deve riescire un gelato bellissimo e di grande effetto”.

Enrico Giuseppe Grifoni, Trattato di gelateria. Manuale pratico per la fabbricazione dei gelati e conserve, (Bietti) 1911, ristampa anastatica, Lazarus Edizioni, 2012

1. Sulla fotografia della stupidità e la storia del gelato artigianale

Prologo. L’invenzione della fotografia — come quella del cinema o del gelato — si perde nella storia antica… nelle figure parietali che ci hanno trasmesso usi e costumi di un tempo quando anche le ciliegie sapevano di ciliegie… poi qualcuno (un impostore di genio o uno squilibrato affetto da narcisismo cronico) ha lasciato su un lenzuolo di lino la propria immagine e il “miracolo” della fotografia (senza nemmeno la “scatola magica”) è finito sui santini e nei tribunali della santa inquisizione… il resto è storia recente. È con la costruzione delle cattedrali che è nato lo sterminio di massa… l’ottimismo degli stupidi non ha mai fine… sfruttamento, oppressione e utilitarismo vanno insieme e il vangelo dei creatori si realizza sulle fosse comuni dell’intelligenza.

Il cinema è già tutto nelle ombre che si muovono sulle pareti della caverna di Platone… fuori i ricchi saccheggiano il popolo e lo riducono in catene… tuttavia riservano agli schiavi il buio, la meraviglia e la frusta dei bravacci riflessi nell’impudenza della rêverie (processo di onirizzazione della realtà), nella quale sussiste un bagliore di coscienza. La storia della macchina/cinema e dell’immaginario assoggettato(1) è un casellario estetico/etico di polizia con il quale la “fabbrica delle illusioni” ha istupidito schiere di generazioni, producendo schifezze indecenti, incensate con Oscar e le star, spesso piccoli uomini e donne, semianalfabeti, che fuori dallo schermo passano da un letto all’altro, da una droga all’altra, da un suicidio all’altro, così, tanto per non perdere un po’ di popolarità, sono al fondo di una metafisica della sterilità dove dominio e sottomissione passano dallo schermo alla vita quotidiana. “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini” (Guy Debord)(2) e, compreso nella sua totalità, è nello stesso tempo il risultato e il pro- getto del sistema di produzione esistente.

Anche la storia apocrifa del gelato è alle radici dell’umanità… nella Bibbia si menziona Isacco che per placare l’arsura porge al padre Abramo (o viceversa) una ciotola di latte di capra misto a neve… poi secoli di gelati consumati solo da re, regine, Papi, baldracche con il vizio della politica, condottieri, criminali… Alessandro Magno, re Salomone, Giulio Cesare, Cleopatra, i Borgia papi, Mussolini, Hitler, Stalin, ad esempio… si sono mangiati il loro gelato fatto all’istante… intanto facevano trucidare così tante persone che mettevano in pericolo la manodopera, mai il cammino del gelato artigianale ad uso dei palati fini.

Quando anche gli operai hanno avuto il loro cono di millecoloranti, l’industria del gelato (che compartecipa — attraverso la Borsa — alla fabbricazione di autostrade, vestiti, auto, telefonini, giocattoli, cannoni…) ha portato il gelato nelle famiglie e su tutte le tavole… il gelato è diventato come le schede elettorali… tutto finto, fa male e tutti dicono che è buono!

Mi sembra di essere nel Paese degli stupidi, dove oltre il 40% degli elettori vota il buffone di corte, credendo che abbia il carisma del re, e invece è solo una mezza calzetta di attore, così stupido che solo un pubblico di stupidi può credere ai suoi lazzi e sberleffi da commedia dello sghignazzo… il Paese degli stupidi non è finito troppo bene… chi alzava troppo la voce o tossiva di traverso, è stato messo in moderne caverne a guardare la propria ombra… i gelati hanno continuato ad essere leccati da tutti e i partiti si sono ingoiati intere torte di gelato… solo un pugno di poeti, di ragazzini, di inadatti alla filosofia del gelato contraffatto con chi sa quali polveri… si erano accorti della cattività di questo Paese pieno di stupidi e di strane bandiere di rosso sbiadite… e non ne vollero mangiare di quel gelato, si portarono sulle alture delle città, sulle spiagge più bianche o sui monti che bucano il cielo e lì tra danze discinte e baci al profumo di tiglio presero a ridere su quel popolo di stupidi e non la smisero più, fin quando nuovi partigiani del gelato (senza conservanti, coloranti o frutta fuori stagione) fecero dell’arte del gelato anche l’arte di vivere tra liberi e uguali, dopo una rivoluzione.

La nascita della fotografia, dicevamo, è confortata da una messe di pionieri, malfattori, profittatori, personaggi intrecciati con il malcostume del tempo che l’hanno resa una delle forme di comunicazione tra le più decisive nella cultura dominante sin dal suo debutto… lasciamo ai curiosi o agli allibratori dell’infanzia di questa straordinaria scoperta della rappresentazione visibile della realtà o del suo contrario, di raccogliere i filamenti storici che sono serviti all’affinamento di questo strumento espressivo o giocattolo di cretinizzazione dell’industria culturale, fino alla falsa “rivoluzione digitale” della nostra epoca.

Va detto. Sono pochi gli studiosi della linguistica fotografica (come Claudio Marra) che hanno visto nell’avanzare della tecnologia niente più che la contiguità tra fotografia argentica e fotografia numerica (analogica o digitale, se volete)… e senza scomodare troppo Marshall McLuhan (che non ci è mai piaciuto per le sue consulenze sulla manipolazione mediale dello Stato Vaticano), il “significato” o il “messaggio” derivano direttamente dal valore d’uso del mezzo stesso. Marra vede più in là di molti studiosi dell’immagine fotografica, perfino di Benjamin, e scrive che la filosofia della fotografia (anche di quella chiamata postfotografia) non è affatto cambiata e la responsabilità di un autore/fotografo di fronte al vero, al giusto, al bello, ha continuato a caratterizzare l’identità della fotografia(3).

Uno stupido che faceva fotografie in analogico è il medesimo stupido che fa fotografie in digitale. Certo, con il digitale la moltiplicazione della stupidità è stata esponenziale alla vendita di dispositivi (macchine fotografiche, telefonini, tablet…) con i quali l’industria dello spettacolo ha allargato i mercati di domesticazione sociale… altrettanto vero è che senza la democrazia digitale della Rete, le rivolte arabe, i movimenti di resistenza di Occupy o degli Indignados non avrebbero potuto avere luogo né eco… tuttavia la stupidità rimane (e non importa che sia tecnologica).

La stupidità della fotografia è plateale… dentro ci stanno tutti… storici, critici, mecenati, fotografi, giullari senza talento sempre in cerca di una corte dove suonare il piffero… e a nessuno mai è venuto in testa che se ci sbarazziamo del miracoli della fotografia, il suo cadavere cadrà ai pedi della poesia… la fotografia non è stata mai grande se non quando ha saputo affabulare l’iconografia dei vinti, né è mai stata del tutto spregevole, se non quando ha continuato a ridurre l’iconografia del mercimonio a superstizione tecnologica… ogni fotografo autentico è eretico, quindi un uomo in rivolta.

In un amorevole libretto per bambini affetti da curiosità belligerante, dell’emerito prof. Carlo M. Cipolla, ci ricorda: “La Prima legge Fondamentale della stupidità umana asserisce senza ambiguità di sorte che: Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione”(4). Altrimenti uomini e donne come potrebbero accettare di essere governati in questo modo e a questo prezzo? Una messe di farabutti, ciarlatani, criminali arroccati agli scranni dei parlamenti si sono arrogati il diritto (attraverso la delega irrevocabile, anche) d’impoverire interi pezzi di popolo a favore di una casta di privilegiati che andrebbero destinati a un letamaio… la stupidità è necessaria ad ogni potere, è per questo che la promuove nelle scuole, nelle chiese, nelle fabbriche, nei partiti, nelle arti, nelle merci… come si sa, ogni governo è ladro e porta la pioggia acida, la rivoluzione sociale, il bel tempo e il ritorno delle lucciole a Maggio.

Gli studi sulla luce (e sull’immagine) di Aristotele, Alhazen, o Abū ‘Alī al-Hasan ibn al-Hasan ibn al-Haytham, Leonardo Da vinci, Rainer Geinma Frisius, Gerolamo Cardano, Daniele Barbaro, Johann Heinrich Schulze, Thomas Wedgwood, Joseph Nicéphore Niépce, Louis-Jacques-Mandé Daguerre, Enrico Federico Jest, Antonio Rasetti, Zou Boqui, William Fox Henry Talbot, John Frederick William Herschel, Hippolyte Bayard, Hercules Florence, Hans Thøger Winther (ci sembra bastino per iniziare una seria ricerca sulle origini della fotografia)… sono davvero utili per comprendere i racconti, i diari, le meditazioni filosofiche, gli aforismi, le riflessioni mercantili e politiche che sono al fondo di questo attrezzo tanto artistico quanto di domesticazione dell’immaginario. L’economia industriale ha fatto il resto. Ha fatto credere che il mondo poteva essere migliorato con la fotografia e intanto foraggiava i cannoni… poi vendeva i massacri ai propri giornali, televisioni, cinema… onore, giustizia, religione, diritto, dovere e perfino decenza sono le richieste pressanti della deontologia fotografica e intanto i bambini più poveri saltano in aria su grappoli di mine fabbricate dalle stesse multinazionali delle macchine fotografiche. L’illusione del progresso è tutto qui. Non si tratta di ritornare alle barricate, al dinamitardo o all’assassino per mettere fine a questa masnada di saprofiti… occorre lavorare alle fondamenta di questo dis/ordine burocratico e (con ogni mezzo necessario) dare inizio allo smantellamento dei palazzi del potere nell’ora del tè.

La civiltà dell’immagine nasce con la fotografia e sotto un certo taglio e ciò che ne consegue contiene anche la sua decomposizione. Detto meglio. Di là dalla celebrazione della fotografia come strumento di persuasione di massa o arte contemporanea, fa lo stesso, la fotografia è sempre stata (le accezioni di poeti maledetti o insorti del desiderio di vivere all’altezza dei propri sogni, sono un’altra cosa) al servizio della borghesia o della mediocrazia politica al potere. “L’immagine fotografica, infatti, può essere un alleato prezioso o un nemico mortale” (Bernardo Pinto de Almeida)(5). Nel mondo realmente rovesciato, la fotografia, è un momento del vero o del falso che per eccesso di informazione si pone tra l’euforia e il disincanto… e perfino un poeta immortale (Arthur Rimbaud) aveva compreso che con la fotografia si poteva avere un immeritato successo e occasione di privilegi più che con il commercio di armi ai ribelli (del quale fu un illuminante traghettatore in Africa). La fotografia rivela ciò che non sa e quando lo sa vuol dire che partecipa alla dominazione del mondo.

L’industria fotografica è totalizzante… poiché la fotografia si sottrae alla storia dell’uomo, derubandolo delle sue speranze egualitarie e dato che le immagini, come i baci di seta o la lama alla gola di un tiranno, sono sempre rubati… la bellezza o la violenza dell’immagine o è poesia ereticale o si riduce ad un’immagine della violenza come spettacolo. L’indisciplina della fotografia autentica è frutto di tecnica, conoscenza, cultura che poi dissipa nella soggettività di colui che guarda, o meglio, vede l’espressione profonda di ciò che fotografa, fuori da “marchi” che definiscono comportamenti e soggezioni… modificano la percezione dell’esistenza (Sontag, Berger, Barthes)… e confermano che nel dolore degli altri è la forma che conta, i contenuti sono atti agganciati al suo servizio. Ammesso che l’inferno della fotografia è lastricato di buone intenzioni, preferiamo affrancarci alla bellezza screditata dei popoli e (come diceva Eliot della poesia) continuare a credere che la Fotografia che vale è ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Di André Adolphe Eugène Disdéri (Parigi 1819 – Parigi 1890), ovvero il fotografo della “bella borghesia” di fine secolo. Disdéri è un giovane intuitivo… la famiglia ha origini genovesi, ma nasce a Parigi (non proprio dalla parte buona). Un po’ avventuriero, un po’ pittore, si trova nel mezzo della fotografia assunta dai parigini dabbene come una nuova moda di metà ottocento e nel 1854 apre uno studio di pittura al n.8 di Boulevard des Italiens… di lì a poco chiede il brevetto per l’“invenzione fotografica” che lo renderà celebre e ricco, la carte de visite (una sorta di biglietto da visita fotografico). L’idea non era proprio tutta sua, altri fotografi avevano già personalizzato con immagini i biglietti da visita, ma gli affari sono affari e chi detiene il brevetto ha anche diritto all’incasso.

Commercianti, vescovi, imperatori, principi, conti, letterati, militari, puttane d’alto bordo, cani della nobiltà… figurano l’estetica del “pollo fritto” di Disdéri … cioè ciarpame ben confezionato che in quattro o otto pose restituisce davvero il ritratto di un’epoca dove il benessere di pochi era possibile solo con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (proprio come oggi). Lasciamo a quanti amano davvero la Fotografia come utensile di escavazione del reale o del falso, di addentrasi in un volume di non poca bellezza tecnica/filosofica, scritto dal Franti della storiografia fotografica, per meglio comprendere che il numero degli sprovveduti cresce con il successo spettacolare del dispositivo fotografico(6)… quando in ogni campo degli affari (della politica, della religione, della guerra, dei saperi e perfino nella criminalità organizzata) gli stupidi si mettono all’opera, l’intelligenza generale declina verso la stupidità e ne consegue che la società intera impoverisce.

Lo studio di Disdéri diventa il “palazzo della fotografia” … ci arrivano a lavorare cento persone… le piccole stampe (quasi sempre 6×9 cm.), montate su cartoncino rigido che riporta in calce o sul retro il marchio dello studio fotografico… costano molto meno dei ritratti fatti con l’intera lastra… tutti (o quasi) possono accedere alla propria immagine e attaccarla in camera da letto accanto al Cristo, Papa o Capo di Stato in bella posa per l’eternità, degli stupidi, s’intende. I ritratti di Napoleone III e l’imperatrice Eugenia lo lanciano verso guadagni favolosi… e il “fotografo dell’imperatore” apre anche uno studio a Londra… oltre 65.000 celebrità passano nei suoi atelier… il mercato tira… lo spettacolo di sé, anche… poi la fotografia cambia di pelle… diviene popolare o un’altra cosa… Disdéri perde tutto il suo denaro… è costretto a vendere le proprietà… si trasferisce sulla Costa Azzurra, a Nizza, e per quasi dieci anni vive facendo il fotografo per turisti sulla Promenade des Anglais… sordo, quasi cieco, torna a Parigi e muore in un ospizio. Nessuno lo piange, e nemmeno noi, soprattutto per essersi prestato a fotografare (senza un filo di grazia) i corpi dei comunardi ammazzati dagli sbirri di Adolphe Thiers per un pugno di franchi e un posto in società. È veramente sorprendente che persone intelligenti, artisti, finanzieri, politici, prelati, sarti quotati in Borsa, operai sindacalizzati… spesso non riescono a riconoscere il potere devastante e distruttore della stupidità.

2. Sulla fotografia della “bella” borghesia

L’estetica fotografica della “bella” borghesia di Disdéri anticipa di molto il gusto generalizzato dell’iconografia industriale o artistica del nostro tempo… la seduzione spettacolarizzata è la medesima e uguale la bruttezza storica che finisce in fotografia per non finire in galera, in qualche campo di lavoro o al confino con gli indesiderabili… Disdéri si abbevera alle medesime fonti populiste… i suoi modelli (come i manifesti elettorali) sono ampollosi, austeri, gradevoli, rigidi, forti… tutti sembrano davvero intelligenti, anche Napoleone III, figurati!, non sapeva nemmeno allacciarsi le scarpe né vuotare un vaso da notte senza l’aiuto della servitù. Del resto anche i politici del nostro tempo, fuori dal ruolo di potere che si sono presi o è stato conferito loro con la delega elettorale, non saprebbero accendere un fornello del gas né prendere il biglietto di un pullman… senza leccaculi morirebbero di fame in tre giorni (e non sarebbe nemmeno male). Il potere economico, politico, religioso… accresce il potenziale di stupidità negli individui che lo sostengono. Una qualche forma di franca intelligenza mette in guardia dai disonesti, dai ladri, dai mafiosi… rifiuta il consenso a partiti, banche, fondazioni, chiese, caserme, mercati globali e lavora alla loro decostruzione. Un simile sistema di corruzione non va sostenuto ma aiutato a crollare e dare vita a una democrazia (davvero) partecipata dei cittadini.

La ritrattistica di Disdéri non è particolarmente studiata, spesso è a figura intera, fondali piuttosto banali, elogiativi del personaggio fotografato… proprio la cosa opposta di un maestro della fotografia, Nadar, e basta vedere (a gatto selvaggio) le immagini di Victor Hugo, George Sand, Alexandre Dumas padre, Jules Verne, Charles Baudelaire, Joseph Proudhon, Mikhail Bakunin… per comprendere la bellezza di un fare-fotografia (quella di Nadar) che va oltre la committenza e colloca la bellezza dell’umano al di là del proprio tempo. L’arte è sempre stata al servizio del sacro, del potente, del denaro… ma in ogni stagione della storia c’è sempre stato qualcuno che sapeva come comportarsi (non solo) in fatto di arte, perché “ciò che non uccide il potere, il potere lo uccide” (ha detto forse un poeta surrealista sulle barricate della Rivoluzione di Spagna del ’36). Gli imbonitori dell’arte, come gli dèi amano le immagini, gli inginocchiatoi e i giocattoli… hanno un debole per gli specchi, le processioni e i carnevali… non abitano il cuore del mondo né quello degli uomini, sono interessati soltanto alla propria vertigine artistica e al consenso mercantile che promuove. Al principio o alla fine di un grande artista c’è sempre un cretino o un genio. Il cretino sa di essere sempre compreso… il genio ha sempre inizio col dolore.

Il senso estetico di Disdéri è ingombrante quanto mediocre… il barocchismo dei vestiti, la banalità delle scenografie, le pose falsamente statuarie attribuiscono ai soggetti valori infondati… le immagini di Disdéri non figurano nemmeno un catalogo della borghesia che affresca, semmai un almanacco… sotto ogni taglio estetico/etico le sue fotografie esprimono in piena luce il romanzo della merce che l’accompagna. I volti, i corpi, le posture confondono realtà e finzione, esibizionismo e voyeurismo, performance e ruolo del ritrattato… la composizione fotografica s’innesta in quella corrente di raffigurazioni pubblicitarie, fotogrammi cinematografici o simulazioni artistiche… che faranno della fotografia contemporanea veicolo di sciocchezze memorabili o insolenti trasfigurazioni di opere in arte.

In un’epoca in cui riceviamo, prendiamo, diffondiamo immagini cine/video/fotografiche con una qualche inclinazione alla sovversione non sospetta dei mezzi di comunicazione, è difficile trovare un artista del dissidio quanto un uomo onesto in parlamento. Tuttavia i palafrenieri dell’iconologia artistica — di là di certe celebrazioni piuttosto euforiche alla Charlotte Cotton —(7) sono quelli che hanno appreso la lezione di Disdéri … cioè, in fotografia, come nella vita, quello che vale è avere un posto riconosciuto in un museo, un lebbrosario o un sepolcro. Il consenso secerne singolari sudari, ciò che importa è costruire acquasantiere di sé e per il potere in carica… essere artisti con la mentalità da bottegai e sapere che ogni credenza è una questione di gerarchia… lo stile non c’entra… il solo stile che ogni artista conosce bene, è quello della firma sugli assegni del suo padrone (l’inchino è di rigore). L’arte è una stanza vuota dalla quale si è traslocato da molto tempo. Solo la filosofia del martello di Nietzsche può riportare l’arte dove non c’è mai stata e annusare di nuovo i frammenti d’eternità che contiene. Una modesta proposta: solo quando con il corpo degli artisti (dei politici o dei preti) sarà fatto un buon ragù, allora e solo allora, gli angeli del non-dove non sapranno che farsene delle ali e andranno controvento a bere dalle coppe di latte e miele dell’Arte di vivere.

L’arte della fotografia nutre l’opera che a sua volta morde la vita o non è niente. Perfino un figlio di puttana come il “barone” Wilhelm von Glöden, fotografo altamente celebrato da galleristi, storici, critici, autore di immagini di ragazzi siciliani denudati, ripresi in pose mitologiche (d’immensa superficialità), è riuscito a far passare nei salotti della borghesia di fine ottocento l’estetica della banalità come un’opera d’arte… la propria sessualità, quale che sia, non va mascherata con deflorazioni visuali o atteggiamenti di squallida pornografia, ma sostenuta nella compiutezza e dignità di artista, se poi uno è omosessuale, bandito o dissennato chi se ne frega. L’atteggiamento di von Glöden non è quello del fotografo che affronta la sessualità con franchezza, anzi la cela e la rivela in altri anfratti estetici troppo goduti o compromessi… i ragazzi di von Glöden, che ne dica Franco Battiato(8), sono persone violate, sottomesse, umiliate (anche se consenzienti non solo al ritratto fotografico), perché abbacinate dallo sfarzo, la marchetta, la considerazione (prezzolata di von Glöden)… l’erotismo è altra cosa… la cura dei piaceri dei libertini esprimeva una costruzione erotica senza sorta di limiti, ma rigettava la miseria sessuale generalizzata dove ogni atto sessuale doveva contenere anche la sua giustificazione… ciascuno deve cercare in sé il modo di essere felice, e mai fare dell’altro/a l’oggetto delle proprie paure o fobie, ma accogliere con grazia e tenerezza il soggetto del proprio desiderio d’amore (non importa a quale sesso appartenga). Questo è il piacere del desiderio e della sessualità liberata.

La sciatteria architetturale (il sovraccarico di segni) che accomuna Disdéri e von Glöden mostra che l’uno e l’altro sono prodotti di venti secoli di ideologia cristiana… la morale insegnata dai preti bene si riflette nei corpi pietrificati di Disdéri , quanto nelle nudità adolescenziali di von Glöden… il monopolio dell’educazione borghese è il medesimo e la finzione è che la verità intima o ultima giace in un sudario senza spine. La fotografia è l’occhio della conoscenza, unisce l’inconscio (ciò che non sappiamo di noi) con il conscio (ciò che presumiamo di sapere), abolisce limiti, frontiere, ragioni… fa nascere opposizioni, contraddizioni, indignazioni… più di ogni cosa è l’epifania dove l’io e il mondo diventano immagini di un sogno. La Fotografia si ubriaca del sangue del vero e si bagna senza pudore nelle acque della bellezza e della giustizia, e anche se si smarrisce un poco, respinge le favole crudeli che l’adornano di simulacri fatali… sotto l’unghia della Fotografia c’è l’innocenza del divenire… anche i bambini che tirano i sassi alla luna sanno bene che il profumo del gelsomino influisce sul corso/ mutamento delle costellazioni, proprio come la Fotografia.

Note:

  1. Pino Bertelli, La macchina/cinema e l’immaginario assoggettato. Trattato di liberazione degli sguardi, Nautilus, 1987
  2. Guy Debord, La società dello spettacolo, Vallecchi, Firenze 1979
  3. Claudio Marra, L’immagine infedele. La falsa rivoluzione della fotografia digitale, Bruno Mondadori, Milano 2006.
  4. Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo. Pepe, vino (e lana) come elementi determinanti dello sviluppo economico nell’età di mezzo / Le leggi fondamentali della stupidità umana, Il Mulino, Bologna 1988.
  5. Bernardo Pinto de Almeida, Immagine della fotografia, Jouvence, Sesto San Giovanni 2005
  6. Maurizio Rebuzzini, 1839-2009. Dalla Relazione di Macedonio Melloni alla svolta di Akio Morita; Come dire, dal dagherrotipo all’acquisizione digitale di immagini. E consecuzioni, FOTOgraphiaLIBRI, 2009
  7. Charlotte Cotton, La fotografia come arte contemporanea, Einaudi, Torino 2010
  8. Mario Bolognari, Franco Battiato, I ragazzi di von Gloeden. Poetiche omosessuali e rappresentazioni dell’erotismo siciliano tra Ottocento e Novecento, Città del sole edizioni, Reggio Calabria 2013
 

Articolo tratto da “La fotografia in rivolta” di Pino Bertelli

Edito da Interno4 Edizioni © 2019

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